Andrea Frediani.
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Roma caput mundi 2. L'ultimo Cesare.
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Parte 1.
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2016. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
  Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
  ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il romanzo del nuovo impero.
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La trama: L'impero  ormai diviso tra due soli imperatori: Costantino in Occidente, suo cognato Licinio in Oriente. Il loro accordo, per,  molto precario, la diffidenza e l'odio reciproco fortissimi. L'inevitabile rottura tra loro non potr che condurre a una nuova sanguinosa guerra civile, che consacrer Costantino padrone assoluto dell'impero. Ma in seno alla sua stessa famiglia si consumano tragedie e intrighi che gettano una luce sinistra sulla sua figura, mentre cresce la fama del suo pi
tenace avversario, l'ex pretoriano Sesto Martiniano, che non si rassegna ad ammainare la bandiera della tradizione di fronte all'avanzata del Cristianesimo
e dei barbari. Battaglie cruente, inganni continui e tradimenti: la storia di Roma s'intreccia ancora una volta con le vite di personaggi coraggiosi, passionali,
umani. Un autore da oltre 1 milione di copie.
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Hanno scritto dei suoi libri:
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Frediani  un grande narratore di battaglie. Corrado Augias.
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Grande conoscitore del quotidiano annidato nella storia, Frediani usa il particolare come un fregio arricchendo le vicende con precisione, dalle descrizioni degli abiti imperiali fino alle regole dei cerimoniali. Sette del Corriere della Sera.
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Ascesa, regno e decadenza dell'imperatore Costantino. Una saga narrativa dello storico e romanziere Andrea Frediani, che ha venduto un milione di copie dei suoi libri. La Lettura del Corriere della sera.
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In questo romanzo di Andrea Frediani la vicenda storica di Costantino si accompagna a un'intensa storia d'amore. La Repubblica.
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L'Autore.
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Andrea Frediani  nato a Roma nel 1963; consulente scientifico della rivista Focus Wars, ha collaborato con numerose riviste
specializzate. Con la Newton Compton ha pubblicato diversi saggi (tra cui Le grandi battaglie di Roma antica; I grandi generali di Roma antica; I grandi
condottieri che hanno cambiato la storia; Le grandi battaglie di Alessandro Magno; L'ultima battaglia dell'impero romano e Le grandi battaglie tra Greci
e Romani) e romanzi storici: Jerusalem; Un eroe per l'impero romano; la trilogia Dictator (L'ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare,
quest'ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Marathon; La dinastia; Il tiranno di Roma; 300 guerrieri,300. Nascita di un impero e I 300
di Roma. Ha firmato la serieGli invincibili, una quadrilogia dedicata ad Augusto (Alla conquista del potere, La battaglia della vendetta,Guerra sui mari,Sfida
per l'impero). L'ultimo pretoriano e L'ultimo Cesare inaugurano la serie Roma Caput Mundi. Il romanzo del nuovo impero, incentrata sulla controversa figura
di Costantino. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue.
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Dio, Signore dell'universo, mostrando ai nostri occhi tutti questi fatti nella sola persona di Costantino che, unico tra tutti, si dichiar apertamente cristiano, mise in chiaro quale differenza passasse tra coloro che si erano resi degni di venerare la sua persona e Cristo suo figlio, e coloro che invece avevano scelto la causa opposta, costoro, che avevano preso a combattere la sua Chiesa, se lo resero ostile e nemico e la fine di ciascuno di essi forn la prova inoppugnabile dell'inimicizia divina, mentre, al contrario, la morte di Costantino rese evidente a tutti il pegno della benevolenza divina. Egli soltanto, tra tutti gli imperatori romani onor il Dio dell'universo con immenso fervore religioso, lui solo tra tutti annunci la parola di Cristo in assoluta libert, egli soltanto celebr la sua Chiesa come mai nessuno in ogni tempo, lui solo elimin tutti gli errori del politeismo, confutando ogni espressione dell'idolatria, ed egli soltanto tra tutti gli imperatori ricevette, in questa vita e anche dopo la morte, onori tali che nessuno sarebbe in grado di indicare qualcuno che ne abbia ricevuti altrettanti, n tra i greci, n tra i barbari, n tra i pi antichi romani, al punto che non si ricorda nessuno capace di tanto, dall'inizio dei tempi fino a oggi.
Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino.
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1.
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Bisanzio, primavera 313 d.C.
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Il frastuono di un masso di catapulta che si schiantava su un edificio, fin troppo familiare per un militare di carriera, ricord a Sesto Martiniano che era sotto assedio. Lanci uno sguardo sconsolato alla sua amata Minervina, che fiss su di lui l'azzurro oceano dei suoi occhi, sempre splendenti nonostante il dolore provocato dalle doglie, e usc di casa per accorrere sugli spalti. Mai avrebbe voluto lasciare la donna proprio in quel momento, che entrambi non pensavano sarebbe mai arrivato; ma sapeva bene di poter assicurare un futuro alla propria famiglia pi in prima linea che accanto a lei.
Non era sicuro di voler combattere. Se solo fosse stato pi rapido a raggiungere l'Oriente, molto probabilmente si sarebbe trovato tra le schiere assedianti, e non rintanato tra le mura di Bisanzio. Ma non poteva neppure lasciar distruggere il posto nel quale si era rifugiato, senza rischiare di finire coinvolto nella rovina della citt. Era arrivato da appena un mese, con una compagna in avanzato stato interessante, e l'intenzione di raggiungere i domini del solo imperatore ancora legato ai valori e agli di tradizionali, in un mondo che sembrava aver perso il proprio baricentro. Non si riconosceva, Sesto Martiniano, rampollo di un'illustre famiglia senatoria di Roma, nella politica di favoritismo verso cristiani e barbari degli altri due sovrani, Costantino e Licinio. Aveva combattuto strenuamente per difendere il suo mondo, a fianco di Massenzio, il signore di Roma cui aveva concesso piena fiducia; ma sul Ponte Milvio i suoi sogni si erano infranti di fronte alle schiere galliche e barbariche di Costantino, e si era salvato solo grazie all'aiuto di Minervina. Da allora, non aveva fatto altro che peregrinare sempre pi verso Oriente, nel tentativo di sottrarsi alle rappresaglie cui il vincitore della battaglia aveva sottoposto chiunque appartenesse al corpo dei pretoriani, che lo aveva avversato fino all'ultimo respiro. Il suo solo cruccio era di non essere morto a fianco dei commilitoni, per la gran parte caduti lungo il Tevere con la fronte rivolta al nemico, trafitti da mille lance.
Giunse ai piedi delle mura e risal di corsa la rampa che portava agli spalti, mentre altri proietti piovevano oltre le merlature. Un masso incendiario rotol sul selciato e and a colpire la colonna d'angolo di un portico, facendo crollare parte della copertura, che prese subito fuoco. Una squadra di serventi si precipit con un carro di barili d'acqua a spegnere il principio di incendio. Sesto raggiunse l'ufficiale al comando del settore, cui si era presentato solo pochi giorni prima come un soldato che aveva terminato il servizio attivo, mettendosi a sua disposizione senza rivelare di essere stato un tribuno pretoriano. Ad assedio gi iniziato, i comandanti non andavano tanto per il sottile nel reclutare uomini, e il graduato non gli aveva fatto troppe domande, accontentandosi di avere a disposizione un altro combattente robusto e apparentemente esperto; i quasi trent'anni di vita militare di Martiniano trasparivano chiaramente dal suo atteggiamento sicuro e dal suo fisico forgiato da tante campagne.
Il nemico ha impiegato dieci giorni ad assemblare le macchine da lancio. E presto saranno pronte anche le torri mobili. Siamo spacciati, se Licinio non arriva in tempo, comment l'ufficiale indicandogli lo schieramento delle forze assedianti.
La sterminata armata di Massimino Daia era disposta a semicerchio lungo la valle del Lico, presidiando per intero il lato di terra della citt. L'imperatore assediante non disponeva di una flotta, e le comunicazioni con il mare erano ancora libere; il blocco, pertanto, non era ancora totale, e il nemico non era in grado di ridurre alla fame la citt; se non fosse stato per quelle dannate macchine, pens Sesto, Massimino sarebbe rimasto ancorato a Bisanzio senza poter evitare l'arrivo di Licinio. Ma adesso, dopo soli dieci giorni di assedio, l'ufficiale aveva ragione: la citt sembrava spacciata.
E bisognava prendere una decisione.
Sesto aveva il massimo rispetto per Massimino Daia. Quell'imperatore non aveva mai approvato le decisioni degli altri regnanti di porre fine alle persecuzioni ai danni dei cristiani inaugurate da Diocleziano. Aveva rispettato con scarso zelo l'editto di Galerio, che solo due anni prima aveva restituito ai cristiani la libert di culto, dichiarando lecita la loro religione, e si era adeguato solo per necessit alla conferma che ne avevano dato Costantino e Licinio all'indomani della sconfitta di Massenzio. Ma non aveva rinunciato ai suoi sforzi per imporre a quell'insopportabile setta il rispetto per gli di tradizionali, forzando alla conversione gli armeni, e approfittando della permanenza di Licinio in Occidente per impossessarsi dei suoi territori pi orientali. Erano cadute in sua mano Eraclea e Perinto, e adesso anche Bisanzio si accingeva a fare la stessa fine. Massimino stava prevalendo, ma solo perch Licinio non aveva ancora reagito. E Licinio aveva dietro di s Costantino, suo cognato, e il pi potente dei tre imperatori. Quali speranze avrebbe avuto Massimino di spuntarla, alla fine?
Non era pi solo, Martiniano. Si accingeva ad avere una famiglia, adesso, e doveva pensare anche a loro. Se fosse stato da solo, non avrebbe avuto esitazioni: avrebbe fatto di tutto per favorire la caduta della citt e consegnarla a Massimino Daia, per poi combattere al suo fianco, a dispetto della superiorit nemica; proprio come aveva fatto quando aveva scelto di combattere fino all'ultimo per Massenzio contro Costantino. Era disposto a immolarsi per difendere il sistema in cui aveva sempre creduto, ci che aveva portato Roma e l'impero a ergersi sopra qualunque altra civilt, grazie al sostegno di di che, ora, molti cittadini stavano tradendo e abbandonando. Nonostante tutto, al Ponte Milvio non era morto, e ora gli di gli stavano dando una seconda possibilit di difenderli dall'aggressione del Dio dei cristiani. Cosa doveva fare? Ud un possente schianto, poi sent la pietra degli spalti vibrare sotto di s. Un macigno aveva colpito le mura. Traball per un istante appoggiandosi al parapetto. Subito dopo, un sibilo, quindi un urlo strozzato; si volt e vide che un dardo aveva centrato in pieno volto l'ufficiale, trapassandogli un occhio. L'uomo croll ai suoi piedi e Martiniano si acquatt dietro ai merli. Guard oltre la protezione: alcuni gruppi di arcieri nemici si erano spinti a ridosso del fossato, tirando da dietro o da dentro casematte mobili che i serventi spingevano verso le mura. Alle loro spalle le macchine, schierate davanti a un fitto campo di tende, continuavano a scagliare implacabili i loro proietti.
Sugli spalti, qualche soldato cercava di azionare le macchine di cui disponevano i difensori; ma il fitto tiro di sbarramento degli assalitori, che facevano valere la loro netta superiorit numerica, impediva qualsiasi risposta che non fosse solo episodica, togliendo efficacia all'azione della guarnigione.
A quanto pareva, non c'era bisogno di far cadere la citt dall'interno. Presto sarebbe finita nelle mani di Massimino. A quel punto si trattava solo di decidere se attendere di finire prigioniero e offrirsi come zelante combattente per la restaurazione degli di tradizionali, oppure fuggire e mettersi al servizio di Licinio, nella speranza che un giorno arrivasse alla rottura con Costantino: il vero, principale responsabile del radicale rovesciamento dei valori e della trasformazione dell'impero. Sesto vide intorno a s i soldati abbandonare gli spalti, per evitare la pioggia di proietti cui non riuscivano pi a opporre alcuna difesa. Presto gli uomini di Massimino avrebbero superato il fossato e appoggiato le scale alle mura, o accostato gli arieti davanti alle porte per sfondarle.
Non gli rimase che imitare i commilitoni. Si gett nell'assembramento lungo la rampa, la ridiscese a spinte e gomitate, poi si mise a correre verso l'abitazione in affitto sicuro dove aveva lasciato Minervina. Se i nemici lo avessero trovato in abiti borghesi e accanto a donne, forse non lo avrebbero passato subito per le armi; se invece avesse deciso di fuggire, avrebbe guadagnato tempo. Ma non sapeva decidersi: il suo impulso naturale lo spingeva verso Massimino; ma il senso di responsabilit nei confronti di Minervina, che si era affidata a lui e aveva accettato di accompagnarlo verso Oriente nonostante fosse cristiana, lo faceva propendere per Licinio, e quindi per la fuga.
Arrivato davanti all'uscio, buss furiosamente alla porta. Un uomo della servit che gli aveva messo a disposizione il proprietario gli venne ad aprire. Martiniano lo spinse da parte e riprese a correre lungo il vestibolo, puntando al cubicolo della sua compagna. Prima ancora di raggiungerlo, sent dei vagiti.
Il cuore prese a battergli; gli parve di non riuscire a contenerlo nel petto. Irruppe nella stanza e vide due neonati in braccio a una stremata Minervina, i lunghi capelli biondi sudati e appiccicati alla fronte e sulle tempie. La donna sollev lo sguardo, e lui ebbe occhi solo per il suo sorriso, incredibilmente e imprevedibilmente radioso.
E non ebbe pi dubbi sulla decisione da prendere.
Un miracolo. Non si poteva definire altrimenti: alle soglie dei quarant'anni, quando non pensava di poter pi avere figli, ne aveva avuti addirittura due. Due gemelli. Dentro di s, Minervina non smetteva di ringraziare il Signore per quella benedizione: era distrutta, dolorante ovunque, il bassoventre le pulsava infuocato, lacerato dallo sforzo. L'improvvisa comparsa di Sesto Martiniano le distese i muscoli contratti dal dolore: lui la proteggeva e la amava, si prendeva cura di lei, e con Sesto nei paraggi si sentiva sempre pi sicura. Riusc a trovare la forza di sorridergli, quindi si sent incoraggiata a parlare, per la prima volta da quando aveva partorito.
Cristo veglia su di me, caro Sesto. E su di te: ci ha fatto una grazia immensa, biascic, indicando con lo sguardo i due pargoli. Questi due bambini sono il frutto del nostro e del Suo amore.
Non le parve che il suo uomo fosse altrettanto entusiasta. Martiniano non cambi espressione, che le era parsa di disorientamento fin dal momento della sua irruzione nella stanza. Dubito che il tuo dio sia capace di evitarci di finire coinvolti nella rovina che attende da un momento all'altro la citt, rispose, ancora ansimante per la corsa che aveva compiuto dagli spalti. Dobbiamo andarcene, subito, e raggiungere la sponda europea per incontrare Licinio, prima che Bisanzio cada. Preparala per il viaggio, intim all'ancella di Minervina.
Quest'ultima lo guard senza capire. Ma... avevi scelto il partito di Massimino Daia... E io ti ho assecondato, sebbene quel demonio non mi piaccia affatto. Perch mai ora dovremmo fuggire di fronte a lui? E nelle mie condizioni... con due bambini appena nati..., si lament.
Perch rischiamo di pi rimanendo qui durante le razzie che certamente seguiranno la caduta della citt, che non cercando di scappare, rispose deciso Sesto. E perch ho concluso che sebbene abbia vinto qui, Massimino non abbia speranza contro le forze coalizzate di Licinio e del tuo amico.
Il sarcastico riferimento a Costantino, col quale Minervina aveva avuto una lunga relazione e un figlio, anni prima, le fecero male. L'imperatore l'aveva vista e se l'era presa, sottraendola nello stesso tempo al marito Osio e all'amante, Sesto. E lei lo aveva seguito con una totale dedizione, convinta di amarlo senza riserve. Poi l'imperatore l'aveva scaricata. Se per la ragione di Stato o perch si fosse stufato, Minervina se lo stava ancora chiedendo, e allora si era riunita a Sesto, che l'aveva accolta con entusiasmo. Ma qualche ferita era rimasta aperta, e talvolta l'uomo lasciava trasparire l'amarezza, e un pizzico di astio, per essere stato brutalmente abbandonato.
Non sarebbero mai pi tornati come prima che lei conoscesse Costantino, ne era certa. C'era ancora tanta passione, tra loro, ma l'amore aveva perso quei toni esaltanti e incondizionati che aveva avuto in precedenza.
E poi c'era l'amore per Cristo che, Minervina lo percepiva, con la nascita di quei due gioielli sarebbe solo potuto aumentare. Aveva deciso di assecondare Sesto nella sua scelta di unirsi all'imperatore anticristiano non solo perch sentiva di doversi far perdonare qualcosa da lui, ma anche perch si proponeva di predicare presso i territori orientali, dove la parola di Cristo era soffocata dal pugno di ferro adottato ancora da Massimino, nonostante le disposizioni di tolleranza degli altri imperatori.
Vado a predisporre la nostra fuga. Per quando torno, vi voglio pronte, disse Sesto, e si volt per andarsene. Ma poi si ferm, si avvicin al letto dove si trovava Minervina, le accarezz dolcemente la testa, come Costantino non aveva mai saputo fare, la baci sulla fronte madida di sudore, poi sorrise ai neonati, lisciando loro le guance bagnate dalle lacrime e dal liquido amniotico, e contemplandoli estasiato per un istante.
Si dilegu subito dopo, e Minervina si lasci docilmente raccogliere i capelli dall'ancella, che poi la lav, l'asciug e la vest, mentre l'ostetrica si prendeva cura dei bambini. Ma lei era impaziente di nutrirli: le loro grida stridule le laceravano l'animo, moltiplicando la sua ansia di tornare a essere madre. Lo era stata fino a cinque anni prima, quando Costantino l'aveva allontanata dalla corte di Treviri con un pretesto, costringendola ad abbandonare Crispo, allora di due anni, per non rivederlo mai pi. Pensava a lui con struggente nostalgia, talvolta con disperazione, chiedendosi di continuo se fosse cresciuto robusto e aitante quanto il padre, e altrettanto determinato e volitivo.
Adesso il Signore le aveva offerto una nuova, doppia possibilit, dandole non solo una nuova figlia, ma anche un figlio per compensare la perdita di quello che aveva dovuto abbandonare. E nulla al mondo, stavolta, l'avrebbe indotta a rinunciare ancora al ruolo di madre; e neppure a quello che, adesso, riteneva pi che mai un suo preciso dovere: essere pia e devota, una perfetta serva di Cristo, accantonando gli impulsi che, in passato, l'avevano indotta a seguire gli istinti pi bassi.
Con buona pace di Sesto, che l'aveva sempre amata carnalmente ancor pi che spiritualmente. Ma lui l'amava ancora tanto, e avrebbe compreso.
Scost la tunica liberando i seni. Li aveva sempre avuti piccoli, seppur ben modellati, e quasi non si riconosceva, nel vederli cos gonfi. Si fece sistemare dalla balia i neonati a ridosso di ciascun seno, sostenendoli con le braccia, e cerc di accostarli ai capezzoli. Desider chiamarli ed esortarli per nome, ma si rese conto che ancora non ne avevano uno; era un compito del padre, e non avevano neppure avuto il tempo di parlarne.
Era strano, si disse: avrebbe dovuto preoccuparsi di quello che le aveva detto Sesto, della drammatica situazione in cui rischiavano di trovarsi, ma non riusciva a pensare ad altro che al nome da dare a quelle due creature di Dio. Ma sapeva di essere cos: la realt, per lei, rivestiva uno scarso interesse, al confronto delle sue fantasie.
Finalmente la bambina, che sembrava pi volitiva, arpion il suo seno, tentando di capire cosa fare del capezzolo che danzava sulle sue labbra. Minervina si fece tenere per qualche istante il bambino dalla balia, quindi con l'altra mano si strizz il capezzolo, facendo uscire uno schizzo di latte. Poi lo offr alla bimba, che inizi subito a succhiare famelica, stringendo la bocca con una forza insospettabile per una creatura tanto piccola. La donna sent brividi di dolore, fitte penetranti che dal seno si irradiavano per tutto il corpo, ma ne fu felice: la sua bambina aveva gi imparato come tirarle fuori il latte.
Fin da quando li aveva visti uscire da s, Minervina si era cullata nell'immagine dei bambini che attingevano latte contemporaneamente ai suoi seni. Pertanto, decise di non lasciarli pi. Invece di far sostenere la femmina alla balia e usare la mano per strizzare il proprio capezzolo destinato al maschio, ordin alla donna di provvedere lei stessa a spremere, mentre Minervina accostava il volto del bambino al seno. La balia obbed ma, nel frattempo, il bambino si era distratto e tendeva ad allontanare la testa da Minervina.
La madre ingaggi una tenera lotta per riportarlo sulla fonte di cibo, e presto il latte giunse a macchiare il volto del maschietto. Le due donne impiegarono ancora qualche istante a fare in modo che il liquido centrasse la bocca del neonato, pi lento ad adattarsi rispetto alla sorella. La creatura sbavava, soffiava, tutto faceva tranne succhiare. La donna lo guard con tenerezza, si commosse e sorrise, infine decise di limitarsi ad attendere: la natura avrebbe fatto il suo corso e l'istinto primordiale avrebbe prevalso.
Fu ci che accadde poco dopo. Finalmente il maschietto prese a imitare la sorella, e Minervina fu ben contenta di provare anche sul seno destinato al figlio lo stesso dolore subito ad opera della figlia. Si sistem come aveva immaginato, sostenendo i propri figli per ciascun braccio e lasciandoli suggere, poi ordin all'ancella di portarle uno specchio: voleva ammirarsi, adesso, e veder realizzato il quadro che aveva pi volte dipinto nella mente; e desiderava ardentemente che quella nuova immagine cancellasse definitivamente quelle, sordide e meschine, che aveva visto riflettersi negli specchi dei lupanari in cui aveva lavorato in un breve periodo della sua vita, per punirsi di non essere stata all'altezza di farsi amare da Costantino.
L'ancella usc dalla stanza, ma si trov la strada sbarrata dall'ombra di un soldato. Minervina ebbe l'impulso di accogliere Martiniano mostrandogli con orgoglio l'immagine che aveva appena composto, quando si rese conto che non era lui.
Alle spalle di quell'individuo spuntarono subito altri uomini, tutti con elmi. Avanzarono spingendo via l'ancella, e irruppero nel cubicolo con sguardi feroci e rapaci. La fissarono a lungo in silenzio, sorridendo maliziosi.
E Minervina conosceva fin troppo bene quel tipo di sguardo: ne aveva visti fin troppi, nei bordelli dove era stata. Non c'era nulla, nelle loro espressioni, che lasciasse pensare che l'avrebbero considerata solo una madre impegnata ad allattare i propri figli.
Arresi? Come sarebbe?, domand incredulo Sesto Martiniano alla staffetta che aveva raggiunto trafelata il settore del porto.
Proprio cos, signore, replic il soldato. All'angolo meridionale delle mura. Un masso tirato da una ballista ha sgretolato una torre, e questo  stato sufficiente a convincere i difensori che tutto era perduto. Hanno aperto le porte.
Sesto guard il manipolo di soldati che era riuscito a radunare per la fuga in Tracia, dall'altra parte dello stretto. Molti avevano gi con s le famiglie, ma altri dovevano ancora andarle a prendere. Lui compreso. Se i soldati di Massimino Daia scorrazzavano gi per le vie della citt, nessuno era pi al sicuro. Soprattutto Minervina, che si trovava proprio nella zona meridionale dell'abitato, e proprio a ridosso delle mura. Fu immediatamente assalito dall'ansia di andarla a prendere.
Voi presidiate le due navi con cui dobbiamo salpare, ordin agli uomini che sapeva non dover riprendere la famiglia. Tutti gli altri corrano a prendere i propri cari. Ci vedremo entro un'ora al molo e allora le navi partiranno. Chiunque non far in tempo rimarr a terra, specific. Not qualche espressione di sgomento sui volti dei soldati: alcuni avevano le famiglie dalla parte opposta della citt, e non avrebbero sicuramente fatto in tempo; ma concedere margini pi ampi avrebbe decretato il fallimento dell'impresa.
Si sparpagliarono tutti in diverse direzioni, e Sesto si precipit verso casa, sperando che Minervina fosse gi pronta e in grado di muoversi. Pi tempo trascorreva, e pi alte sarebbero state le probabilit di doverla difendere, da solo, contro colonne di razziatori: Bisanzio non aveva subito aperto le porte all'imperatore, costringendolo cos all'assedio; secondo le regole non scritte della guerra, questo dava al conquistatore il diritto di concedere il saccheggio ai propri soldati.
Raggiunse l'uscio di casa senza aver incontrato alcun assediante; ma in compenso molta gente confluiva verso il porto: sarebbe stato anche problematico farsi largo nella calca e mantenere le due navi a disposizione dei soldati. Si meravigli nel vedere la porta aperta: era buio, ormai, ed era una pessima idea, soprattutto con quello che stava accadendo in citt. Affrett il passo ed entr nel vestibolo, trovandosi subito tra i piedi un cadavere con uno squarcio nella schiena. Lo volt e riconobbe il custode. Estrasse la spada, mentre il cuore prendeva a battergli all'impazzata; nonostante l'esperienza militare accumulata in decenni di carriera, non era una circostanza, quella, in cui era sicuro di riuscire a mantenere il sangue freddo.
Ud delle risate sguaiate, e dei pianti di donna. Percep perfino i vagiti strazianti dei due neonati. Provenivano dal cubicolo di Minervina. Le tempie presero a pulsargli per il furore; fu assalito dalla smania di irrompere nella stanza e fare a pezzi chiunque avesse fatto del male o stesse solo minacciando la sua famiglia. Ma si impose di agire con cautela. Doveva capire, prima, con chi aveva a che fare. Si avvicin con estrema attenzione alla porta socchiusa del cubicolo, vi si appoggi e sbirci dentro. Not due soldati intorno al letto della sua compagna, mentre udiva la voce di un terzo al di fuori della sua visuale; stava rivolgendo apprezzamenti ad altre donne, evidentemente la balia e l'ancella. Si concentr sui due soldati accanto a Minervina: non vedeva la donna, coperta dai due uomini, ma not i suoi vestiti strappati a terra e ud i suoi singhiozzi. Si rese conto che uno di essi le stava addosso e la stava palpando, mentre l'altro teneva uno dei bambini per le caviglie, facendolo dondolare a testa in gi.
Non era tempo di fare calcoli. Irruppe nella stanza come una furia. Trafisse l'uomo con il bambino al fianco e afferr con l'altro braccio il figlio prima che cadesse a terra. Quindi estrasse la lama, che comp un ampio ventaglio vermiglio sgocciolando sangue ovunque, prima di penetrare la nuca dell'altro aggressore. Quando questi si accasci sul letto, croll su Minervina, che istintivamente si rannicchi per proteggere la figlia che aveva in braccio. Sesto scans via il cadavere e le offr l'altro bambino. Lei guard alle sue spalle e gli grid di stare attento, ma non ve n'era bisogno: Sesto sapeva di doversi aspettare la reazione del terzo soldato. Sferr un fendente orizzontale alla cieca, sentendo l'impatto del ferro contro la carne, poi comp una giravolta su se stesso e si trov di fronte all'avversario, ormai barcollante per lo squarcio che gli aveva aperto all'altezza dello stomaco. Non esit a finirlo con un altro fendente tra spalla e collo, sentendo l'osso della clavicola che si frantumava, mentre la sua vittima si accasciava in avanti.
Non c' tempo da perdere! Ne arriveranno altri!, grid, provocando involontariamente un aumento delle grida dei due neonati. Voi due, si rivolse alla balia e all'ancella, guardate se gli schiavi sono ancora in casa e finite di preparare il carro. Portate il minimo indispensabile. Partiamo subito.
Le due donne si dileguarono, terrorizzate da lui quanto dalla situazione. Si rese conto di essere ricoperto del sangue delle sue vittime, e lo era anche il bambino che aveva salvato. Perfino Minervina, mezza nuda, aveva il petto e il viso pieni di schizzi. Era troppo turbata per parlare: lo guardava impietrita, ma le sue braccia stringevano i due bambini con forza; Sesto temette che non fosse in s e rischiasse di soffocarli.
Minervina,  tutto finito, ma ora dobbiamo scappare!, cerc di scuoterla. La afferr per le spalle, e lei strinse ancor pi i bambini. Allora le prese il mento, la trasse a s e la baci, sperando che la loro straordinaria unione carnale le risvegliasse i sensi e le permettesse di tornare in s.
Funzion. I suoi magnifici occhi azzurri tornarono ad acquisire consapevolezza. Sesto le sorrise rassicurante, la lasci per un istante, prese dalla madia vicino al letto una tunica e gliela fece indossare. Poi la aiut a scendere dal letto, ma dovette sostenerla. Proprio allora ricomparve l'ancella. Il carro  pronto. I due schiavi si erano chiusi nelle loro stanze non appena hanno visto entrare i soldati. Ora ci attendono fuori sull'uscio, disse la ragazza. Poi si precipit ad aiutare la coppia, prendendo i due bambini e permettendo cos a Sesto di reggere con pi agio Minervina.
Lentamente, giunsero al carro. Sesto lanci un'occhiataccia agli schiavi, che abbassarono la testa per la vergogna, quindi fece salire tutti sul carro e si mise a cassetta, dando uno strattone alle redini per far partire i due cavalli. Presero la direzione della gran parte dei civili, che in alcuni punti arrivavano perfino a intasare le strade. Si vedevano anche alcuni drappelli di soldati assedianti, ma il loro obiettivo erano, in quella fase, le case lasciate incustodite e il bottino che potevano reperirvi: Sesto lo sapeva per esperienza personale, e per il momento non temette aggressioni. Tuttavia era uno dei pochi a disporre di un carro, e i razziatori avrebbero potuto immaginare che vi trasportasse delle ricchezze; cerc quindi di spostarsi all'interno del flusso di profughi, ma in tal modo fu costretto a rallentare l'andatura. E il tempo stringeva: l'ora di margine che aveva dato a se stesso e ai suoi uomini stava per scadere.
In breve, si rese conto che non ce l'avrebbe mai fatta. Il porto non era lontano, ma a quel ritmo era come se fosse dall'altra parte della citt. Dovette tornare ai lati della strada, spronare i cavalli e minacciare di travolgere la gente, per raggiungere un'andatura pi spedita. Riusc ad avvicinarsi alla meta pi in fretta, e quando giunse nei pressi del molo vide uno sbarramento di persone che si assembravano in cerca di un imbarco. Si chiese come fare a superarlo senza nuocere a quella gente. Appena oltre c'erano le due navi su cui poteva portare in salvo la propria famiglia: le vedeva distintamente, a portata di mano. Gli sembrava quasi di poterle toccare. Ma doveva sfondare, come aveva dovuto fare tante volte in combattimento, affrontando una falange avversaria.
Poi sent il carro cigolare, e l'ancella gridare. Si volt subito.
E al di l della folla che lo separava da Minervina e dai suoi figli, vide quattro soldati nemici afferrare il parapetto e cercare di salire sul mezzo.
Minervina se lo vide spuntare accanto all'improvviso: un soldato spicc un balzo e scavalc il bordo del carro, irrompendo al suo interno. E alle sue spalle ve n'erano altri. La donna si butt istintivamente verso la parte anteriore del carro, accostandovi la cesta che conteneva i bambini, e lo stesso fece l'ancella, che ebbe la prontezza di scalciare i bagagli verso la parte posteriore, con la speranza che il razziatore si disinteressasse di loro e si avventasse sul bottino. La balia non ebbe riflessi altrettanto rapidi e rimase vicino all'entrata, trovandosi alla merc del soldato, che la afferr per un braccio e la scaravent fuori dal carro. Il mezzo era quasi fermo, e un altro militare riusc a entrare. Guardarono entrambi, indecisi, i bagagli e le due donne, senza far caso ai bambini; nel tumulto della folla che circondava il carro, probabilmente non ne avevano neppure sentito i gemiti.
Il pi vicino si avvent infine sulle casse e inizi ad aprirle. Quando vide che si trattava di vestiti, rugg di rabbia e scagli una cintura addosso a Minervina. L'ancella si frappose ed evit che l'oggetto finisse addosso ai neonati, ma il soldato dovette pensare che la ragazza gli stava saltando addosso; reag subito, dandole un manrovescio che la fece ruzzolare di lato.
Minervina url, mentre il secondo soldato apriva un'altra cassa. Era quella con i suoi gioielli e il denaro, con cui lei e Sesto contavano di andare avanti finch le acque non si fossero calmate e non avessero potuto recuperare le loro rendite.
Questo carro  requisito!, esclam il legionario, e il compagno annu compiaciuto. Altri si accalcavano lungo il retro del mezzo chiedendo a gran voce cosa avessero trovato. Niente: solo queste due donne. Le volete?, grid uno degli occupanti. Quelli all'esterno proruppero in fragorose risate e fecero cenno di mandarle da loro. Allora uno dei due afferr il braccio dell'ancella, ancora tramortita dallo schiaffo di poco prima, e la trascin verso il bordo, spingendola fuori. Minervina la vide mentre gli altri le strappavano i vestiti, poi per la visuale le fu ostruita dai due soldati all'interno del carro, che si avvicinarono a lei. Si accost ancor pi alla parete di cuoio che la separava dalla postazione di guida. Proprio quando il militare la afferr per un polso, una lama di coltello spunt dal cuoio, lacerandolo. Lo strappo si allarg in un istante, e dalla fenditura emerse Sesto, che si gett con un ruggito sull'aggressore. Il pugnale si insinu nel costato del soldato, che si accasci sul fondo del carro, ma l'altro fu subito addosso a Martiniano, cingendolo alla gola con l'avambraccio. L'ex pretoriano divenne paonazzo in volto. Brand a vuoto il pugnale insanguinato, mentre Minervina non sapeva pi se rimanere a proteggere i bambini o provare a colpire l'aggressore. Intanto, i soldati appena fuori avevano visto cosa stava accadendo e qualcuno faceva mostra di voler salire a dare manforte al commilitone.
Sesto sembrava sul punto di soffocare. Doveva fare qualcosa, si disse Minervina. Lui l'aveva appena salvata, per ben due volte, e adesso toccava a lei. Afferr dalla cassa dei preziosi uno dei sacchetti e, mettendo nel braccio tutta la forza che aveva, lo sbatt sul fianco del soldato. Quello si scost un istante, sufficiente a permettere a Sesto di menare col pugnale un fendente all'indietro, che fece finire la lama direttamente nell'occhio dell'aggressore. Questi si accasci urlando, ma intanto altri soldati stavano salendo. Minervina apr allora il sacchetto e tir loro addosso una manciata di monete, quindi prese un altro sacchetto e lo scagli fuori.
Sesto la guard, cap, e la imit con un paio di altri sacchetti. I soldati erano disorientati, e dopo qualche istante in cui si mostrarono indecisi sul da farsi, finirono per dedicarsi ai soldi, che iniziarono a disputarsi con accanimento. Minervina avrebbe voluto approfittarne per riprendersi l'ancella, ma ormai non la vedeva pi: qualche soldato doveva essersela portata via. Sesto riemp una borsa con qualche sacchetto, poi la esort a prendere i bambini e a passare attraverso la fenditura. Minervina raggiunse il posto di guida, dove trov i due schiavi da cui si erano fatti accompagnare. Sesto la segu subito, riprese le redini e spron i cavalli. Ma ormai la calca si era fatta pi fitta e non c'era pi modo di avanzare.
Sesto decise di scendere dal carro, poi aiut lei a fare altrettanto. Minervina avrebbe voluto tenersi stretta la cesta con i bambini, ma non appena fu in piedi si sent quasi mancare; le forze non le erano ancora tornate. Sesto le strapp la cesta e la assegn al pi robusto dei due schiavi, ordinando all'altro di sostenere la donna. State tutti in fila dietro di me!, esclam, poi estrasse la spada dal fodero e inizi a rotearla intorno a s.
La gente dovette ritenerlo uno degli assedianti e si affrett a scansarsi: era tutto sporco di sangue e sembrava invasato, e tutti quelli intorno a lui erano terrorizzati. Il piccolo gruppo pot pertanto avanzare di qualche passo verso il molo. L'uomo parve puntare verso due liburne che traboccavano di soldati sui ponti. Forza! Dobbiamo raggiungerle prima che salpino!, le conferm Sesto continuando a farsi largo tra la gente: tutti cercavano un passaggio sui dromoni da trasporto, i cui capitani erano sul molo a trattare il prezzo della salvezza con i profughi giunti a contatto con loro. Nessuno, invece, si avvicinava alle liburne, forse per la soggezione che emanava la presenza dei militari a bordo.
Minervina vide una delle due navi staccarsi dal molo. Contemporaneamente, Sesto lanci un grido di frustrazione; era quella verso cui si stava dirigendo. Cambi direzione e punt deciso l'altra. La donna not che stavano mollando gli ormeggi e si sent perduta. Nonostante lo schiavo la stesse sorreggendo, temeva di svenire da un momento all'altro; si voltava in continuazione per controllare che l'altro servo fosse sempre al loro fianco, con i bambini in braccio, ma la testa le girava vorticosamente, il respiro le mancava, la vista le si era appannata. Fu presa da un senso di disperazione e fu vinta dal panico, scoppiando a piangere a dirotto.
No!, url Sesto, cercando di richiamare l'attenzione dei soldati e dei marinai a bordo. Quelli si accorsero di lui, forse lo riconobbero, perch si sbracciarono a loro volta, ma a quanto pareva era ormai troppo tardi: la nave aveva iniziato a staccarsi dal molo. Minervina sent accentuarsi la ressa alle sue spalle; si volt, e vide che soldati dell'imperatore cercavano di farsi largo tra la folla a suon di fendenti; molte persone si diedero precipitosamente alla fuga, travolgendo i loro stessi concittadini.
Guard disperata i propri figli. Il Signore, a quanto pareva, le aveva fatto la grazia di donarglieli, ma solo per toglierglieli subito dopo. Evidentemente, i tanti peccati di lussuria commessi in precedenza non la rendevano degna di un tale dono.
Si sforz di convincersi ad accettare con serenit il proprio destino, e preg Cristo perch salvasse almeno quegli innocenti: che pagasse solo lei, per le sue manchevolezze. Le parve di sentire Sesto gridare di gettare due corde. Guard senza speranza il suo uomo, al tempo stesso ammirandolo per il suo coraggio e compatendolo per i suoi inutili sforzi. Le due cime arrivarono sul molo. Sesto le raccolse e disse ai due schiavi di avvicinarsi. Minervina lo osserv legarla sotto le ascelle e fare la stessa cosa con se stesso. Poi il soldato si fece dare la cesta coi bambini. Cerca di rimanere sveglia, Minervina. Sar dura, ma possiamo farcela.
La donna lo guard senza capire. Lo vide alzare il braccio verso la nave, e subito si sent tirare in acqua. Intravide Sesto finire a sua volta nel mare, ma con maggiore cautela, cercando di controllare gli scossoni. L'impatto con l'acqua la rivitalizz; la corda la trascinava verso la nave, ma lei cercava in continuazione con lo sguardo il suo compagno e i figli. Vide Sesto tenere la cesta sollevata sulla superficie dell'acqua e assecondare col nuoto lo sforzo degli uomini a bordo di tirarlo su.
La distanza tra la nave e il molo era breve. Sesto url che facessero salire prima lui, e quando fu a ridosso della chiglia lo issarono lungo la fiancata, aiutandolo a superare l'impavesata. Poi fu il turno di Minervina; la donna smaniava per sapere se i suoi figli erano sopravvissuti a quell'immane strapazzo, e non bad al dolore che provava mentre la tiravano su, con la corda che comprimeva muscoli e ossa da poco sottoposti allo sforzo del parto. Una volta superato il parapetto, si gett verso Sesto e i figli, ma i soldati che l'avevano issata la sostennero per evitare che perdesse l'equilibrio. Fu il compagno ad avvicinarsi a lei, e il suo sorriso le fece capire, ancor prima di vederli, che erano incolumi.
Ringrazi il Signore: forse l'aveva davvero perdonata.

2.

Ti ricordi di tua madre, Crispo?. Il figlio di Costantino sollev lo sguardo dall'edizione del De bello gallico che il suo precettore gli stava facendo leggere, e fiss la donna che gli aveva fatto la domanda. Fausta, la sua matrigna, era entrata nel tablino del palazzo imperiale di Treviri con passo talmente felpato da non essersi neppure accorto della sua presenza. Guard il suo precettore, il vescovo di Cordova Osio, che considerava pi autorevole di quella ragazza, e attese il suo permesso per risponderle.
Osio guard Fausta in un modo che Crispo giudic strano, tra l'infastidito e l'incuriosito, poi annu. Ricordo molto poco di lei, rispose infine il bambino, sospettoso. In qualche modo, si sentiva sempre piuttosto turbato dall'imperatrice, di cui non riusciva mai a interpretare l'atteggiamento. Gli pareva di suscitare in lei un misto di antipatia e simpatia, ma non capiva mai quale dei due sentimenti prevalesse in un determinato momento. E il suo turbamento era accentuato dalla bellezza della ragazza, che non riusciva proprio a ignorare e che gli provocava delle scosse allo stomaco ogni volta che la vedeva apparire. Come in quel momento.
Fausta gli sorrise senza allegria, poi guard il suo precettore. Tu puoi uscire, mio buon Osio, gli disse, assumendo un tono pi aspro.
Ma... Non abbiamo finito la lezione, obiett il vescovo.
Riprenderete dopo. Avr pure il diritto di parlare con il mio figliastro, ribad Fausta. Quando non  con te  a esercitarsi con le armi, e sottrarlo ai soldati  ancora pi difficile che sottrarlo a te.
Osio si alz, chin il capo in segno di deferenza e usc. Per qualche motivo che non sapeva spiegare, Crispo avrebbe preferito che fosse rimasto. Di Fausta, in un certo senso, aveva paura. Ma l'unico che poteva permettersi di non ubbidire all'imperatrice era l'imperatore, ovvero suo padre Costantino.
Quando il vescovo chiuse la porta alle sue spalle, Fausta si avvicin a Crispo, arrivando a sfiorargli il braccio mentre si sedeva sul tavolo, accanto al libro aperto, accavallando le gambe. Il bambino si sent investito dal suo intenso profumo di rose e olive, il metopium; la scrut per un istante, rendendosi conto di desiderare di essere cullato nel suo grembo, ma subito se ne vergogn e distolse lo sguardo. Osio gli aveva insegnato che per seguire la via di Cristo era necessario soffocare ogni desiderio, soprattutto quelli impuri. E quel che stava accadendo, sebbene non gli fosse chiaro il perch, gli dava la sensazione di essere impuro.
Dimmi una cosa di lei che ti ricordi, lo incalz Fausta chinando il capo e accarezzandogli la nuca. Crispo sent la fragranza del suo alito delicato, e represse il desiderio che quelle labbra carnose lo baciassero.
Inizi a sudare, e abbass ancor pi la testa sul libro di Cesare. Ricordo... i suoi occhi, balbett. S, i suoi occhi erano molto belli: sembravano acqua marina in un giorno di sole. Ma anche i suoi capelli... splendevano sempre, erano biondissimi, come il grano maturo nei campi. Ah, e poi sorrideva: sorrideva sempre e mi faceva divertire molto....
Era molto bella, dunque?. Fausta arriv quasi a sussurrargli le parole all'orecchio. Crispo fu preso dal panico; avrebbe voluto scappare via. Soprattutto quando Fausta aggiunse: Forse  cos: anche tu lo sei, e sei anche molto robusto e sviluppato, per la tua et. Ma non mi stupisce: tuo padre  un colosso.... E gli strinse la spalla, facendolo fremere.
S-s... credo di s. Anche se ricordo che era molto magra, biascic. Da quel poco che ricordava, era decisamente il contrario di Fausta: l'imperatrice aveva forme generose, era bruna e con gli occhi scuri, e soprattutto, rideva poco. Era molto bella anche lei, ma in un modo diverso. In un modo... inquietante.
Pi bella di me?, lo torment. No, non le era mai parsa una persona buona.
Crispo si sent terribilmente a disagio. Non sapeva cosa rispondere e non voleva indisporla. Aveva paura di Fausta. Siete... siete tutte e due molto belle, fin per dire tenendo basso lo sguardo, sperando che si accontentasse.
Lei non rispose, e il bambino os sollevare la testa e fissarla. Incontr due occhi di ghiaccio, e dovette soffocare l'impulso di piangere.
Tutte e due molto belle... Suppongo di dovermi accontentare, visto che lei era tua madre e tu, per lei, hai un occhio di riguardo, comment infine l'imperatrice, stringendosi nelle spalle e ostentando noncuranza. Per..., aggiunse con un tono pi deciso, facendo una pausa che pes come un macigno sull'animo agitato di Crispo. ...Per, io sono l'imperatrice, e lei era una concubina, dichiar solennemente.
Cosa  una concubina?, chiese Crispo, che ignorava il significato del termine.
Una puttana, rispose senza esitazione Fausta.
Quella era una definizione che aveva sentito usare, talvolta, tra i soldati con cui si esercitava. Ma il significato non gli era comunque chiaro. Tuttavia non os chiedere spiegazioni: aveva l'impressione che si trattasse di qualcosa di assai poco lusinghiero.
Fausta colse le sue perplessit. Non sai che significa?  una donna che si concede facilmente agli uomini, il pi delle volte per denaro.
E...  una cosa brutta?, chiese ingenuamente Crispo, che proprio non capiva dove volesse andare a parare l'imperatrice.
Direi. L'amore non  qualcosa che si compra, gli spieg Fausta. Puttane e concubine si fanno comprare: stanno con altri uomini per convenienza, al di fuori del sacro vincolo del matrimonio. Ci guadagnano, insomma, a stare con gli uomini: vestiti, gioielli, potere, soldi....
Crispo si chiese che differenza ci fosse tra il ruolo di sua madre e quello della ragazza che gli stava di fronte, ma non si azzard ad approfondire il concetto.
Insomma, non amava tuo padre, e giustamente lui si  stufato e l'ha allontanata.
E tu... lo ami?
Certo che lo amo! E lui ama me, si affrett a specificare Fausta. E sono certa che la nostra unione sar benedetta dagli di con tanti figli, quando sar il momento, aggiunse, con quella che a Crispo parve una punta di rammarico.
Ma voi... siete sposati da anni. Perch non li avete gi fatti, i figli?, chiese, incuriosito.
Fausta emise un profondo sospiro. Gli di hanno deciso che  ancora troppo presto, a quanto pare, rispose l'imperatrice, accentuando la confusione del ragazzino. Il suo precettore lo stava educando al culto di un unico vero dio, quello venerato dai cristiani, ma l'imperatrice dava importanza solo a quelli che venivano definiti gli di tradizionali, e molti a corte la pensavano come lei. Costantino gli aveva spiegato che Cristo era il pi forte di tutti, perch gli aveva permesso di acquisire il potere e avrebbe tenuto unito l'impero; ma Crispo trovava incomprensibile che i seguaci del dio cristiano lo considerassero il solo esistente, mentre tutti gli altri sostenevano che si trattasse di un dio minore, senza per negarne l'esistenza.
Io sono perfettamente in grado di procreare... E ci stiamo provando, quando  possibile, prosegu Fausta. Ma tuo padre  sempre cos impegnato... Spesso, come adesso,  lungo i confini a combattere i barbari, e quando  pi tranquillo deve viaggiare attraverso le principali citt del suo impero; oppure, se  qui, rimane fino a tardi a lavorare sulle sue scartoffie. Per amarsi bisogna trovare il modo e il tempo di stare insieme. E con lui bisogna trovare sempre il momento opportuno..., sbuff con aria annoiata.
Crispo pens che forse il padre si era stufato pure di lei. Quindi forse considerava anche Fausta una concubina, una puttana. Ma ritenne opportuno tenere per s quel suo pensiero...
Osio usc innervosito dal tablino dove studiava con Crispo. Il riferimento di Fausta a Minervina lo aveva indisposto. Sebbene la donna appartenesse alla sua vita precedente, quando era un generale e un senatore romano, e non un vescovo, consigliere personale dell'imperatore e precettore del suo unico figlio - ovvero la seconda persona pi importante dell'impero occidentale - le era ancora molto legato. L'aveva sposata, dapprima per lenire il senso di colpa seguito all'assassinio di suo padre, avvenuto quasi trent'anni prima; ma poi era stato conquistato dalla sua purezza, dalla sua ingenuit, che non era mai stata intaccata dai numerosi tradimenti di cui era stato vittima: Minervina era l'unica persona al mondo ancora disposta a considerarlo un uomo per bene, e solo la sua fragilit l'aveva indotta a cedere alle lusinghe di uomini pi aitanti e giovani di lui, come Sesto Martiniano e lo stesso Costantino, o a concedersi per disperazione ai sordidi clienti dei pi malfamati bordelli di Roma.
Nel suo spirito infantile, nella sua bont di fondo che la spingeva a non concepire il male negli altri, Minervina non aveva mai neppure percepito la sua brama di potere, la sua mancanza di scrupoli, che fin da piccolo lo avevano reso odioso anche agli occhi dei coetanei; ancora adesso, ne era certo, la donna pensava che Costantino l'avesse scaricata per la ragion di Stato, e non perch ne aveva abbastanza di lei. Era sempre disposta a giustificare tutti, e gli aveva fatto bene essere stato suo marito: si era sentito migliore. Per questo le sarebbe stato sempre grato, e sperava sinceramente che si trovasse bene con Sesto Martiniano, cui aveva procurato un lasciapassare all'indomani della battaglia di Ponte Milvio, salvandolo dalla vendetta di Costantino contro tutti i pretoriani.
Ma adesso si era proiettato in un'altra dimensione. Aveva la responsabilit di un impero, ovvero, ci che aveva sempre desiderato e a cui aveva sempre puntato. Costantino faceva affidamento su di lui perch le cose funzionassero a dovere e perch il loro potere si consolidasse. C'era tanto, tantissimo da fare, ancora, per rendere stabile e duratura la sua corona, barbari da respingere, rivali da combattere, e un sistema religioso e politico da affermare. Ed era lui a dover mantenere un complesso equilibrio, mentre l'imperatore giocava a fare quello che gli riusciva meglio: il soldato. Era di certo pi facile menare le mani su un campo di battaglia che costruire e consolidare un impero, amministrarlo e gestire la sua trasformazione da compagine precaria, ancora legata a vecchi e logori schemi, a una realt pi solida e coesa, dove tutti gli abitanti fossero partecipi di un comune destino, di una missione divina che li responsabilizzava inducendoli all'ordine, al rispetto delle regole e del sovrano.
Era per questo che aveva puntato tutto sul cristianesimo. Era per questo che si era fatto vescovo. Era per questo che aveva scelto Costantino, tra i tanti sovrani che, nell'ultimo trentennio, si erano disputati il predominio di Roma.
Solo il cristianesimo, capace di riemergere pi potente che mai dalle atroci persecuzioni subite anche in tempi recenti, aveva la forza trainante per unire aristocratici e plebe in un comune obiettivo, per imporsi come l'unica religione spazzando via tutte le altre e dando coesione all'impero.
Solo come insigne esponente di quella religione Osio avrebbe potuto orientare le masse verso scelte politiche formalmente giustificate dalla necessit di consolidare il loro credo, e gestire l'enorme flusso di denaro e sovvenzioni che i ricchi cristiani, per salvare la loro anima, erano disposti a investire perch Cristo, morto e risorto in Palestina tre secoli prima, ricevesse l'adorazione che meritava.
Solo Costantino, tra gli imperatori, si era dimostrato convinto che il cristianesimo fosse il pi efficace degli strumenti di potere, e disposto a lasciargli carta bianca per provvedere alla sua affermazione. Solo lui aveva la determinazione e la sfrenata ambizione per prevalere nelle feroci lotte per la supremazia che dilaniavano l'impero da quasi un secolo. E quanto era accaduto fino ad allora, con la sua irruzione nella tetrarchia a dispetto della sua iniziale esclusione, e il consolidamento del suo trono a scapito degli altri, fino a diventare il pi potente tra gli imperatori rimasti, dimostrava a Osio che aveva puntato sul cavallo vincente.
Ma non bastava a nessuno dei due che Costantino fosse il pi potente degli imperatori superstiti; Augusto, per compiere la sua rivoluzione e portare a compimento le sue riforme, non si era accontentato di dividere l'impero con Marco Antonio. Doveva essere l'unico. E c'era ancora molto da fare, per conseguire l'obiettivo. Anche per questo, Osio aveva scelto la vita ascetica di un uomo di Chiesa; nulla doveva distrarlo dalla sua missione: fare in modo che il dio dei cristiani diventasse l'unico dio dell'impero, perch anche Costantino fosse l'unico imperatore. Il sovrano era persuaso di dover affermare il credo cristiano, ma era ancora legato alla concezione di tolleranza che aveva sempre caratterizzato la tradizione romana, dove tutti gli di erano ben accetti, a patto che non interferissero con i doveri sociali e politici dei cittadini, come talvolta era accaduto per i cristiani, che si erano rifiutati di servire nell'esercito, e di sacrificare in favore dei sovrani. Ma Costantino aveva intenzione di fare sempre pi affidamento sui barbari mercenari per i suoi eserciti, e non gli importava troppo che i cristiani, o almeno le frange tra loro pi integraliste, si rifiutassero di servire come soldati.
Decise di andare dalla donna che da anni, prima ancora di diventare un uomo di Chiesa, aveva scelto come confidente, collaboratrice e amante. Elena, ormai, era troppo vecchia per suscitare in lui delle brame che lo distogliessero dalla sua missione, ma era sufficientemente intelligente e priva di scrupoli per assecondare in pieno le sue mire: e come madre di Costantino, aveva tutto l'interesse a contribuire all'affermazione piena e totale del figlio.
Raggiunse l'altra ala del palazzo, dove si trovavano gli appartamenti dell'imperatrice-madre. Elena si teneva a rispettosa distanza dalla nuora, da cui la dividevano non solo la differenza d'et, ma anche una certa rivalit nel disputarsi l'amore dell'imperatore, l'abisso di intelligenza a favore della pi anziana, e soprattutto la visione religiosa, pienamente cristiana in Elena, ancora legata ai valori tradizionali per Fausta, figlia di uno dei pi pervicaci persecutori, l'imperatore Massimiano.
Un'ancella lo fece entrare nel cubicolo della signora, nonostante la sua padrona non fosse ancora preparata per ricevere ospiti; ma la schiava era ben consapevole del rapporto che intercorreva tra i due alti personaggi della corte imperiale. E a Osio serviva vedere Elena nella sua pi trascurata intimit: pi la osservava nella sua decadenza di donna sfiorita, pi ne risultavano mortificati i suoi impulsi verso l'universo femminile.
E l'incontro appag completamente le sue aspettative. Elena gli apparve in tutto il suo declino, in semplice tunica, con i capelli ingrigiti sciolti lungo le spalle, e senza un filo di trucco che coprisse i profondi solchi ormai impressi sul suo viso, una volta bello. Se ne stava ingobbita sulla scrivania, studiando i documenti amministrativi che poi avrebbe trasmesso a lui dopo averne vagliato l'importanza. Osio si fidava del suo acume e le faceva passare al setaccio la corrispondenza destinata all'imperatore, per eliminare questioni che non interessavano il loro comune obiettivo di rendere sempre pi potente il figlio.
Le si avvicin e volle baciarla sulla bocca, pur tollerando a fatica il suo respiro non pi lieve n piacevole. Le palp il seno cadente, traendo soddisfazione dalla sensazione di disgusto che ne ricevette. La vide compiacersi, e come sempre non os indagare se lo facesse perch consapevole del loro contorto sodalizio, o perch comunque provava piacere dal loro contatto: un tempo era stata follemente innamorata di lui, ma poi anche lei, come tutti tranne Minervina, aveva imparato a conoscerlo per quello che era e valeva; e poich una parte di Elena era come lui, il rapporto le stava bene cos.
C' questa lettera del vescovo Milziade che dovresti proprio leggere. Quello non me la racconta giusta, gli disse la donna subito dopo essersi staccata da lui.
Gi.  troppo furbo, per i miei gusti, comment Osio. L'ho fatto eleggere vescovo di Roma per garantirci un appoggio laggi, ma sta acquisendo troppa autonomia. Lo sapevo che, prima o poi, avrei dovuto fare i conti con la sua ambizione....
E con la sua avidit, aggiunse Elena. Vuole nuovi fondi per la costruzione della basilica dedicata a san Giovanni, deliberata da Costantino. Ancora nuovi fondi.  davvero insaziabile: a giudicare da quanto ci chiede, sembra che stia costruendo una nuova citt, non una chiesa. Mi chiedo quanti di quei soldi stiano finendo nelle sue tasche....
Lo verificheremo presto, dichiar Osio. Ma prima di leggere la sua missiva, procediamo come sempre. Sei pronta?.
Elena annu sorridendo, si alz, si tolse la tunica, esibendo tutto il disfacimento del suo decadente, flaccido e rugoso corpo. Il suo amante, nel frattempo, si era sdraiato sul nudo pavimento. Lei gli sollev la tunica e gli abbass il perizoma, quindi si sistem in piedi all'altezza del bacino dell'uomo. In breve, Osio si sent investire dal caldo contatto di ci che la donna aveva conservato dentro di s per lui. Ne sent il nauseabondo fetore; e si sent sufficientemente punito per i suoi peccati e soffocato nella sua residua libidine.
Costantino i, signore dei romani, erede di Cesare, imperatore di tutte le terre europee dallo Stretto di Gibilterra al Danubio, contempl i movimenti del nemico dalla sua posizione strategica in altura, da cui poteva osservare l'intero campo di battaglia. Gli venne in mente un'immagine di sette anni prima, quando da una postazione simile aveva assistito allo stesso spettacolo a fianco del padre, l'imperatore Costanzo Cloro: era stato in Britannia contro i caledoni, ed era stata l'ultima volta che avevano combattuto insieme; allora il padre stava gi male, e Costantino avrebbe condotto da solo la successiva campagna, poco prima che Costanzo morisse.
Si rammaric di non avere accanto un figlio cui dispensare consigli e di cui ascoltare le opinioni, come era stato per lui a quel tempo. Aveva imparato molto dal padre, e ringraziava qualunque dio vi fosse in cielo per avergli dato l'opportunit di combattere al suo fianco: ci gli aveva anche permesso di guadagnarsi l'affetto dei soldati, i quali avevano fatto presto ad associarlo al loro amato comandante, al punto da eleggerlo subito suo successore al trono non appena Costanzo era venuto a mancare. Si chiese se il giovanissimo Crispo avrebbe fatto in tempo a guadagnarsi lo stesso privilegio: aveva appena undici anni, e molto tempo doveva ancora trascorrere prima che fosse in grado di seguirlo sul campo di battaglia. Tempo in cui sarebbe potuto succedere di tutto.
Non che Costantino si sentisse vecchio. Il suo fisico era pi vigoroso che mai, alle soglie dei quarant'anni, e capace di resistere alle pi dure fatiche, di sostenere gli sforzi pi acuti, di tollerare i sacrifici pi logoranti. Ma i figli da Fausta non venivano, nonostante la giovane fosse ormai da anni in et feconda, e l'imperatore si chiedeva se ci dipendesse da un suo declino, o se ci fosse qualcosa che non andava in Fausta. Solo un decennio prima, non aveva avuto difficolt a mettere incinta Minervina, ed era ansioso di mettersi alla prova, anche con una qualsiasi altra donna: voleva fortemente altri eredi, e non poteva tollerare che il tempo passasse senza riuscire a generarli. Ma temeva anche di mettere al mondo un altro figlio bastardo. Gi Crispo avrebbe avuto difficolt a reclamare ci che gli spettava come primogenito: permettere ad altri di rivendicare la sua eredit non avrebbe fatto altro che complicare le cose per chiunque gli fosse succeduto al trono.
E che doveva essere assolutamente un membro della sua famiglia.
Non voleva essere ricordato come uno dei tanti imperatori emersi dalle guerre civili, che poi non avevano lasciato una traccia di s. Era accaduto regolarmente per tutti i sovrani da quasi un secolo a quella parte, da Massimino il Trace fino alla tetrarchia instaurata da Diocleziano. Con la sola eccezione di Valeriano, che aveva lasciato il proprio regno a Gallieno, nessun figlio era succeduto al padre e, tantomeno, nessuno era riuscito pi a instaurare una dinastia dal tempo dei Severi. E adesso nessuno pi ricordava quei monarchi, come se la loro storia si fosse estinta con la loro morte. Per consolidare la memoria di s presso i posteri, era necessario fondare una dinastia: lui era succeduto con la forza al padre Costanzo Cloro, ma i suoi figli ed eredi sarebbero subentrati a lui naturalmente, per diritto di nascita e divino.
Quindi aveva bisogno di figli, e non solo per perpetuare il ricordo di s: solo con eredi che aveva cresciuto lui, cui avrebbe trasmesso i propri insegnamenti e le proprie convinzioni, sarebbe morto sicuro che l'impero proseguisse nella direzione che gli aveva impresso.
Si concentr ancora una volta sui movimenti dei franchi, che si erano lanciati a cuneo contro la fronte della sua falange. Non avevano speranze, contro i robusti guerrieri che aveva schierato a lance spianate in prima linea, addestrati alla coesione e pi avvezzi alla disciplina di quando combattevano nelle foreste, al comando dei loro rozzi capi.
Erano loro, quegli stessi barbari che avevano combattuto contro l'impero, quelli che lui aveva vinto e soggiogato, fino a convincerli a entrare nelle file dell'esercito imperiale, che avrebbero salvato Roma. Loro, e la determinazione dei cristiani a salvaguardare uno Stato che sentivano come proprio, come uno strumento per glorificare e imporre il loro dio.
C'era il rischio che un qualsiasi altro sovrano non istruito da lui non capisse quali erano gli elementi vincenti per mantenere in vita un impero logoro e vetusto, che aveva bisogno di nuova linfa per sopportare e vincere le profonde lacerazioni e pressioni di cui era oggetto. Un sostenitore dei valori tradizionali sarebbe ricorso alle soluzioni di sempre, rivelatesi non solo inutili, ma perfino dannose, capaci solo di rendere Roma indifesa di fronte a qualunque usurpatore, come di fronte ai barbari che premevano lungo le frontiere.
Come Diocleziano, ad esempio. Era stato il suo mentore, ma da lui Costantino aveva imparato cosa evitare, pi che cosa fare. Diocleziano era stato un restauratore: aveva perseguitato i cristiani, convinto che fossero loro a minare la solidit di Roma, e rifiutato l'apporto dei barbari, persuaso che i germani e i sarmati non potessero sostituire, in termini di efficienza, i soldati reclutati entro i confini. E aveva suddiviso l'impero in quattro parti, affidandone ciascuna a un sovrano da lui dipendente, nella convinzione che fosse pi facile difenderlo. Ma poi si era dovuto scontrare con la realt dei fatti: i cristiani erano pi forti, determinati e motivati di coloro che veneravano gli di tradizionali; i barbari erano troppi per poterli sconfiggere una volta per tutte; e quattro sovrani trovavano pi facile farsi la guerra che andare d'accordo, soprattutto quando ci andavano di mezzo le successioni.
Sarebbe stato lui a essere ricordato come il salvatore dell'impero, non Diocleziano.
Eppure, si sentiva solo. Aveva fretta che Crispo crescesse, per condividere con lui i suoi pensieri e portarselo dietro ovunque vi fossero occasioni per imparare a fare l'imperatore e il generale. Si rendeva conto che la sua irresistibile ascesa aveva comportato la rinuncia alla confidenza con chiunque, precludendogli qualsiasi amicizia o sentimento. Doveva diffidare di tutti, e sapeva bene che chiunque si avvicinava a lui lo faceva per cercare il suo favore, non per affetto. Aveva creduto di amare Minervina, ma in realt aveva capito ben presto di essersi solo infatuato della sua passionalit, di cui si era stufato altrettanto rapidamente. Di Osio aveva una stima infinita, e gli avrebbe affidato la propria vita; ma il vescovo era un uomo spietato, calcolatore, e non riusciva a ispirargli un vero affetto, men che mai un desiderio di amicizia sincera. E Fausta... Fausta se l'era presa quando era ancora una bambina, e solo per consolidare un potere ancora precario con un matrimonio di alto profilo con la figlia dell'ex tetrarca Massimiano. Ma era capricciosa e viziata, leggera come Minervina ma non altrettanto dolce e simpatica, e per giunta non gli stava dando figli: non era certo un rapporto di cui andasse orgoglioso.
Tutti gli altri si erano persi per strada, schiacciati dalla sua ambizione. Era proprio solo, e da solo avrebbe dovuto affrontare le tante sfide che ancora lo attendevano.
Osserv le schiere nemiche infrangersi contro la linea dei suoi soldati. Vestivano uniformi romane, gli imperiali, ma l davanti erano della stessa etnia degli uomini che stavano affrontando: franchi, alemanni, burgundi. Ma era certo che lo avrebbero condotto alla vittoria: avevano troppo da guadagnare, combattendo per l'impero romano, erano bramosi di diventarne cittadini e di godersi in pianta stabile tutti i privilegi che, da razziatori e predoni, in precedenza avevano solo sperato di assaggiare. Tutto ci che per i cittadini romani era banale, ovvio, scontato e talvolta noioso, per loro era esaltante, e sarebbero morti sia per conquistarselo che per difenderlo, per s e per i propri figli, destinati a diventare cittadini romani.
Erano loro che lo avrebbero portato alla gloria eterna. Loro, gli stessi che stavano per distruggere l'impero, avrebbero salvato Roma.
E lo avrebbero fatto grazie a lui.

3.

L'imperatore Licinio fiss a lungo, in silenzio e con diffidenza la coppia di profughi che gli aveva chiesto udienza. Minervina si rese conto che lei e Sesto non offrivano un bello spettacolo: solo con grande fantasia si sarebbe potuto pensare che appartenessero a due famiglie pi o meno illustri del Senato romano. Dopo la concitata fuga da Bisanzio, la traversata dello stretto e la corsa per lasciare le coste della Tracia e addentrarsi verso l'interno sembravano, piuttosto, due mendicanti in cerca di un tozzo di pane, con due figli appena nati da sfamare.
Per fortuna, alle loro spalle, tenuto a rispettosa distanza dall'imperatore dalle sue guardie del corpo, c'era il drappello di soldati della guarnigione di Bisanzio, che aveva accettato la proposta di Sesto: sottrarsi alla cattura da parte delle truppe di Massimino Daia e raggiungere il suo rivale. La loro presenza rafforzava l'offerta dell'ex pretoriano, limitando il rischio di apparire ridicoli, o folli, agli occhi di Licinio.
Il sovrano continu a scrutarli, poi finalmente parl. Dunque... Qui abbiamo un uomo che afferma di essere un ex pretoriano, reduce dalla battaglia di Ponte Milvio, che sarebbe fuggito da Bisanzio prima che cadesse nelle mani di Massimino Daia, portandoci in dote una trentina di soldati disposti, come lui, a combattere per noi....
Proprio cos, mio signore, conferm Sesto, cercando di mantenere l'atteggiamento fiero di chi non aveva nulla da nascondere.
E chi ci assicura che non siete delle spie inviate da Massimino?, replic asciutto.
Sesto perse per un istante la sua baldanza. Ebbene... Non hai nulla da perdere a credere alla nostra buona fede....
Licinio proruppe in una sonora risata. Non abbiamo nulla da perdere? Con un'imminente battaglia da combattere, in cui presumibilmente ci giochiamo tutto? Siete solo una trentina: il vostro numero non cambier le nostre sorti, se combatterete per noi, ma potrebbe essere sufficiente a danneggiarci, se foste uomini di Massimino e vi consentissimo di tramare alle nostre spalle.
Minervina inizi ad avere paura che Sesto avesse preso la decisione sbagliata. Guard i bambini che aveva in braccio e trem per la loro sorte.
Con tutto il rispetto... Ho combattuto al Ponte Milvio a fianco di Massenzio, e tu sai con quale valore hanno combattuto i pretoriani. Sono convinto di potermi guadagnare la tua piena fiducia sul campo di battaglia, insist Sesto.
Appunto, ribatt acido Licinio. Sappiamo che i pretoriani hanno combattuto fino alla morte, cadendo sul campo fino all'ultimo uomo con la fronte rivolta al nemico e laddove si erano schierati, senza arretrare di un passo. Se tu sei sopravvissuto, vuol dire che sei scappato. E non  certo una nota di merito....
Minervina vide Sesto farsi rosso in volto per il furore. Lo osserv stringere i pugni e serrare i denti. Cercando di contenere l'ira, non appena l'imperatore termin di offenderlo disse la sua: Mio signore, sono rimasto vivo solo perch, essendo uno dei pi alti ufficiali di Massenzio, il mio signore mi ha voluto accanto a s nell'estrema difesa. Sarei morto con lui e come lui, nel fiume, se questa donna non mi avesse raccolto agonizzante.
Licinio continu a ridere sprezzante. Ah! E noi dovremmo fidarci di chi ha fatto da balia a quel pazzo usurpatore di Massenzio? Nostro cognato Costantino lo detestava, e a ragione. Se lui persegue tutti coloro che lo hanno sostenuto, non vedo perch noi dovremmo comportarci diversamente!.
Minervina si sent assalire dal panico. Sesto le aveva confidato di essere certo che Licinio avrebbe accolto a braccia aperte chiunque avesse combattuto contro Costantino, nella consapevolezza che, presto o tardi, i due cognati sarebbero venuti a un inevitabile scontro. Ma a quanto pareva, andavano ancora fin troppo d'accordo, e consegnarsi a lui poteva esser come consegnarsi a Costantino stesso. Lei non avrebbe mai voluto aderire al partito di quel persecutore di Massimino Daia, e lo aveva fatto solo per compiacere Sesto; ma adesso quella scelta le sembrava preferibile al rischio che stavano correndo con Licinio.
Una staffetta giunse al galoppo nei pressi dell'imperatore. Confabul con un ufficiale dello stato maggiore, che si avvicin a Licinio e gli disse: Mio signore, le avanguardie di Massimino stanno sbarcando sulla costa!.
Il sovrano scosse la testa. Per gli di! Speriamo che il grosso dell'esercito sia molto indietro: siamo ancora troppo pochi per affrontarlo!. Poi guard Sesto e Minervina. Questi qui metteteli agli arresti: decideremo in seguito cosa farne.
No! Mio signore, no! Fai un errore! Hai bisogno di noi, ora pi che mai! Massimino Daia ha conquistato facilmente Bisanzio perch aveva almeno settantamila uomini con s, e ha fatto valere la sua grande superiorit numerica sulla guarnigione. Tu non puoi aver fatto in tempo a radunare tanti uomini!, grid Sesto avanzando di un passo verso di lui. Subito le guardie del corpo dell'imperatore gli puntarono le lance addosso sbarrandogli la strada. Un soldato arriv a minacciare con la punta della lancia anche Minervina, che strinse istintivamente a s i bambini.
Licinio gli lanci uno sguardo truce. Esatto. Dovremmo credere che qualcuno sia tanto pazzo da unirsi a un comandante che dispone di meno della met degli uomini dell'avversario? Sai bene che eravamo in Italia e che siamo dovuti venire in Tracia in tutta fretta per impedire l'invasione, quando abbiamo saputo dell'offensiva di Massimino. Non potremo disporre di numeri pari ai suoi prima di un mese almeno, ma a quanto pare dovremo dare battaglia con gli uomini che siamo riusciti a racimolare adesso, dichiar, rivolgendosi pi al suo stato maggiore che a Sesto. No, siete di sicuro delle spie. Forza, imprigionateli!, ribad.
I soldati si avvicinarono alla coppia e al drappello dietro di loro, intimando il disarmo. Minervina raccolse tutto il suo coraggio e grid: Mio signore, siamo davvero chi affermiamo di essere! Il figlio di tuo cognato, Crispo,  mio figlio. Io sono stata la compagna di Costantino prima che si sposasse con l'imperatrice!.
Sesto la guard indignato. Da tempo avevano deciso che il suo legame con Costantino avrebbe dovuto essere celato, nella convinzione che potesse portare solo guai, nei complicati giochi di potere che caratterizzavano i rapporti tra i vari imperatori. Ne era consapevole, ma temeva troppo per la sorte dei suoi piccoli per rischiare di essere sbattuta in un'oscura e fredda prigione, col rischio di far morire di stenti i due neonati.
Decise di ignorare la reazione di Sesto e di concentrarsi su Licinio, che la guardava incredulo. Nessuno le aveva offerto di sedersi. Era stremata dalle fatiche del parto e del viaggio, e dalla tensione per la loro sorte. Sent le forze mancarle tutte insieme. Trov il tempo e la lucidit per deporre nelle braccia di Sesto i due bimbi, prima di crollare a terra e perdere i sensi.
Sesto Martiniano aveva gi visto l'esercito di Massimino Daia schierato in tutta la sua potenza, solo pochi giorni prima davanti alle mura di Bisanzio. Allora c'erano state proprio le mura a proteggerlo, eppure gli aveva fatto paura al punto da indurlo a fuggire. Settantamila uomini non si mettevano insieme tanto facilmente a quei tempi: non era pi l'epoca in cui Roma poteva trovare con facilit reclute in ogni provincia. Adesso, nella pianura di Tzirallum, nei pressi di Adrianopoli, non c'era niente a separare i due eserciti, schierati uno di fronte all'altro.
E lui si stava ancora chiedendo se fosse schierato dalla parte giusta. Massimino Daia era l'ultimo difensore dei valori che lui stesso sosteneva, mentre Licinio era solo un opportunista, che aveva per il momento assecondato le simpatie cristiane di Costantino per compiacere il pi forte dei sovrani; inoltre, Massimino aveva un vantaggio numerico talmente rilevante da aver rifiutato qualunque approccio diplomatico di Licinio, che era consapevole di rischiare una sconfitta senza appello. Con soli trentamila uomini, aveva molte probabilit di ritrovarsi circondato non appena fosse iniziata la battaglia; ma non aveva avuto alternative al combattimento: se non fosse giunto subito ad arginare l'invasione del rivale, mai pi sarebbe riuscito a recuperare i territori che gli sarebbero stati sottratti prima di mettere insieme un'armata all'altezza di quella avversaria.
Dentro di s, era combattuto nei confronti di Minervina. Non sapeva ancora se ringraziarla per aver convinto l'imperatore a dar loro una possibilit, o se biasimarla per essersi tanto esposta: adesso, se se la fosse cavata, Licinio avrebbe senz'altro fatto di lei uno strumento da usare, all'occorrenza, contro Costantino.
Si riscosse dai suoi pensieri. Comunque fosse andata, ora era l per combattere, e doveva liberare la mente da qualunque considerazione che limitasse la sua resa nello scontro. Aveva promesso a Minervina che avrebbe protetto lei e i bambini, e invece era stata lei a salvarli, davanti a Licinio: doveva dimostrarle di essere ancora degno di essere il suo uomo, tornando da lei vivo e in salute. E, cosa altrettanto importante, doveva dimostrare a Licinio di essere degno della fiducia che aveva riposto in lui, accettandolo nella propria armata e mettendolo a capo di un'unit ben pi ampia dello sparuto gruppo di uomini con cui si era presentato al suo cospetto.
Quando vide la sterminata armata nemica iniziare ad avanzare, sent un brivido di eccitazione corrergli lungo la schiena. Dopo il Ponte Milvio, non avrebbe mai pi creduto di poterlo provare. Era sicuro, all'epoca, che sarebbe stata la sua ultima battaglia, comunque fosse andata, e una parte di lui se ne rammaricava: mai si sentiva tanto vivo come quando correva il rischio di morire a ogni istante. I suoi sensi si amplificavano, facendogli provare sensazioni intense e forti come solo nell'intimit con Minervina aveva provato. Ed erano sensazioni che davano dipendenza.
Le sagome dei nemici si fecero pi definite nei contorni, e dopo qualche tempo se ne distinsero anche i tratti: erano uomini dall'espressione determinata, feroce, come immaginava fosse la sua. Uomini che volevano ucciderlo, ma anche consapevoli di correre il rischio di stare vivendo gli ultimi istanti della loro vita. Come lui, avrebbero voluto ripercorrerla, rivivere i momenti pi belli del passato, ripensare a rimpianti e rimorsi, ma i veterani, almeno, sapevano che tutto ci li avrebbe indeboliti, e si concentravano solo sui loro bersagli, sui soldati che li attendevano a pi fermo di fronte, schierati in una falange coesa ma sottile e senza profondit: Licinio, infatti, per evitare che le ali finissero subito circondate, aveva predisposto uno schieramento il pi largo possibile, assottigliando di conseguenza i ranghi.
Diede il comando di serrare le fila e protendere le lance da urto in avanti. Il momento pi difficile sarebbe stato quello dell'impatto, che avrebbe obbligato gli uomini di Licinio a sostenere la pressione improvvisa di cunei profondi, in cui ciascun uomo in prima fila sarebbe stato sospinto da decine di altri alle sue spalle. Loro, invece, avevano ben pochi soldati in grado di arginare l'inevitabile rinculo della prima linea, che sarebbe seguito all'urto.
Continu a sgolarsi di mantenere gli scudi gli uni accanto agli altri e le lance in posizione orizzontale fino a un istante prima che le due armate venissero a contatto. Sesto si trovava sull'ala, all'estrema sinistra, e l'impatto lo riguard solo di riflesso. I soldati nemici tendevano a convergere verso il centro, per sfondare la sottile linea di Licinio, e trascurarono di esercitare pressione sui fianchi. Era chiaro l'intento di Massimino di stringere di fronte e da tergo l'armata del rivale, una volta effettuata la penetrazione. La sua unit, una legione a ranghi ridotti di circa ottocento uomini, rimase ferma nello stesso punto in cui aveva atteso il nemico, senza arretrare di un passo. Solo pochi esaltati, ausiliari barbarici di Massimino, si lanciarono contro i suoi uomini, finendo inesorabilmente trapassati dagli aculei costituiti dalle lance protese in avanti.
I suoi soldati levarono urla di giubilo, che per subito si spensero nell'assistere alla sorte della legione a fianco, investita con maggiore vigore. Gli uomini di Licinio dovettero cedere terreno, sebbene investiti solo di striscio e in obliquo, invece che frontalmente. Alcuni avversari rimasero impalati sulle loro lance, ma molti altri riuscirono a evitarle e a usare le proprie per trafiggere chi gli si opponeva. In breve, si aprirono dei varchi nella prima linea, che solo con difficolt furono colmati dalla seconda. Sesto immagin che verso il centro dello schieramento le cose stessero andando molto peggio; quindi, se c'era una speranza di vincere il combattimento, era sulle ali. Il suo occhio esperto, infatti, gli aveva permesso di notare che Massimino, vedendo i nemici schierarsi su una fronte lunga quasi quanto la sua, aveva concentrato ogni sforzo all'interno, rinunciando a qualsiasi tentativo di aggiramento. I suoi settantamila uomini, pertanto, accorrevano tutti a far massa verso il centro, perfino ostacolandosi a vicenda.
Per quanto potesse apparire assurdo, inconcepibile, quasi impossibile, addirittura paradossale, c'era un piccolo spiraglio perch fossero le forze di Licinio, infinitamente inferiori di numero, ad aggirare quelle di Massimino.
Quando vide cadere, trapassato da una lancia nemica, il comandante della legione a fianco della sua, il piano fin per formarsi nella sua mente.
Si rivolse alle due centene pi esterne. Soldati! Operate una conversione e attaccate il nemico di fianco!. Poi si mise alla loro testa, guid la manovra e si ritrov cos a condurre un attacco lungo il fianco del cuneo nemico pi esterno. Quando sferr il primo fendente con la spada su un avversario, spiccandogli di netto il braccio che teneva la lancia, lanci un urlo liberatorio, che costitu anche un incitamento per i suoi uomini. I nemici non si aspettavano l'aggressione, e tardarono a reagire, allentando la pressione sugli antagonisti di fronte e dando loro modo di serrare nuovamente i ranghi. In breve si riorganizzarono e ripresero ad avanzare, stringendo i nemici in una tenaglia, di fronte e sul fianco. Sesto trov straordinariamente facile mietere vittime, e la sua spada sempre pi vermiglia di sangue nemico continu a penetrare dalmatiche e corazze, a spaccare scudi e scheggiare lame finch non ci fu pi nessuno da affrontare. Molti uomini di Massimino giacevano sul terreno, morti o agonizzanti, gli altri avevano cercato rifugio verso il centro, dove continuavano ad ammassarsi gli avversari, o nelle retrovie.
Dalla sua posizione all'ala estrema, Sesto non era in grado di vedere come stessero andando le cose negli altri settori. Ma pot immaginare che gli uomini di Licinio fossero in forte difficolt soprattutto al centro, dove vedeva soldati di Massimino a perdita d'occhio. Tuttavia i nemici operavano in uno spazio fin troppo ristretto per i loro effettivi, e come previsto si ostacolavano a vicenda, ritardando l'inevitabile sfondamento e l'accerchiamento conseguente. Si stavano complicando la vita da soli, grazie all'errore del loro comandante supremo, che aveva utilizzato per la penetrazione centrale molti pi uomini di quanti gliene servissero.
Questo gli dava modo e tempo di realizzare il piano che aveva in mente. Cerc un ducenario superstite della legione a fianco della sua. Non appena ne vide uno, questi lo anticip ringraziandolo di aver salvato l'unit.
Se vuoi ringraziarmi davvero mettiti ai miei ordini e porta l'intera legione ancor pi all'esterno, dietro la mia, facendo mettere i soldati in colonna, gli disse Sesto.
Quello lo guard senza capire, poi la sua espressione cambi all'improvviso, il volto si illumin e l'ufficiale fece un largo sorriso. S, grid, e subito si volt per organizzare la manovra. Sesto torn dai suoi, che dispose a sua volta in colonna, attese che l'altra legione si disponesse in coda, poi diede l'ordine di marciare in avanti.
Era arrivato il momento di provare a vincere la battaglia.
Sesto osserv lo scontro in corso, dal quale si era tirato temporaneamente fuori. Si compiacque che il movimento aggirante della sua colonna non fosse stato notato da nessuno: la massa di soldati di Massimino era sempre impegnata nello sfondamento del centro di Licinio, e l'imperatore non aveva disposto nessun contingente sulle ali per controllare e arginare eventuali tentativi di aggiramento. Il che, tutto sommato, era abbastanza comprensibile: ben pochi comandanti avrebbero ritenuto di dover sprecare uomini per fronteggiare manovre largamente improbabili, da parte di un esercito che assommava a meno della met degli effettivi del proprio. E Licinio, in effetti, aveva gi il suo daffare a tappare le falle che si aprivano nel suo schieramento, per poter destinare uomini ad altri compiti che non riguardassero una disperata difesa dalla pressione nemica.
Era proprio l'effetto sorpresa il solo elemento su cui Sesto potesse contare per portare a buon fine la sua iniziativa. E anche cos, le possibilit di riuscita erano davvero flebili. Continu a condurre la colonna sempre pi avanti e, quando giudic di essere del tutto fuori dalla portata del nemico, vir verso il centro.
Ma i soldati si bloccarono, guardandosi l'un l'altro.
Allora? Muoviamoci! Vogliamo attendere che i nostri finiscano in rotta?, disse Sesto, dopo averli scrutati.
Un soldato avanz verso di lui. Generale, noi legionari abbiamo parlato, durante la marcia, e riteniamo che questa sia una manovra suicida, dichiar solennemente.
Un ducenario lo picchi con l'arbusto che Sesto aveva ordinato a ciascun componente della colonna di strappare dai cespugli incontrati lungo la strada e portarsi dietro. Come osi rivolgerti cos a un tuo superiore? E poi: se anche fosse? Sei un soldato, e farai ci che ti  stato ordinato!.
Sesto fece cenno all'ufficiale di calmarsi e si avvicin al soldato.  una manovra ad alto rischio, d'accordo. Ma  la sola speranza rimasta all'imperatore per vincere, spieg, rivolgendosi a lui ad alta voce, perch sentissero anche gli altri legionari.
Ma l'imperatore ha gi perso. Al centro saranno gi in rotta, ormai. Staranno fuggendo, con le spade nemiche a solleticargli il culo. Noi faremmo bene a fare altrettanto, finch ci lasciano in pace, insist quello.
Gli altri legionari emisero mugugni di approvazione. Sesto li fiss senza timore n soggezione: era stato un tribuno pretoriano, comandando i soldati migliori del mondo, e non gli facevano certo paura, si disse, quattro bifolchi che avevano preso le armi in mano da pochi anni. Tra loro c'erano anche dei barbari reclutati oltrefrontiera, che non avevano grande interesse alla vittoria dell'uno o dell'altro dei contendenti.
I pochi ufficiali presenti presero a spintonarli e a urlare in faccia ai pi facinorosi. Ancora una volta, Sesto fece loro cenno di stare fermi e avanz tra le schiere dei legionari. Soldati, se c' anche solo una possibilit di vincere ancora,  nelle nostre mani, dichiar. Il nemico non si aspetta che qualcuno gli piombi alle spalle, e vi garantisco che si far prendere dal panico: non si mettono insieme in poco tempo settantamila uomini senza riempire le file di reclute fresche di addestramento e prive di sangue freddo. Finch saranno in una posizione di vantaggio, conserveranno tutta la loro baldanza; ma state certi, non appena si vedranno minacciati e in una condizione di apparente inferiorit, non staranno neppure a valutare il nostro esiguo numero e rinunceranno a combattere. Avete davanti a voi l'occasione della vita, quindi: potete fuggire e conservare il ricordo di questa vergogna per tutto il resto della vostra esistenza, oppure diventare degli eroi, che potranno raccontare ai propri figli di aver sgominato quasi da soli un esercito sterminato. Immaginate solo i premi che vi procurerete, salvando il vostro imperatore!.
I soldati lo guardarono. Non sembravano pi cos convinti della loro decisione. Un centenario si pose al suo fianco e grid: Come me, voi tutti siete venuti a sapere, perch le voci corrono, che costui  un ufficiale pretoriano scampato al Ponte Milvio. E voi tutti sapete come hanno combattuto i pretoriani nella loro ultima battaglia. Io, personalmente, sono onorato di poter combattere a fianco di uno di questi prodi. E sono certo che ci guider alla vittoria!.
I mormorii di assenso crebbero, fino a sovrastare quelli di dissenso. Sesto decise di rompere gli indugi. Soldati! Io ho appena visto nascere i miei due figli! Desidero raccontare loro non della sconfitta al Ponte Milvio, ma della vittoria qui, oggi, a Tzirallum. E siccome non possiamo permetterci di perdere altro tempo, vi esorto a riprendere la marcia. Sono certo che molti di voi, adesso, la pensano come me; tanto peggio per quelli che rinunceranno: non potranno pi combattere n con l'uno n con l'altro dei due imperatori, chiunque vinca, e non riceveranno neppure la pensione. Nessuno vuole dei codardi!.
Si volt e mosse verso il nemico, senza guardarsi indietro. Ma sent subito urla di incitamento alle sue spalle. Si gir solo dopo aver percorso qualche centinaio di passi.
C'erano tutti.
Le sagome dei nemici presero di nuovo ad avere contorni pi definiti. Ma stavolta erano le loro schiene che Sesto contemplava, studiando il punto ove colpirli. Valut la situazione mentre continuava ad avvicinarsi: pi gli uomini di Massimino Daia penetravano lo schieramento di Licinio, e pi il loro numero gli impediva di sprigionare tutta la potenza di cui disponevano e provocare la rottura definitiva della linea nemica. La maggior parte di essi non combatteva affatto, limitandosi a sprecare energie nella ricerca di uno spazio utile per avanzare di qualche passo, facendosi largo tra le file dei commilitoni, per giungere a contatto col nemico. Ma la gran calca li costringeva alla paralisi, in una selva brulicante di armate dove solo la prima linea duellava con gli uomini di Licinio.
Presto o tardi Massimino si sarebbe reso conto di stare tenendo inutilizzata la maggior parte delle sue forze, e avrebbe allargato lo schieramento per compiere quell'avvolgimento che avrebbe dovuto perseguire fin dall'inizio. Oppure, i soldati di Licinio, che non disponevano di riserve, avrebbero ceduto alla stanchezza e cessato ogni resistenza. Doveva agire subito.
Sesto ordin di aumentare il passo, che divenne sempre pi veloce, e di strusciare lungo il terreno gli arbusti in dotazione. Qualcuno dei nemici nelle ultime file si accorse della presenza della sua colonna e la segnal ai compagni. Ma ormai era troppo tardi per organizzare una linea di difesa: l'ex pretoriano era vicino, e la massa confusa di soldati rendeva impossibile agli ufficiali rischierarli con un radicale capovolgimento di fronte. Inoltre, e su questo contava Sesto, il polverone sollevato dal trascinamento delle sterpaglie nascondeva l'effettiva consistenza della colonna: preg gli di che i nemici reputassero il suo contingente pi grande di quanto in realt non fosse.
Ordin ai suoi di intensificare ancora il passo e di allargarsi a ventaglio. Si avvicin al nemico con una fronte di un centinaio di uomini per linea, e quando fu a ridosso delle ultime file avversarie, ben pochi avevano fatto in tempo a voltarsi e a disporsi all'urto: e quei pochi avevano espressioni di terrore dipinte sul volto. Altri tentavano di girarsi per non offrire la schiena alle lance nemiche, ma gli scudi e i corpi dei camerati stretti accanto a loro glielo impedivano.
Fu come aggredire dei fantocci. Stavano fermi a farsi fare di tutto: affondi di lancia, fendenti di spada, calci, testate. Sesto e i suoi potevano sfogarsi contro avversari impotenti, e presto un ombrello di sangue si sollev sopra le teste e gli arti spiccati con facilit disarmante tra le file nemiche. La calca era tale che i cadaveri rimanevano in piedi quanto i loro commilitoni ancora vivi; Sesto si rese conto che combattere con un corpo morto a fianco, perfino appoggiato alla spalla, era devastante perfino per un veterano. Presto infatti inizi a leggere la paura negli occhi dei suoi antagonisti; il loro sguardo guizzava non sulla sua spada che stava per ucciderli, ma ovunque si prospettasse una via di fuga. Ma non c'era una via di fuga; almeno, non fino a quando non fossero caduti abbastanza soldati da liberare dello spazio.
Si diede da fare perch ci accadesse: intendeva provocare il panico e la rotta prima che le forze lo abbandonassero. Url a squarciagola per esortare i suoi a metterci tutto l'impegno possibile, ma si rese conto che non ce n'era bisogno: le sue parole avevano lasciato il segno, e pi avversari uccidevano, pi i suoi uomini si galvanizzavano, sentendosi come quegli eroi che lui gli aveva prospettato potessero essere.
Mulin la spada senza sosta, ricoprendosi di sangue altrui, senza dover mai parare un fendente, un affondo, una reazione. Gli avversari sembravano come prigionieri incatenati su cui poteva infierire a piacimento, e si sent un aguzzino, non pi un soldato. Sper che quella mattanza avesse fine quanto prima: erano soldati romani, per gli di, che sarebbero potuti essere utili agli imperatori per difendere le frontiere dagli assalti dei barbari. In qualsiasi altro momento avrebbero potuto essere ai suoi ordini, e contro un nemico straniero. Aveva iniziato la sua carriera militare combattendo in una guerra civile, che aveva visto la vittoria di Diocleziano. Il trionfatore aveva escogitato una soluzione che ponesse fine alle guerre civili, eppure la sua ultima battaglia da pretoriano Sesto, quasi trent'anni dopo, l'aveva combattuta in una guerra civile, e ancora adesso, si ritrovava a scannare romani nel bel mezzo di una lotta intestina: se non ci avessero pensato i barbari, gli venne in mente, l'impero sarebbe crollato per suicidio.
Iniziava a girargli la testa per la nausea e per la stanchezza, quando i primi nemici riuscirono a trovare dei varchi attraverso cui scappare. Sesto blocc i suoi uomini pi vicini, esortandoli a lasciarli andare via, ma dovette faticare a placare la loro furia omicida. I loro furono i primi colpi che dovette parare.
Li convinse a stento, e insieme rimasero a contemplare la rotta dell'esercito di Massimino Daia. Come aveva sperato, i soldati nemici si erano convinti di trovarsi in una morsa, tra due armate della stessa consistenza, e badavano solo a cercare scampo lungo i fianchi, scappando nelle due direzioni opposte. In breve non vi fu pi alcun collegamento tra i reparti, e le stesse unit si frammentarono in tanti piccoli gruppi, ciascuno capace solo di badare alla propria salvezza. Presto Sesto inizi a intravedere le prime file del grosso dell'esercito di Licinio, che di fronte al cedimento avversario avevano ripreso coraggio e riguadagnato terreno. Adesso erano loro a massacrare senza piet n difficolt chiunque fosse costretto a restare sul posto, in attesa che si sfoltisse la calca dei fuggitivi pi vicini alla linea di combattimento.
Per fortuna, era rientrato in battaglia quando ancora le linee di Licinio avevano conservato una parvenza di coesione. La manovra era riuscita come meglio non avrebbe potuto. Prov una soddisfazione insperata. Solo l'anno prima, dopo il Ponte Milvio, si era sentito un rottame, il relitto di un'era ormai conclusa, maturo per una ingloriosa pensione non solo da sconfitto, ma da componente di un corpo disciolto con infamia. Non pensava di avere nuove occasioni per combattere, n le cercava. Voleva solo proteggere Minervina, allora, ma per farlo si era ritrovato di nuovo su un campo di battaglia. E le sensazioni che aveva vissuto erano quelle di sempre, quelle di cui si era nutrito per un trentennio.
Da soldato dell'esercito regolare, aveva sognato di far parte del corpo dei pretoriani fin da quando li aveva visti in azione, in Britannia, diciassette anni prima, e tra i pretoriani aveva vissuto i suoi momenti pi esaltanti e quelli pi umilianti, ma sempre al centro degli eventi pi importanti, da protagonista. Aveva scelto loro perch erano i pi forti, i pi bravi, i pi invidiati ed esecrati; ora che non esistevano pi, cap che, come uno dei pochi superstiti, aveva il dovere di preservarne la memoria, rinnovando in guerra la gloria che avevano saputo acquisire prima della sconfitta finale per mano di Costantino.
Gli di lo avevano salvato proprio per questo, al Ponte Milvio. Per far sopravvivere i pretoriani e il mondo che loro rappresentavano: il mondo dei suoi avi, che aveva portato Roma ai suoi fasti pi alti, e che Costantino e la sua cricca di sacerdoti stava spazzando via.
E Licinio era la chiave. Dal Ponte Milvio, Sesto aveva cercato solo un posto ove rintanarsi e accudire la sua donna. Adesso sapeva cosa fare della sua vita.

4.

Fratelli, si legge nella Didach dei dodici apostoli: Primo, amerai il Dio che ti ha fatto. Secondo, il tuo prossimo come te stesso: tutto ci che vorrai non succeda a te, anche tu non farlo a un altro. E ancora: Benedite quelli che vi maledicono e pregate per i vostri nemici, digiunate poi per quelli che vi perseguitano. Quale grazia c', infatti, se amate quelli che vi amano? Forse non fanno lo stesso anche le genti? Voi invece comportatevi amorevolmente con quelli che vi odiano e non avrete nemico. Quindi, se uno ti d uno schiaffo sulla guancia destra, porgi a lui anche l'altra e sarai perfetto. Se uno ti costringe per un miglio, fanne con lui due. Se uno ti toglie il tuo mantello, dagli anche la tunica. Se uno ti prende il tuo non richiederlo, neppure infatti lo puoi. E sii mite, perch i miti erediteranno la terra.
Osio entr nell'agape proprio mentre il vescovo di Roma Milziade stava terminando l'omelia. Decise di non palesarsi e di rimanere in fondo alla sala ad ascoltare le parole del collega, per capire quanto ascendente avesse sui suoi fedeli. Anni prima, aveva contribuito a fargli ottenere il soglio, in un clima di forti tensioni tra cristiani, dilaniati dalle lotte tra chi aveva consegnato i libri sacri e sacrificato agli di durante la grande persecuzione, e chi aveva mantenuto la sua fermezza a rischio della vita. Milziade apparteneva alla prima fazione, ed era stato proprio per la sua estrema elasticit che Osio lo aveva scelto come collaboratore; ma non tutti i membri della comunit lo avevano accettato, e aveva faticato a imporsi. E adesso, il contrasto tra oltranzisti e traditori, come erano chiamati coloro che avevano accettato delle forme di compromesso, era diventato pi forte che mai: la missione di Osio a Roma aveva proprio lo scopo di comporre un dissidio ancor pi dirompente che era scoppiato a Cartagine.
La bont, la pazienza, la tolleranza e la generosit sono e dovranno sempre essere i tratti caratteristici di un cristiano, perch  ci che ci chiede Cristo per entrare nel regno dei cieli, riprese Milziade. Tra voi vi sono anche dei possidenti, che la luce del Signore ha colpito, ispirandoli a mettere i propri beni e la propria opera a disposizione dei pi bisognosi e della Chiesa di Cristo. Grazie anche a loro, Egli sar celebrato pi degnamente, con la costruzione di edifici per venerarlo, e con il sostentamento dei poveri cui lo Stato non provvede pi da tempo. Perch nel Vangelo chiamato secondo gli Ebrei  scritto: Disse a Lui il secondo dei due ricchi: Maestro, che dovr fare di buono per vivere?'. Gli disse: Uomo, fa' ci che dicono la Legge e i profeti'. Gli rispose: L'ho fatto'. Gli disse: Va', vendi tutto ci che possiedi e dividilo tra i poveri, e vieni e segui me'. Il ricco tuttavia cominci a scuotere la testa e non gli piacque. E il Signore gli disse: Perch dici: Ho fatto ci che dicono la Legge e i profeti? Poich nella Legge  scritto: Ama il prossimo tuo come te stesso, ed ecco molti tuoi fratelli, figli di Abramo, sono ricoperti di sterco, muoiono di fame e la tua casa  piena di molti beni e non ne esce proprio niente per loro'. E voltatosi disse al suo discepolo Simone che sedeva vicino a lui: Simone, figlio di Giona,  pi facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli'.
Osio era impaziente di parlargli della sua discutibile gestione delle entrate ecclesiastiche, ma si era imposto di attendere la conclusione del sinodo convocato dall'imperatore per dirimere la questione africana. Costantino non tollerava divisioni tra cristiani, e quanto era successo a Cartagine, con il nuovo vescovo Ceciliano ricusato da una fazione che faceva capo al candidato sconfitto Donato, rischiava di verificarsi in ogni parte dell'impero dove le persecuzioni erano state pi feroci. L'imperatore aveva scelto di puntare sui seguaci di Cristo perch convinto, come Osio prima di diventare un prelato, che avessero motivazioni e coesione superiori a tutti i fautori delle altre religioni, perfino di quella tradizionale; ma entrambi avevano dovuto ricredersi: le varie comunit seguivano ciascuna dei testi specifici su Cristo e i suoi apostoli, e ciascuna era convinta che i loro libri fossero quelli cui doveva conformarsi la religione; inoltre, gli strascichi delle persecuzioni, a Roma come a Cartagine, erano ancora presenti e in grado di squassare anche i centri pi importanti. Per finire, le varie comunit non riuscivano a mettersi d'accordo neppure sulla data in cui celebrare la resurrezione del Signore.
Io non accetto che un traditore faccia le prediche e citi le Scritture che ha consegnato ai pagani!. Un urlo improvviso tra gli astanti sembr confermare i pensieri di Osio. Milziade interruppe la sua omelia e guard stupito il convenuto che aveva parlato, un altro prelato, a giudicare dal suo abbigliamento.
Donato, ti ho accolto in pace, e tu interrompi una funzione sacra cercando la provocazione gratuita?, replic il vescovo romano, stizzito.
Si alz un altro accanto a colui che aveva parlato. E io non accetto che un traditore arrivi perfino a presiedere un concilio! Siamo venuti solo perch non avevamo scelta, e solo perch non  stata accolta la nostra richiesta di tenere il sinodo in Gallia: l non ci sono state persecuzioni, quindi neppure traditori come te!.
Ma certo! Quale giustizia possiamo aspettarci da te, che difendendo i nostri avversari difenderai te stesso?. Altri sacerdoti vicino a loro si alzarono in piedi e inveirono contro Milziade.
Osio cap di chi si trattava. Erano i dieci vescovi africani invitati al sinodo, rappresentanti del movimento scismatico che s'iniziava a definire donatista. Altrettanti ne erano stati invitati della parte avversa. Vide il vescovo romano guardare per un istante un paio di uomini seduti in prima fila. I due si alzarono, rivelandosi dei diaconi, e avanzarono verso il gruppo di prelati africani, che continuavano con i loro schiamazzi. Uno dei due spinton quello che gridava pi forte, facendogli perdere l'equilibrio e mandandolo addosso a un collega. Sta' zitto, tu! Fosse stato per gente come voi, non ci sarebbe pi un cristiano vivo sulla terra, e nessuno potrebbe pi diffondere la parola di Cristo!, url.
Un collega dell'uomo spintonato porse subito l'altra guancia, dando uno schiaffo all'autore del gesto. Fosse stato per voi, invece, nessuno oserebbe pi diffondere la parola di Cristo per mera paura! La Chiesa non pu essere in mano a dei codardi con la fede tanto debole!, grid a sua volta.
No! La Chiesa non pu appartenere a dei folli che non hanno il senso della realt!, replic l'altro.
Alcuni dei laici che partecipavano alla funzione si alzarono a loro volta e iniziarono a inveire contro l'uno o l'altro dei contendenti. Osio scosse la testa: doveva immaginare che la presenza in citt dei donatisti, i campioni dell'integralismo, avrebbe rinfocolato i vecchi rancori tra le due fazioni. In quelle condizioni, portare a termine il concilio diventava un'impresa. Lui era l come semplice osservatore e latore della volont di Costantino: Milziade sapeva bene di dover dare ragione a Ceciliano e reinsediarlo nella sua funzione di vescovo di Cartagine, dalla quale era stato destituito dai donatisti. Come consigliere personale dell'imperatore, Osio avrebbe potuto far pesare la sua autorit; ma Milziade, nonostante fosse diventato un problema, in passato gli era stato molto utile, e non era certo di poter trovare un collaboratore tanto fidato a Roma: voleva pertanto vedere come sapeva gestire la situazione, prima di prendere i provvedimenti che aveva deciso di adottare.
I vescovi africani non sembravano voler rinunciare a disturbare la funzione. Molti dei presenti erano gente semplice e povera, in soggezione di fronte a personaggi di rango come loro, e il pubblico assisteva ammutolito alla disputa tra religiosi, nella quale per i due diaconi sguinzagliati da Milziade erano in minoranza. E gli schiaffi volavano sempre pi frequenti. Osio not anche qualche indumento strappato. Il vescovo romano fissava la scena senza parlare. Non sembrava agitato n troppo turbato, ma non faceva nulla, e Osio inizi a indisporsi. Poi, lo vide lanciare un fugace sguardo a un uomo molto robusto, anch'egli seduto in prima fila, che annu impercettibilmente e subito si alz, dirigendosi verso il gruppo di visitatori. Osio era stato a lungo un soldato, e riconobbe nei suoi movimenti e nella corporatura un militare, oppure un gladiatore.
L'uomo si inser nella colluttazione e si accost a quello che si chiamava Donato, gli sussurr qualcosa all'orecchio e gli afferr la vita, stringendogli il bassoventre coi polpastrelli. Nella concitazione degli eventi, nessuno not quel che stava accadendo: l'energumeno era solo una persona in pi che si era buttata nella mischia. Ma le sue mosse non sfuggirono a Osio. Donato si pieg in due per il dolore, e il militare si allontan da lui guardando Milziade, che annu.
Il prelato africano respir a fondo per qualche istante, poi fece cenno ai suoi di andarsene. Usc dalla porta cercando di tenere il petto in fuori e la testa alta, ma comprensibilmente ebbe qualche difficolt. I suoi aderenti lo seguirono alla spicciolata, e presto torn la calma nell'agape.
Osio guard Milziade, che appariva compiaciuto. Era abile, il vescovo.
Troppo abile.
Dopo aver ascoltato con attenzione le parti in causa, dichiaro quanto segue, proclam Milziade, alzandosi dal suo trono d'avorio al centro della grande sala che ospitava il sinodo per dirimere la vertenza tra donatisti e sostenitori di Ceciliano. ...Nelle province africane si  prodotto un grave scisma che ha minato l'unit della nostra Chiesa, che dovrebbe essere unita in Cristo, e offerto un triste spettacolo ai fedeli. Un vescovo, il nostro stimato Ceciliano,  stato regolarmente eletto, secondo le regole e le consuetudini, e ha preso possesso del suo ufficio, pronto a rendere servizio a Cristo. Ma Satana si  impossessato delle menti, dell'animo e dei cuori di alcuni di coloro che avrebbero dovuto rispettare la sua elezione e aiutarlo nei suoi doveri, e li ha spinti a sconfessarlo e destituirlo, rendendogli impossibile adempiere il suo ufficio. Con l'autorit che mi  conferita da Cristo, dal nostro amato sovrano, l'imperatore Flavio Costantino, da Pietro primo vescovo di Roma, dichiaro valida l'elezione di Ceciliano a vescovo di Cartagine e scismatici tutti coloro che lo hanno ostacolato nell'esercizio delle sue funzioni. Da questo momento, dunque, egli  pienamente reintegrato nel suo ufficio, e chiunque lo ostacoli o lo disconosca nel suo ruolo sar espulso dalla Chiesa di Cristo.
La voce di Milziade fu subito coperta dalle urla di protesta dei donatisti, che si alzarono dagli scranni e presero a inveire contro il vescovo di Roma. Non c' stato dibattimento! Ricorreremo all'imperatore! Vogliamo essere giudicati dai vescovi della Gallia: quelli non sono traditori! Vogliamo un concilio in Gallia!, erano le parole che Osio udiva con maggiore frequenza.
Per lui la questione era chiusa, e Milziade l'aveva trattata in modo rapido ed efficiente. Adesso poteva parlargli di cose pi terrene. Attese che i convenuti sfollassero e richiam la sua attenzione. Il collega conged il diacono suo segretario, che Osio riconobbe essere Silvestro: era stato il sacerdote che aveva accompagnato Minervina nel suo percorso di conversione, ed era un brav'uomo; senz'altro, molto pi ingenuo e malleabile di Milziade.
Il vescovo si avvicin a Osio con solerzia: il concilio aveva confermato una volta di pi come la sede di Roma vantasse una superiorit rispetto a tutte le altre citt sede di un vescovato, e a maggior ragione su una periferica e marginale come Cordova; ma Osio era pur sempre il rappresentante dell'imperatore e, soprattutto, il suo consigliere pi stretto. Egli si deliziava del suo potere, e provava un brivido di eccitazione lungo la schiena quando aveva l'occasione di rimarcarlo su qualcuno che riteneva di ricoprire un ruolo superiore al suo. Era accaduto alla corte imperiale di Treviri quando aveva ricevuto per conto di Costantino i vescovi di Gerusalemme, Antiochia e Alessandria d'Egitto, ciascuno reclamando una superiorit sulle altre sedi metropolitane. Ciascun prelato di una citt che aveva visto nascere e fiorire una comunit cristiana, fin dai tempi antichi, anelava a essere considerato una sorta di capo della Chiesa cristiana in generale; ma nessuno capiva che il vero capo era l'imperatore, il quale aveva permesso che il cristianesimo si liberasse dai vincoli delle discriminazioni e delle persecuzioni e aveva favorito la sua ascesa. E ci voleva dire che il vero capo era lui, Osio, che aveva avuto da Costantino carta bianca per trattare tutte le faccende ecclesiastiche.
Milziade lo sapeva meglio degli altri. Proprio a Osio doveva il soglio che occupava, la sua carriera, tutto ci che aveva. E almeno formalmente, lo rispettava e si atteneva al suo ruolo di subordinato; era stato l'unico tra i vescovi delle grandi e antiche sedi dell'impero a non pretendere di governare gli altri. Anche perch, ne era consapevole, l'imperatore favoriva Roma pi di ogni altra sede: sebbene a Gerusalemme fosse morto il fratello di Cristo, Giacomo, era a Roma che erano stati martirizzati il suo discepolo pi importante, Pietro, e colui che pi di ogni altro aveva diffuso la parola di Cristo nell'impero, ovvero Paolo. Ed era a Roma che Costantino, grazie a Osio e alle trame che questi aveva tessuto per anni, aveva costruito quell'alleanza con la Chiesa cristiana che aveva condotto alla sconfitta di Massenzio, permettendogli di impossessarsi di quasi tutto l'Occidente romano.
Ma ci non significava che gli fosse ubbidiente e fedele. Lo aveva scelto tanti anni prima, quando Milziade era un semplice diacono, perch aveva visto in lui quella spregiudicatezza che gli serviva per mettere in atto il suo piano di conquista del potere usando la Chiesa come strumento. Ma quella stessa spregiudicatezza, a giudicare dalle cifre che passavano attraverso le sue mani, adesso che era diventato il pi autorevole dei rappresentanti della Chiesa cristiana, lo rendeva un rivale insidioso. I ricchi che si facevano cristiani, donando le loro propriet e rendite alla Chiesa, si rivolgevano al vescovo di Roma pi spesso che ai consiglieri dell'imperatore, e lui non era pi in grado di controllare l'enorme flusso di denaro che transitava nelle mani di Milziade. E come se non bastasse, l'avido prelato continuava a chiedere spropositate sovvenzioni per la costruzione delle basiliche deliberate da Costantino.
L'imperatore pu essere soddisfatto di te, Milziade. Hai condotto bene il dibattimento, e il risultato soddisfa le nostre aspettative, lo accolse quando il vescovo gli fu vicino.
Ho solo reso un servizio alla Chiesa di cui siamo entrambi servitori, e a Cristo. Se ci viene anche incontro alle esigenze dell'imperatore e lo soddisfa, non posso che esserne felice, rispose guardingo Milziade. Sapevano entrambi di avere di fronte un serpente, e pur avendo collaborato a stretto contatto per anni, non erano mai diventati amici.
Meno contenti siamo, a Treviri, delle continue richieste che ci fai di denaro, decise subito di affondare Osio. I costi della costruzione della basilica dedicata a San Giovanni si sono decuplicati, rispetto alle previsioni originarie. E sono passato a vederla: i lavori sono ancora molto indietro, ed  stato fatto ben poco. Viene da chiedersi cosa ne hai fatto, di tutti quei soldi che ti sono arrivati.
Cosa vuoi che ci abbia fatto?, rispose piccato Milziade. Hai idea dei costi che bisogna sostenere per costruire a Roma? E dei poveri che bisogna mantenere, per tenere la gente legata al credo cristiano?  tutto scritto sui registri, comunque. Puoi controllare quanto e quando vuoi. Non troverai nulla di irregolare.
Osio sapeva bene che i registri si potevano truccare. Le spese per i poveri e per le maestranze erano impalpabili e non riscontrabili. Non aveva dubbi che una parte di quel denaro fosse finito nelle tasche del vescovo e dei suoi amici. Guard fuori e not il militare con cui lo aveva visto all'agape, accompagnato da altri energumeni che parevano della stessa pasta. Le sue guardie del corpo, che probabilmente era l'imperatore a pagare.
Non ti scaldare, cerc di calmarlo. Ma non puoi negare che il tuo tenore di vita si sia notevolmente alzato, da quando rivesti il ruolo di vescovo e, soprattutto, da quando ti abbiamo dato libert di azione, dopo la vittoria di Costantino. Mi risulta che abiti in una villa lungo l'Appia, e che siano di tua propriet diverse insulae vicino ai fori....
Milziade si fece paonazzo in volto per il livore. Una vittoria che avete conquistato grazie a me, specific. Sono il vescovo di Roma, l'uomo pi importante della Chiesa cristiana nel mondo: vuoi che viva in una baracca? La gente guarda anche allo sfarzo, per dare credibilit a un capo.
Osio annot che aveva perso l'abituale circospezione e il rispetto formale per le gerarchie. Doveva essere proprio arrabbiato. O sentirsi ormai invincibile. Mi risulta che Cristo fosse un semplice falegname che viveva in una baracca: eppure a Gerusalemme lo hanno accolto come un re..., rispose.
Ma senti chi parla... Tu che vivi nello sfarzo della corte e raccogli tutte le briciole dell'imperatore... Come osi biasimarmi se cerco di dare lustro alla nostra Chiesa?. Sempre pi indignato, Milziade alz ancora la voce. Tu, a parte brigare e tessere le tue trame, cosa fai per la comunit dei cristiani? Tu ti sei fatto cristiano solo per opportunismo, hai sfruttato il nostro credo come strumento di potere, ma nel tuo intimo sei rimasto un uomo senza dio. Non pensare di potermi pi dare ordini: mi hai comandato a bacchetta per anni, per anni sono stato il tuo galoppino. Ora sono il vescovo di Roma, il supremo pontefice della cristianit, e non ho bisogno di intermediari per parlare con l'imperatore. Quindi tu, per me, sei irrilevante; non  a te che devo spiegazioni.
Osio annu senza cambiare espressione. Senza dire nulla, se ne and lasciandolo sul posto.
Questo rendeva tutto pi facile, si disse, passando accanto alle guardie del corpo di Milziade.
Ebbene, illustri senatori, desidero innanzitutto ringraziarvi per le cospicue donazioni che avete fatto per celebrare la maggior gloria di Nostro Signore. Grazie a esse, state vedendo sorgere in tutti i rioni di Roma delle chiese dove i fedeli potranno venerarlo con tutto l'agio, e che faranno impallidire i templi edificati nel corso dei secoli in onore delle false divinit adorate dai nostri avi, dichiar Osio, dopo i convenevoli di rito, ai senatori simpatizzanti dei cristiani, o cristiani essi stessi, che aveva convocato nella propria dimora romana.
Se posso permettermi, vescovo, vediamo solo cantieri, e nessuna chiesa terminata, obiett uno dei pi venerabili padri coscritti. E uno di quelli che aveva tirato fuori pi denaro.
Devi avere pazienza, Anullino, replic con calma Osio. Il nostro amato imperatore Costantino  riuscito ad assumere il legittimo controllo dell'Italia poco pi di un anno fa, eppure, in questo breve periodo di tempo ha dato avvio a tanti cambiamenti. L'Urbe ferve di lavori che presto giungeranno a compimento, cambiando il volto della citt, che diventer uno dei centri della cristianit e una delle basi principali del suo potere. Grazie a voi, senza dubbio: il nostro sovrano deve investire ingenti risorse per tenere al sicuro l'impero dalle razzie barbariche, reclutando truppe altrettanto barbariche per compensare la carenza di reclute tra i cittadini. Se potesse, destinerebbe una parte dell'erario alla costruzione delle chiese. E di fatto lo fa, sgravando di buona parte degli oneri fiscali chi, come voi,  tanto generoso da provvedere di tasca propria. Vi assicuro che le vostre donazioni sono impiegate nella loro totalit per glorificare il Signore, amministrate con rigore e distribuite con equit tra i vescovi, e presto potrete pregare in ambienti degni e prestigiosi, che voi stessi avete contribuito a costruire.
Ma non si tratta pi di libere donazioni, protest un altro senatore. Si stanno trasformando in una vera e propria tassazione. Ve le aspettate da noi con cadenza regolare, e inoltre, negli ultimi tempi, il vescovo Milziade ci ha chiesto pi volte una contribuzione aggiuntiva, destinata specificamente all'Urbe.
Osio si innervos. E su quale base?
Sulla base del fatto che i soldi che mandiamo a corte sono impiegati anche per costruire chiese in altre citt, dice.
Non sta al vescovo di Roma, che dipende dalla benevolenza dell'imperatore, sindacare sulle scelte del sovrano su come distribuire i proventi delle donazioni, spieg. A voi, e anche a lui, non deve importare altro se non che quel denaro viene destinato alla gloria del Signore: in quale ambito, non  poi cos importante. A meno che Milziade non voglia far risaltare il proprio nome legandolo alla costruzione di pi chiese che altrove. Ma sarebbe un peccato di vanit che non si addice alla sua carica. Se il nostro amato sovrano ritiene che alcuni centri abbiano bisogno di una chiesa ma non abbiano i mezzi per costruirla, perch non ci sono personaggi abbastanza ricchi da sovvenzionarla,  suo dovere, e anche vostro, provvedere a un'equa distribuzione delle risorse, per fare in modo che la parola di Dio venga udita ovunque, e non solo qui o nelle pi grandi citt. Non vogliamo che le nostre chiese diventino delle oasi in un deserto di fede. Lo spirito di un cristiano deve essere quello di farsi missionario per diffondere la parola del Signore e di condividere le proprie risorse con chi non ne dispone a sufficienza. Pertanto, vi chiedo di non dare nulla al vescovo, che gi percepisce pi che a sufficienza dall'amministrazione imperiale, la sola deputata a gestire le entrate.  l'imperatore, ricordatelo sempre, il capo della cristianit, anche perch  stato lui a fare in modo che si liberasse, si affermasse e godesse dei privilegi di cui gode tuttora.
I senatori sembrarono convinti e non insistettero oltre. Si compiacque di aver organizzato la riunione: Milziade aveva davvero perso la misura. Osio si considerava il solo deputato a gestire i fondi delle donazioni, che amministrava senza troppe intromissioni da parte dell'imperatore. Cos, Osio aveva tutto l'agio di incrementare il proprio patrimonio con un'oculata scrematura, che finiva per passare sempre inosservata. Dopo alcuni convenevoli, conged i suoi ospiti, tranne Bassiano, il cognato di Costantino, al quale chiese di rimanere.
Ma prima che uscissero tutti gli altri, un senatore gli si avvicin e gli disse a bassa voce: Ehm, vescovo, se tu volessi porre all'attenzione dell'imperatore quel problema cui ti ho accennato per lettera, relativo ai miei latifondi in Africa, saprei esserti molto grato.
Osio gli sorrise amabilmente. Nella sua posizione di consigliere personale dell'imperatore, veniva avvicinato da molte persone che gli chiedevano di intercedere presso Costantino per le loro questioni private. E lui sapeva sempre come mettere a frutto il suo ruolo. Ma certo, Aurelio, rispose. Sar mia cura farlo, dopo che mi avrai mostrato la tua gratitudine. Io parto per la Gallia dopodomani, sappilo. E il carro in cui viaggio  capiente. Il senatore lo guard un po' disorientato, poi annu, chin il capo in segno di deferenza e si accommiat.
Osio prese a squadrare Bassiano, per valutare la sua personalit. Era il marito di Anastasia, una delle due sorellastre di Costantino, le figlie che il padre Costanzo Cloro aveva avuto dalla legittima consorte Teodora; l'altra, Costanza, l'aveva data a Licinio. Aveva preso informazioni su di lui: era venale, stupido, meschino, ma con un'alta considerazione di s. Costantino lo voleva vicino perch aveva bisogno dell'appoggio della sua potente famiglia, ma non aveva fatto un buon affare. Perlomeno, non fino a quel momento: la sua malriposta ambizione, adesso, poteva essere messa a frutto per la causa dell'imperatore.
Allora, senatore, sei soddisfatto di te e del tuo ruolo?, gli chiese a bruciapelo.
Bassiano si mostr sorpreso per la domanda. Ma la sua risposta non si fece attendere troppo. Onestamente? Non tanto. Se posso parlare chiaro, dato che la tua  una domanda diretta, mi aspettavo che come cognato dell'imperatore avrei fatto una carriera pi prestigiosa. Sono sposato con Anastasia da oltre un anno, ormai, ma sono ancora un senatore e nulla pi. Mi aspettavo che si parlasse perlomeno di un consolato....
S, era proprio la persona adatta ai piani che lui e Costantino avevano elaborato a Treviri, si disse Osio. Proprio di questo vorrei parlarti, caro Bassiano. L'imperatore non ha agito subito, per non dare l'impressione di favorire troppo smaccatamente i parenti, per....
Gli occhi del senatore si strinsero fino a farsi una sottile fessura. Per?.
Osio rimase in silenzio, facendo finta di riflettere. Gli piaceva far pendere la gente dalle sue labbra: gli dava una sensazione di potere che, col tempo, si era trasformata sempre di pi in un piacere di natura quasi sessuale. Ogni suo atto, dal consigliare Costantino al farsi dare bustarelle dai senatori per intercedere presso di lui, dalla gestione dei fondi delle donazioni al modo in cui disponeva del destino di persone anche potenti, come appunto Bassiano, gli dava quella sensazione di onnipotenza che aveva inseguito per tutta la vita. Inoltre, Bassiano era un idiota che meritava di essere trattato come tale, e gli dava piacere tenerlo sulle spine.
Per... ti assicuro che  valsa la pena aspettare. Costantino ha in serbo per te un ruolo ben pi importante del consolato.
Gli occhi di Bassiano si allargarono di nuovo. Davvero?, esclam.
Gi. L'imperatore ha intenzione di assegnarti la diocesi illirica. La governerai in piena autonomia, afferm infine.
Bassiano si rabbui subito. Il suo viso era una maschera di delusione. Anche questo era divertente, in effetti, pens Osio. Ma... La diocesi illirica ricade sotto la sovranit di Licinio, obiett il senatore.
Non precisamente, ribatt Osio. L'ha amministrata Licinio fino a oggi,  vero, perch ricadeva sotto di lui all'epoca della divisione di Diocleziano; ma quando Costantino e Licinio si sono alleati contro Massenzio e sono diventati cognati, nei loro accordi era previsto che l'Illirico sarebbe passato di mano. Fino a oggi Licinio ha fatto finta di niente, ma ora ci riprendiamo ci che  nostro.
Bassiano sembr tranquillizzarsi, e di l a poco si fece raggiante. Comes dell'Illirico... Suona bene!, comment compiaciuto.
Fino ad allora, Osio aveva eseguito le disposizioni di Costantino alla lettera; l'imperatore trovava limitante la sua sovranit sul solo Occidente e aveva intenzione di provocare Licinio per spingerlo alla guerra. Da quando aveva sconfitto Massimino Daia, inglobandone i territori dopo il suo suicidio, il collega si era fatto troppo potente, ed era necessario arginarlo, in vista di un inevitabile scontro. Ma gi prima di convocare la riunione, aveva deciso di aggiungere qualcosa di suo. Tuttavia... ci sarebbe una cosa che dovresti fare per l'imperatore. E per me.
Tutto quello che Costantino desidera, naturalmente. La sua generosit merita di essere ripagata mille volte, replic untuoso Bassiano.
Riguarda il vescovo Milziade, caro Bassiano, precis Osio, sicuro che il senatore avrebbe fatto ci che gli stava per chiedere. E dentro di s, si sent sollevato: il viaggio a Roma era stato davvero proficuo. Lo scisma donatista era stato contenuto, aveva recuperato il controllo dei fondi delle donazioni, aveva dato avvio alla strategia per colpire il prossimo rivale di Costantino, e adesso stava per provvedere anche a quello che minacciava di diventare un pericoloso rivale per lui...
Ancora una volta, si disse che meritava di essere l'uomo pi potente dell'impero, dopo l'imperatore: lui, pi di ogni altro, aveva una piena consapevolezza del significato e delle necessit del potere.

5.

Sesto Martiniano non volle credere alle proprie orecchie. Rimase attonito in silenzio, davanti all'imperatore assiso sul trono, e al suo segretario che lo fissava in attesa di una cortese e rispettosa risposta alla sua dichiarazione.
Forse, Sesto Martiniano, non hai sentito ci di cui il nostro sovrano ha voluto che ti informassi..., disse ironico il segretario.
Io.... Sesto non sapeva se guardare il suo interlocutore o Licinio. Sono davvero sorpreso e onorato dall'importanza che il sovrano mi attribuisce. Ne sono orgoglioso e accetto con entusiasmo la carica di comandante delle guardie del corpo dell'imperatore. Nessun ruolo potrebbe rendermi pi felice, disse in piena sincerit.
Licinio annu quasi impercettibilmente, cercando di mantenere quella ieraticit che Diocleziano aveva introdotto per marcare la distanza del sovrano dai propri sudditi. Tuttavia aggiunse: E ora che abbiamo espletato le formalit, vorremmo parlarti a quattr'occhi, magister officiorum.
Alle sue parole, il segretario chin il capo e si conged, lasciando i due soli nella sala delle udienze. Solo allora Licinio si alz dal trono e si avvi verso la porta che collegava la stanza al suo tablino, dove invit Sesto a seguirlo. Si sedettero l'uno di fronte all'altro, e l'ex pretoriano si sent esaminato dagli occhi indagatori dell'imperatore. Nei mesi in cui aveva avuto occasione di frequentarlo, sebbene solo nelle occasioni ufficiali, si era fatto l'idea che non fosse particolarmente intelligente; senz'altro, non a livello di Costantino, e neppure di Massenzio. Ma aveva una mentalit solida e un carattere roccioso, ed era un sostenitore dei valori tradizionali molto pi di quanto fosse stato indotto a dimostrare dalle necessit politiche. Tutto sommato, gli piaceva, e non solo perch Licinio lo aveva ricoperto di onori da quando, due anni prima, l'iniziativa di Sesto sul campo di battaglia gli aveva consentito di prevalere su Massimino Daia. In quella circostanza, l'imperatore si era quasi sentito costretto a farlo, per assecondare gli umori dei soldati, che gi lo consideravano una leggenda, non solo per quello che aveva saputo fare a Tzirallum, ma per la sua passata appartenenza al corpo dei pretoriani.
Dunque... Forse gli di ci hanno davvero mandato la persona giusta al momento giusto, esord Licinio. Correggici se sbagliamo: tu hai difeso fino all'ultimo il tuo signore Massenzio contro Costantino e contro tutto ci che il nostro collega rappresentava, a cominciare dal suo disgustoso sostegno a cristiani e barbari, proprio i due elementi che l'impero dovrebbe avversare di pi.
Non nego che sia cos, mio signore, disse Sesto, senza alcuna piaggeria. Roma  stata costruita su altri valori, e ha prosperato grazie a essi per un millennio. Non vedo perch si debba spazzarli via....
Esatto. Lui non vuole veramente la tolleranza. Non vuole che il cristianesimo sia una delle religioni dell'impero e i barbari una delle forze dell'esercito. N si accontenta di met dell'impero, asser Licinio. Lui e la sua cricca vogliono che Cristo sia l'unico dio venerato nell'impero, e che i barbari a lui devoti e grati siano la forza principale dell'esercito. E l'impero lo vuole tutto per s: presto ci attaccher, ne siamo sicuri.
Sesto non poteva che essere d'accordo con lui. Perci rimase in silenzio, limitandosi ad annuire.
Comunque, la tua donna ha fatto un figlio con Costantino, prosegu Licinio, e questo, supponiamo,  un ulteriore motivo che ti induce a detestare quell'uomo.
Puoi dirlo forte, mio signore. Stavolta Sesto volle sostenere con vigore la sua posizione. Certo che gli dava fastidio: si era ridotto a un relitto, quando Minervina lo aveva lasciato per l'imperatore.
Molto bene, comment soddisfatto Licinio. Hai le giuste motivazioni, quindi, per sentirti indotto ad arginare le sue ambizioni, che rischiano di travolgerci tutti. Il fatto che sia nostro cognato e che nostra moglie, l'imperatrice, sia la madre di nostro figlio, non influenza le nostre decisioni. Sesto si chiese se si amassero: Costanza era giovane e bella, Licinio aveva qualche anno pi di lui ed era rozzo nei modi; gli sembrava incapace di sentimenti profondi.
Pertanto, sei tu la persona cui intendiamo affidare il pi delicato dei compiti, prima di ufficializzare la tua nomina a magister officiorum, prosegu Licinio. Come sai, l'altro cognato di Costantino, Bassiano,  stato nominato comes nell'Illirico. E come saprai altrettanto bene,  stato fatto senza neppure chiederci un parere. Considerando che siamo stati sempre noi ad amministrare quella diocesi e che ce l'aveva assegnata personalmente Diocleziano, troviamo tutto ci una chiara provocazione;  chiaro che Costantino vuole indebolire le nostre frontiere prima di lanciare il suo attacco.
Sesto annu. Si era reso conto delle conseguenze degli atti di Costantino fin da quando, poche settimane prima, era giunta la voce della nomina di Bassiano.
Non possiamo permetterci dunque che l'Illirico sia in mano a un uomo di mio cognato. Ma non vogliamo neppure essere noi a essere additati come coloro che hanno iniziato la guerra, prosegu Licinio. Pertanto, la soluzione che abbiamo escogitato  quella di trarre Bassiano dalla nostra parte. Suo fratello Senecione  stato un nostro compagno d'armi: la tua missione consiste nell'andare a Roma, contattarlo e spiegargli la situazione, affinch faccia pressioni su Bassiano per passare con noi. Siamo disposti a promettere a Bassiano la nomina a cesare, se manterr l'Illirico nella nostra orbita. Vedrai che Senecione ti aiuter: e il fatto che abbia combattuto ai nostri ordini non  il solo motivo che lo spinger a farlo;  pieno di debiti, e tu gli prospetterai un fiume di denaro.
Sesto prov un brivido lungo la schiena. Avrebbe voluto alzarsi e abbracciare l'imperatore per avergli dato di nuovo uno scopo. Certo, Licinio gli faceva capire che la sua nomina a comandante delle guardie del corpo era subordinata alla riuscita della missione, ma un incarico tanto delicato lo onorava, proiettandolo di nuovo in prima linea, al fianco di un imperatore, come era stato con Massenzio. E gli consentiva di vendicarsi dell'uomo che gli aveva rovinato la vita pi di ogni altro. Forse perfino pi di Osio, che gli aveva ucciso il padre.
Ti vogliamo in viaggio entro domani. Una liburna  gi pronta al molo, per portarti a Roma via mare, cos farai prima. Ci aspettiamo risultati, Sesto Martiniano. Ora vai a salutare la tua donna, senza dirle, naturalmente, il motivo della tua partenza, concluse Licinio.
Sesto si alz salutando con deferenza, e usc dalla stanza riflettendo su ci che avrebbe potuto dire a Minervina. Non che importasse: la sua donna non era pi tale, da quando aveva deciso di consacrare la propria vita al suo dio e ai figli. La femmina passionale e sensuale che l'aveva fatto innamorare non esisteva pi; al suo posto, c'era una madre ossessivamente attaccata ai figli e una matrona pia e devota, continuamente impegnata in opere di carit. Aveva fatto un voto perch il Signore li aveva salvati, e si sentiva in dovere di espiare i suoi peccati, diceva, soprattutto per come si era lasciata andare quando Costantino l'aveva abbandonata.
Un altro dei motivi per cui non poteva fare a meno di odiare l'imperatore. Se la sua donna non si faceva neppure sfiorare da lui da quasi due anni, la colpa, anche in quel caso, era di Costantino. E per Sesto era un tormento, averla vicino senza poterla toccare: la sua vicinanza gli ricordava di continuo i momenti di focosa intimit, i pi intensi che avesse mai provato, che avevano condiviso in un'altra epoca, sempre pi lontana nel ricordo ma non nelle sensazioni; e le riprovava ogni volta che le passava accanto e sentiva il suo odore.
S, gli avrebbe fatto bene starle lontano per un po'.
Se mio marito non te l'ha detto, Sesto Martiniano,  soprattutto a me che devi la tua nuova carica. Gliel'ho suggerito io.... Una voce femminile interruppe il flusso dei suoi pensieri mentre camminava verso l'uscita del palazzo imperiale.
Si arrest e si volt. Davanti a lui, in tutto il suo fulgore, col diadema di imperatrice a cingerle il capo, le gemme incastonate splendenti come i suoi occhi verdi, c'era la giovane Costanza, sorellastra di Costantino e moglie di Licinio.
E lo guardava come Minervina non faceva pi da tempo.
Vado a Roma, domani. La frase di Sesto usc secca, come quasi tutte quelle che il suo uomo pronunciava da parecchio tempo a quella parte. Era un tono ostentatamente distaccato, il suo: un tono da uomo che si sentiva rifiutato, come ripetute volte le aveva detto. Minervina, che aveva appena messo a letto i bambini, scosse la testa: Sesto non capiva. Aveva sempre colto al volo le sue pulsioni fisiche, sessuali, ma era sempre stato incapace di comprendere e assecondare quelle spirituali. Non la capiva quando lei, un tempo, balzava dalle une alle altre con disinvoltura, passando da un eccesso al suo opposto, e a maggior ragione non la capiva adesso, che aveva accantonato del tutto le prime, per dedicarsi solo a quelle che le suggeriva Cristo. Eppure era stata tanto tollerante da esortarlo a soddisfare altrove i suoi impulsi terreni; ma lui voleva solo lei, in un modo irragionevole e incomprensibile. Se davvero era innamorato come affermava, avrebbe dovuto comprendere la via che aveva intrapreso.
A Roma? Come mai?, gli rispose, senza riuscire a usare un tono pi caloroso di quello di Sesto.
E da quando in qua ti interessi di cose terrene e materiali? Ti basti sapere che ci vado, rispose ancor pi seccamente Sesto.
Ma Minervina non voleva litigare. Il Signore non approvava i facinorosi. Va bene. Spero che mi saluterai il mio caro Silvestro.  diventato vescovo, sai? Se lo merita. Spero che tu non stia via troppo a lungo, si limit a dire conciliante, sforzandosi di ammorbidire il tono.
Farebbe differenza, per te?, continu a provocarla Sesto.
Se non credi che lo farebbe per me, ammetterai che ne farebbe per i tuoi figli. I buoni propositi di mantenere un tono tranquillo erano gi venuti meno. Certe volte Sesto era proprio indisponente.
Sono ancora troppo piccoli per accorgersene. E comunque, ti ho chiesto se farebbe differenza per te, la incalz.
Minervina sospir. Come puoi ben comprendere, quando mostri un simile scontento, la tua presenza mi genera tensione. Quindi s, forse senza di te per un po' sarei pi tranquilla. Ma poi mi mancheresti. Sper che la considerazione finale lo ammorbidisse.
Ma il suo auspicio and subito deluso. Non vedo cosa potrebbe mancarti. Non vuoi pi niente da me. Il tuo dio e i tuoi amici cristiani ti danno tutto ci di cui hai bisogno, no?
Io da te vorrei comprensione. Perch non accetti serenamente la mia decisione? Non ti sei reso conto che stavolta non torno indietro? La Minervina incostante e senza volont non esiste pi!.
Sesto scatt, alzandosi in piedi e sbattendo il pugno sul tavolo. Minervina temette che i bambini si svegliassero. Comprensione? Ma se  una parola che neppure conosci! L'hai sempre chiesta a me, ma non me l'hai mai data. Sono quasi due anni che ti desidero senza poterti avere, eppure non ti ho mai tradito, sono rimasto docilmente in attesa che rinsavissi! E prima ancora, ho atteso anni che tu tornassi da me, ho compreso la tua infatuazione per Costantino e ti ho cercato e ripreso senza esitare dopo che lui ti aveva scaricato. Ho compreso quando ti sei abbandonata al vizio e ti sei messa a fare la puttana... E tu? Tu quando mi hai compreso?
Ma io sono tua, cerc di spiegargli. Non sono solo i piaceri della carne a fare una coppia. Tu mi hai aiutato e perdonato numerose volte, e io ti amo per tutto questo. Non respingere il mio sentimento solo perch non si esprime assecondando la libidine. Esistono cose pi importanti del... sesso.
Ah s? Detto da una donna con una natura passionale come la tua, suona un po' ridicolo, insist lui. Perch devi rinunciare cos alla tua natura? E perch devo farlo io? Mi hai abbandonato per Costantino, poi per il tuo dio... Hai sviluppato in me un senso dell'abbandono che mi impedisce, ormai, di trovare diletto nella vita. Era nella completa fusione dei nostri corpi che noi due trovavamo l'estasi. Ci  capitato ogni volta che abbiamo fatto l'amore... E tu vuoi rinunciare a tutto ci? Se il tuo dio ti ha dato questa natura, rinunciandoci lo offendi....
Sta proprio in questo la nobilt del mio gesto. Una persona normale farebbe meno fatica a rinunciare ai piaceri carnali. Ma io, che me ne sono nutrita da quando mi ha fatto accorgere delle mie potenzialit, faccio pi fatica. Per me  un sacrificio pi grande, pertanto il Signore lo apprezzer ancora di pi, asser con convinzione. Grande  stato il Suo miracolo nel salvarci, e grande deve essere la rinuncia per ringraziarlo.
Io ti ho salvato, non il tuo dio, per Giove!, imprec Sesto con i tratti del volto deformati dall'ira e dalla frustrazione. Io ti ho portata via in tempo da Bisanzio, io ti ho consentito di sfuggire ai nostri inseguitori, io ho vinto la battaglia e conquistato la fiducia di Licinio!.
Ci che hai fatto, lo hai fatto grazie al Signore, che ti ha dato la forza e la fortuna per realizzarlo. Tu non lo sai, ma  cos.
Ah s? E perch mai il tuo dio avrebbe dovuto aiutare proprio me, che non credo in lui? Non ha aiutato le migliaia di cristiani che sono stati massacrati nell'arena dalle bestie feroci fino a pochi anni fa, e dovrebbe aver aiutato me? Ma andiamo, siete proprio folli voialtri....
Ti ha aiutato perch sa che sei un uomo buono. E perch porge l'altra guancia, come ha insegnato a fare a noi. Ti parla, anche se tu non lo ascolti. E poi, non puoi conoscere i Suoi disegni.
Ma perch, tu li conosci, invece? Qualcuno di voi pazzi li conosce, questi fantomatici disegni? Ma ti rendi conto di quello che dici? Ogni parola che esce dalla tua bocca  incoerente, irrazionale e assurda. Come si pu ragionare con voi? Ti hanno completamente rimbecillita.
Minervina era combattuta tra l'impulso di piangere e quello di arrabbiarsi. Sesto non si era mai neppure sforzato di comprenderla. Poteva dirsi amore, il suo? Forse era solo desiderio carnale, un'ossessione per il suo corpo che non aveva nulla a che fare coi sentimenti. Rinunci a convincerlo.
Vide che anche lui si era arreso. Sesto si avvi verso l'uscio di casa ma, una volta sulla soglia, si arrest, si volt, la guard in modo torvo, gli occhi umidi, e disse: Ho passato un periodo esaltante e felice con te. Pochi anni, che sto scontando con tanti, tantissimi anni di infelicit. Vorrei non averti mai incontrata. Subito dopo usc, senza dare modo a Minervina di reagire a quelle parole, che la ferirono pi di un pugno.
Solo allora lei si accasci sulla sedia e lasci che le lacrime le sgorgassero copiose lungo le guance. Cosa doveva fare? Avrebbe voluto Silvestro l con lei. Ma era a Nicomedia, lontana da Roma migliaia di miglia. E l non aveva trovato un consigliere spirituale all'altezza di Silvestro. Si chiese se avrebbe dovuto infrangere il voto e assecondare Sesto, premiarlo per la sua costanza, fargli capire che gli voleva ancora bene, anche se non nel modo che sarebbe piaciuto a lui, e che lui era in grado di comprendere... Ma temeva per la sua determinazione. Se si fosse fatta risucchiare anche solo una volta nel vortice dei sensi, che tanto spesso l'aveva condizionata, temeva di ricaderci, e di non saperci pi rinunciare. E sarebbe stato un fallimento totale. Sesto le aveva sempre detto che in lei c'era una bestia irrefrenabile, un lato oscuro e potente che non era possibile dominare, e che la induceva a provare e provocare piacere come se fosse stata creata solo per quello scopo. Cristo le aveva fatto capire che era un vizio, non una virt, come le aveva fatto credere Sesto, perch le faceva perdere il controllo e la allontanava da una vita di dedizione agli altri, come avrebbe dovuto fare una buona cristiana, spingendola verso un'egoistica ricerca del godimento, fine a se stessa e di nessun aiuto al prossimo.
Quella pulsione interiore tanto bestiale non si accordava con le sue scelte di cristiana e anche di madre. Ma d'altra parte, negarsi completamente al proprio uomo non si accordava al suo ruolo di compagna.
Cosa doveva fare?
Osio pass nella corte esterna, dove not Crispo allenarsi al palo con la spada. Lo guard con simpatia. Il ragazzino utilizzava una normale spada da allenamento da legionario, ben pi pesante di una normale. Aveva rifiutato, gli aveva detto, una spada su misura per un bambino, pretendendo di imparare a maneggiare fin da subito una di quelle assegnate alle reclute dell'esercito. D'altra parte era molto pi robusto e sviluppato dei bambini della sua et, e la sua corporatura avrebbe potuto benissimo attribuirsi a un ragazzo di sedici anni o pi: non c'erano dubbi, sotto quell'aspetto, che fosse figlio di suo padre.
Della madre invece, pens, Crispo aveva un'ingenuit di fondo, una disposizione d'animo che gli impediva di vedere il male e la malafede negli altri, e lo rendeva, al contrario, ancor pi piccolo della sua et. Osio era stato tentato pi volte di dirgli che era stato sposato con sua madre e l'aveva amata, ma Costantino si era raccomandato di non farlo, nel timore che si affezionasse a lui pi che al padre. Si chiese come stesse Minervina e se le cose tra lei e Martiniano procedessero per il giusto verso. Non aveva pi parlato con la ex moglie, da quando aveva permesso loro di fuggire in Oriente. Lo aveva fatto solo per lei, la sola persona cui avesse voluto bene nella sua arida esistenza fatta di calcoli e ambizione. Fosse stato per lui, Martiniano avrebbe pagato lo sgarbo che gli aveva fatto divenendo l'amante della moglie, e sottraendogli cos non solo l'amore di Minervina, che forse non avrebbe avuto comunque, ma anche il rispetto. Ma Martiniano rimaneva il primo nella lista di persone che avrebbe voluto spazzare via dalla faccia della terra. E lo avrebbe fatto, presto o tardi. Adesso che era il secondo uomo dell'impero occidentale, poteva tutto.
Si riscosse dalle sue riflessioni e s'incammin alla volta del tablino di Costantino, impaziente di dargli la notizia che aveva appena ricevuto. Il processo che doveva portare alla resa dei conti tra i due imperatori aveva avuto inizio, e Costantino sarebbe stato lieto di saperlo. Giunto al suo cospetto, lo trov incurvato sui documenti disseminati sullo scrittoio: certi temi, soprattutto quelli di carattere militare, preferiva sbrigarli da solo, senza valersi del segretario. L'imperatore lo not con la coda dell'occhio e gli fece cenno di sedersi.
Ci siamo, mio signore, esord Osio. Come era lecito prevedere, Licinio cercher di contattare Bassiano. Ho saputo ora dalla mia spia alla corte di Licinio che un uomo  in viaggio alla volta di Roma per contattare tuo cognato e proporgli un'alleanza con Licinio, quando inizier la guerra.
Costantino trasse un profondo sospiro e si appoggi allo schienale della sedia, assumendo un'espressione pensierosa. Sbuff e disse: Be', questo ci facilita le cose. Abbiamo il casus belli, adesso. Procediamo con la mobilitazione delle truppe. Si tratta solo di stabilire quante possiamo portarcene dietro senza sguarnire le frontiere. Dovremo cavarcela come abbiamo fatto con Massenzio, affrontando una guerra con neanche trentamila uomini. Licinio sar in grado di schierarne anche di pi sul campo: e deve guardarsi solo dai persiani, lui. Noi, da tutte le trib che gravitano lungo il Reno.
Gi, ammise Osio. I persiani di sicuro staranno a guardare i due imperatori scannarsi tra loro, senza intervenire. I barbari, invece, non vedono l'ora di cogliere l'occasione per rinnovare le razzie. Finch non sarai imperatore unico, dovrai sempre guardarti di fronte e alle spalle, e per questo ci vorrebbero due eserciti....
Ci stiamo pensando, infatti, gli spieg Costantino. Intendiamo creare un esercito di frontiera, lasciando in pianta stabile le unit di confine l dove sono stanziate, incoraggiando i legami di quegli uomini con le province in cui operano e in cui magari crescono i loro figli, che a loro volta faranno i soldati: una milizia territoriale, in sostanza, su cui fare affidamento per la difesa delle frontiere. Se gratifichiamo i legionari con dei pezzi di terra, faranno di tutto per difenderli dalle devastazioni barbariche. E poi, vogliamo creare un esercito di manovra e da campagna, altamente professionale e ben equipaggiato, e stanziarlo in posizione arretrata e in modo strategico, in prossimit dei pi importanti centri urbani, da utilizzare per le guerre offensive. Inoltre, queste armate potrebbero, muovendosi per linee interne, rinforzare quelle di frontiera in caso di invasione.
Mi sembra un'idea eccellente!, comment Osio, sinceramente ammirato. Dal suo personale punto di vista, considerava Costantino il suo generale; ma alle soluzioni politiche pensava lui. Naturalmente, si guardava bene dal dirgli che, nella sua mente, i loro ruoli erano invertiti ed era Costantino il suo subordinato. Ma adesso dobbiamo arrangiarci con ci che abbiamo. Tuttavia, il mio consiglio  di aspettare. Se agiamo ora, non sar mai ben chiaro agli occhi dell'opinione pubblica che hai subito un torto, sugger.
Aspettare? Quanto?. Costantino non era tipo da stare a riflettere troppo. Era sempre stato un uomo d'azione. Anche per questo, Osio si reputava superiore a lui: conosceva la virt della pazienza.
L'anno prossimo terrai i Decennalia a Roma. E quale migliore cassa di risonanza per denunciare Bassiano dei festeggiamenti per i tuoi dieci anni di regno?, propose. Adesso l'Urbe  sotto il nostro pieno controllo, dopo la parentesi di Milziade:  una fortuna che quell'uomo sia morto subito dopo il sinodo contro i donatisti. Stava facendo di Roma un suo regno privato, come ho scoperto quando sono stato l. E sarai accolto con grande entusiasmo: la nostra iniziativa di regalare alla comunit cristiana le ville e le case che quel ladro si era comprato utilizzando i fondi delle donazioni ti ha procurato molti consensi. E poi, adesso il nuovo vescovo Silvestro  molto pi accondiscendente: vedrai che seguir le nostre direttive senza fare problemi. Osio si era guardato bene dal dirgli di aver indotto Bassiano a uccidere Milziade: avrebbe dovuto spiegare troppe cose che era opportuno l'imperatore non sapesse.
In realt, ci siamo un po' pentiti di essere stati tanto generosi verso la comunit cristiana, disse tuttavia Costantino. Non vogliamo alienarci le simpatie di nessuno. Ci serve anche il sostegno dei sostenitori degli di tradizionali, soprattutto in vista dello scontro con Licinio.  noto che nostro cognato  meno favorevole ai cristiani di noi, e non vorremmo che tutti i non cristiani si schierassero con lui, nel prossimo conflitto. Ai cristiani, per ora, basti aver ottenuto l'autorizzazione a praticare la loro religione in piena libert, tutte le gratifiche di cui sono stati oggetto e l'assegnazione a loro esponenti di posti di responsabilit e potere. In fin dei conti, solo fino a quattro anni fa gli imperatori e i governatori li facevano mangiare vivi dalle belve nel circo, quindi diremmo che la loro situazione  gi cambiata in modo significativo. Dobbiamo tenere a bada qualsiasi intolleranza. Anche tra le loro varie correnti: tutte le tensioni tra loro ci infastidiscono; non  per questo che li abbiamo scelti, ma per dare coesione e forza all'impero.
E sia, mio signore. Far in modo che anche i pagani abbiano motivi per rispettarti, rispose Osio. Ma lui la pensava in tutt'altro modo, e al momento opportuno avrebbe fatto valere il suo punto di vista.
Perch lui valeva pi di Costantino.
Buio. Buio completo. Costantino, sdraiato supino, cerc di abituarsi all'oscurit, nella speranza di scorgere qualche sagoma, ma il tempo passava ed era sempre tutto nero come la pece, intorno a lui. Prov a muoversi, ma and subito a sbattere col braccio contro una superficie rigida. Tent di rigirarsi, ma si accorse che non c'era spazio, da nessun lato, e neppure sopra di s. Si sent mancare l'aria e realizz di essere in una bara. Era morto! Inizi a sudare freddo. Era morto troppo presto: aveva un'infinit di cose da fare, ancora. Eppure si muoveva, pensava, si sentiva vitale. Doveva tornare assolutamente tra i vivi e finire ci che aveva iniziato. Poteva farlo: aveva realizzato tutto quel che si era proposto, fino ad allora, e sarebbe riuscito anche in questo proposito.
Prese a spingere la tavola sopra di s e scopr che cedeva facilmente. Sollevando il coperchio, si sent investire da un flusso di terra, che stronc sul nascere il suo tentativo di respirare finalmente a pieni polmoni. Si ritrov a masticare polvere, ma facendo pressione si ritagli nuovo spazio, e le sue braccia raggiunsero la frescura dell'aria libera. Pian piano pot affiorare anche col viso, e sputare il ruvido sapore della terra. Si divincol alla cieca dalla massa di terra che ancora lo avvolgeva e si erse a sedere. Poi si pul il viso e apr gli occhi, cercando di togliere con le mani sporche i residui di polvere che gli offuscavano la vista.
Quando fu in grado di distinguere qualcosa, si rese conto di trovarsi in mezzo al nulla, sotto una cappa di cielo talmente plumbeo da apparire scuro come di notte. La sua tomba era solo una fossa in un prato sterminato. No, non era un prato. Era una pianura di sterpaglie, rovi, cespugli... e rovine. C'erano colonne diroccate di ci che poteva essere stato un tempo, muri perimetrali di edifici, bruciacchiati e divelti, e qualche rogo ardeva ancora in punti lontani.
E non c'era niente a contrassegnare la sua tomba. Costantino i, il grande imperatore che si proponeva di cambiare il volto dell'impero, era morto ed era stato dimenticato da tutti. I suoi eredi non si erano presi neppure la briga di sistemare la sua salma in un mausoleo, o nella sontuosa tomba che avrebbe meritato un sovrano. Neppure l'ultimo plebeo della pi oscura provincia di Roma veniva trattato cos. E non c'era neppure una testimonianza della presenza di qualcuno che fosse venuto a rendere un tributo sul luogo della sua sepoltura. Niente.
Gi, gli venne in mente che non aveva eredi. S, c'era Crispo, ma non era un erede legittimo, e probabilmente qualche spregiudicato pretendente al trono aveva approfittato della sua condizione di bastardo per metterlo fuori gioco, magari anche per ammazzarlo. E l'impero era andato in malora, a giudicare dai ruderi che vedeva intorno a s.
Lo sapeva, lo aveva sempre saputo: lui, e soltanto lui, era l'argine alla deriva di Roma. E solo instaurando una dinastia i cui esponenti avrebbero seguito le sue disposizioni l'impero si sarebbe potuto salvare dalla rovina.
Ma lui non aveva eredi.
Si risvegli in un bagno di sudore, rendendosi conto che era stato soltanto un sogno. Ma, per qualunque dio vi fosse, sembrava cos reale... Tanto reale, si convinse, che si sarebbe potuto realizzare, se non avesse preso provvedimenti. Ancora confuso dalla potenza evocativa delle immagini che lo avevano avvolto fino a un istante prima, cerc di capire a che punto della notte si trovasse. Nessuna luce filtrava dalle finestre del suo cubicolo. Ricord di essere andato a trovare Fausta nella sua camera da letto prima di addormentarsi, e di aver avuto un poco coinvolgente rapporto sessuale con lei. La ragazza si impegnava molto per dargli piacere, e Costantino sospettava che si fosse anche fatta insegnare da qualche meretrice assunta per l'occasione le arti pi sofisticate della seduzione. Era migliorata molto, sotto quell'aspetto, negli ultimi tempi. Ma i risultati erano come sempre deludenti. Alle evoluzioni sempre pi spettacolari di cui si rendevano protagonisti a letto non seguiva mai una bella notizia: Fausta non rimaneva mai incinta. E quelle prestazioni rimanevano fini a se stesse, come andare in un lupanare a distrarsi per un po'. Solo che Costantino non aveva tempo di distrarsi, e non traeva pi tanto piacere dalla moglie. Le donne gli venivano a noia, dopo un po' di tempo, e aveva bisogno di cambiare. Aveva sperato che la giovent di Fausta gli garantisse piacere ed eredi a profusione negli anni a venire, e invece la ragazza si era rivelata frivola e capricciosa, e neppure fertile.
O forse era lui a non essere pi fertile. Aveva avuto un figlio dodici anni prima con Minervina, poi pi nulla. C'era di che preoccuparsi. Non poteva permettersi di lasciare che il suo enorme sforzo di riformare l'impero rimanesse confinato alla sua esistenza: il nuovo mondo che aveva appena iniziato a creare andava consolidato attraverso una serie di imperatori che andassero sempre nella stessa direzione; altrimenti Roma, invece di assurgere a nuova vita, sarebbe ripiombata nell'ineluttabile destino da cui aveva cercato di salvarla.
Fino ad allora, era stato convinto di non voler correre il rischio di mettere al mondo altri bastardi, costretti a conquistarsi con la forza un potere che, comunque, sarebbe rimasto sempre precario. Ma doveva assolutamente capire se non era pi in grado di mettere al mondo altri figli. Lui e Fausta avevano fatto uso di pozioni, erbe mediche e tutto ci che i medici di corte avevano suggerito, ma non era servito a nulla. C'era solo una cosa che non avevano tentato. Anzi, che lui non aveva tentato. Quella sera non si era neppure sforzato di immettere il suo seme in Fausta. Mentre la moglie si affannava sopra di lui, l'idea che aveva iniziato a formarglisi nella testa da qualche tempo l'aveva distratto e condizionato. E si era trattenuto, evitando di raggiungere il culmine del piacere. Adesso provava un dolore al bassoventre, e aveva bisogno di scaricare tutto ci che aveva accumulato durante l'amplesso.
Ma non intendeva farlo da solo.
Si alz, ovunque madido di sudore, la tunica inzuppata fino all'orlo. Si sofferm un istante davanti alla bacinella con l'acqua, indeciso se sciacquarsi e cambiarsi, poi stabil che non era il caso di farsi problemi e usc dalla stanza a passo spedito. Super le due guardie che vegliavano su di lui e fece cenno a una di esse di seguirlo, poi si diresse verso gli alloggi della servit, all'ala opposta del palazzo, mentre il soldato gli reggeva la torcia che aveva prelevato davanti alla sua camera. Sapeva gi dove andare. Con discrezione, si era informato nei giorni precedenti. Giunse davanti alla porta della stanza. Non buss. La apr, e per qualche istante cerc di abituare i suoi occhi all'oscurit.
Pot distinguere la sagoma avvolta dalle lenzuola della giovane e bella schiava che aveva adocchiato e scelto. Accost la porta, quindi si avvicin al suo letto e si sedette sul bordo. Solo allora la ragazza si svegli. Dopo un attimo di disorientamento, si accorse di non essere sola e fece per sollevarsi a sedere e urlare. Ma Costantino le mise la mano sulla bocca.
Shhhh! Non aver paura. Sono il tuo imperatore. E ora tu mi darai piacere, le sussurr, cercando di usare un tono dolce. La incoraggi ad annuire. La ragazza lo fiss nella penombra, si rese conto della sua identit e le sue membra sembrarono rilassarsi. Costantino le tolse la mano dalla bocca e la port sulla coscia della schiava. Si rese conto di non sapere neppure il suo nome; ma non gli sembr il momento adatto per chiederglielo. Si sentiva gi pronto a darle il suo seme.

6.

Pessimo individuo, pens Sesto Martiniano, dopo aver concluso il suo scambio di vedute con Senecione. Il fratello di Bassiano non gli era piaciuto fin dal primo approccio, e pi ci parlava e pi consolidava la sua impressione: l'ex commilitone di Licinio era molto guardingo e diffidente, non lo guardava mai in faccia e sembrava ben attento a non dire mai quel che pensava. Si rese conto che non era adatto per le missioni diplomatiche: lui era stato sempre molto franco con chiunque, incapace di mentire, e si sentiva inadatto al ruolo che gli aveva assegnato l'imperatore; ma non poteva deluderlo, e intendeva portare a termine il suo incarico.
L'offerta di Licinio  davvero generosa. Ma mio fratello  cognato di Costantino, e probabilmente diventer cesare comunque, con lui. Che interesse ha a mettersi contro il suo benefattore? Dovrei insistere parecchio. Viceversa, io non ho sposato nessuna sorella di Costantino... Che istruzioni hai ricevuto al mio riguardo?, gli chiese il suo interlocutore. Cosa ci guadagno a mettermi contro l'imperatore, a parte la stima di Licinio?.
Sesto sospir. Be'... avere un fratello cesare sarebbe gi di per s un grande vantaggio. Potresti ottenere una nomina di grande prestigio, grazie a lui. Senza contare la gratitudine di Licinio, ovviamente, che si tradurr in moneta sonante, si arrangi.
Promesse vaghe e generiche, mi pare, replic in tono scostante Senecione. Per essere il promotore di un processo che porter senz'altro a una guerra civile, mi ci vuole ben altro. Un premio in denaro fa presto a finire, specific, e Sesto non ebbe dubbi che le sue mani, definite bucate da Licinio, lo avrebbero presto dilapidato. Come ho detto, un giorno potrei essere fratello di un cesare in ogni caso. Ma non cesare.
Sesto si stup di quanto osasse Senecione. Non sapeva cosa rispondere. Ma...  tuo fratello il marito della sorella di Costantino....
A questo si pu rimediare..., ribatt prontamente il suo interlocutore, guardandolo finalmente negli occhi.
E come?
Posso pensarci io. L'importante  che Licinio mi garantisca che, se l'Illirico passa dalla sua parte, se mio fratello dovesse venire a mancare sarei io il nuovo marito di Anastasia e, pertanto, il nuovo governatore della diocesi e il cesare.
Se tuo fratello dovesse venire a mancare....
Esatto.
Ma non  detto che accada.
Gli incidenti possono accadere a chiunque e in qualunque momento.
Sesto si sent ghiacciare il sangue nelle vene. Era di fronte a un personaggio che non si sarebbe fermato davanti a nulla, pur di conseguire il potere. Ne aveva incontrati tanti, in quei tempi caotici in cui l'impero era appannaggio dei pi spregiudicati: Costantino stesso, Licinio, Osio erano quelli sopravvissuti, calpestando ed eliminando i rivali e chiunque fosse un ostacolo alla loro ascesa, ma altri, come Massimiano, Severo, e da ultimo Massimino Daia, avevano finito per soccombere. Non c'erano pi dinastie che trasmettevano il potere in modo pacifico e indolore, da padre a figlio, ma avventurieri che si prendevano il trono con la forza o con l'astuzia, e chiunque si sentiva autorizzato a provarci. Chiunque, beninteso, fosse tanto pazzo da ambire a ruoli che lo mettevano sotto costante minaccia di morte.
Sesto si era sentito di nuovo vivo su un campo di battaglia, e grazie al suo valore si era sempre guadagnato posti di responsabilit, o ricostruito la sua carriera quando era caduto in disgrazia. Si chiese se avrebbe avuto il coraggio di andare oltre e di salire ancora, fino ad ambire ai vertici dell'impero, come era accaduto anche al pi oscuro soldato da quasi un secolo a quella parte, ovvero da quando si era estinta l'ultima dinastia, quella dei Severi: Diocleziano aveva dimostrato che una ferrea volont poteva condurre a qualsiasi obiettivo, per quanto irraggiungibile e irragionevole potesse apparire.
No, si disse, lui non sarebbe sceso a compromessi n avrebbe mai macchiato il suo onore per pura smania di potere.
Ma, a quanto pareva, Senecione era dispostissimo a farlo. Lui era l per fare in modo che i piani di Licinio si realizzassero, in qualunque modo. Pertanto, prese atto che il suo vero interlocutore era Senecione, e non Bassiano.
E sia, dunque. Avrai tutto ci che sarai in grado di far accettare a Bassiano, nel caso gli capiti qualcosa, disse infine.
Senecione rimase qualche istante in silenzio, visibilmente compiaciuto. Poi aggiunse: Torna stasera da me, Sesto Martiniano. Ti far incontrare mio fratello dopo essermelo lavorato un po', e vedrai che lo troverai accomodante. Tu ti comporterai come se io fungessi solo da tramite, naturalmente.
Sesto annu e fece per alzarsi. Ricordo le tue imprese, tribuno. Eri un eroe, solo quattro anni fa, dopo la campagna d'Africa. Adesso sei un reietto, almeno in questa parte dell'impero, disse Senecione, con quella che all'ex pretoriano parve una punta di malizia.
 passato molto tempo da allora, rispose infastidito.
Hai avuto un bel coraggio a venire qui a Roma, continu il suo ospite. C' una taglia su tutti i pretoriani sfuggiti alla vendetta di Costantino, non lo sai? E sugli ufficiali  particolarmente elevata. Sugli ufficiali eroici, che erano il simbolo del potere di Massenzio, poi, non ha prezzo....
Sesto non replic.
Dovresti stare attento. Se qualcuno ti riconoscesse, non ci penserebbe due volte a portare la tua testa al prefetto della citt; e come faresti a portare a Licinio la notizia degli accordi che abbiamo appena stipulato?, insist Senecione, pi per provocarlo che per avvertirlo. O almeno, cos gli parve.
Star attento, sta' sicuro, rispose sferzante, poi si volt e si avvi verso l'uscita.
E si chiese a chi dovesse stare attento. A metterlo sull'avviso era stato uno disposto ad ammazzare il fratello, per guadagnarsi un posto al sole.
Fausta, dobbiamo parlarti. Il tono grave con cui Costantino le si rivolse fece capire all'imperatrice che si trattava di una cosa seria. Fiss suo marito, seduto dietro il suo scrittoio del tablino in cui l'aveva convocata, come se si trattasse di un incontro formale. Non era mai capitato che la chiamasse nel suo studio, e si sent nervosa. Non prometteva nulla di buono. Da tempo temeva che la sua incapacit di procreare inducesse Costantino a scaricarla, ed era terrorizzata all'idea di perdere i privilegi connessi alla sua condizione di sovrana. L ad Arelate, dove Costantino aveva trasferito la sua capitale da qualche tempo, poteva fare quello che le pareva, durante le frequenti assenze dell'imperatore.
L'imperatore la invit a sedere davanti a lui. Fausta prese posto sulla sedia di fronte allo scrittoio, e si sent ancor pi in soggezione di fronte al marito, che troneggiava imponente, con la sua mole massiccia, quasi proiettando la sua ombra su di lei.
Sono anni che proviamo ad avere figli, Fausta, e non ne sono venuti, esord Costantino, e la donna ebbe una fitta allo stomaco. Il momento che temeva era arrivato.
Forse... forse non ci abbiamo provato abbastanza, prov a dire. Mio signore, tu sei molto impegnato, e non abbiamo molte occasioni....
Il marito corrug la fronte, assumendo un'espressione severa. Ci abbiamo provato, eccome se ci abbiamo provato. Ma non sono venuti, ripet glaciale.
Fausta era sinceramente convinta che non ci avessero provato abbastanza. Con tutti i viaggi che aveva compiuto Costantino, avevano giaciuto insieme s e no una cinquantina di volte l'anno, di cui solo in rari casi in giorni per lei fertili. Dammi un'altra possibilit, mio signore, disse spaventata. Rimani con me per un periodo sufficientemente lungo; un erede  importante almeno quanto le questioni di Stato che ti costringono ad allontanarti tanto spesso.
Pu darsi che lo faremo, un giorno. Ma non ora, e adesso non possiamo pi aspettare. Abbiamo bisogno di un erede, subito.
V-vuoi... vuoi ripudiarmi?, azzard.
Non ne abbiamo intenzione, per ora, fu la rassicurante risposta dell'imperatore. Il momento  delicato, con le tensioni montanti con Licinio. Abbiamo bisogno del sostegno popolare, e un divorzio potrebbe comprometterlo. Fausta tir un sospiro di sollievo. Tuttavia..., aggiunse.
Dopo qualche istante di gravido silenzio, riprese: Abbiamo bisogno di un figlio.
Fausta si chiese dove volesse andare a parare. Voleva che lei si facesse mettere incinta da un altro e lo facesse passare come figlio di Costantino?
Mio signore, forse... forse il tuo seme... non  pi efficace....
Costantino si stizz. Il nostro seme  efficace. Tuttora.
E prima ancora che Fausta facesse in tempo a interrogarsi su come facesse a dirlo, aggiunse: Ne abbiamo avuta la prova un paio di mesi fa.
La donna era disorientata. Che voleva dire?
Avremo un figlio, ma non da te. Almeno ufficialmente. Ma vogliamo che tutti pensino che sia tuo. Non dovr essere un altro bastardo, specific l'imperatore.
Fausta impieg del tempo ad assorbire i tanti e pesanti concetti che quella dichiarazione conteneva. Dunque: Costantino era in grado di procreare, e quindi forse era lei a non essere fertile. Aveva messo incinta un'altra donna. E infine, cosa pi rilevante di tutte, voleva far passare il bambino per suo.
Ma... cosa vuol dire che gli altri devono pensare che sia mio? Come  possibile?, chiese, stordita come se l'avessero percossa in testa.
Fingerai una gravidanza, ecco tutto. Diremo che stai spesso male, e saranno poche e fidate le persone che ti vedranno fino alla nascita del bambino. E quando arriver il momento del parto, il mondo sapr che  nostro figlio.
Fausta avrebbe voluto rispondergli con un fiume di parole, ma sapeva di dover tacere. Eppure, un turbine di pensieri le mulinava nella testa.
Chi sarebbe la madre?, si limit a dire.
 irrilevante, replic asciutto Costantino.
Magari  una schiava..., aggiunse, quasi sussurrandolo per timore della reazione del marito.
 tutto. Dobbiamo partire subito per la frontiera, adesso. Sei congedata, mia signora, tagli corto Costantino.
Fausta annu automaticamente, chin il capo in segno di deferenza e usc dallo studio senza pi dire un'altra parola. Se ne torn nel suo cubicolo e si accasci sul letto, e solo allora proruppe in un pianto dirotto.
A quanto pareva, avrebbe dovuto allevare il figlio di una schiava come se fosse il suo. Lei, figlia del grande imperatore Massimiano, costretta a passare per madre di un plebeo, di un bastardo che avrebbe dovuto trattare con tutti i riguardi, come il figlio che non era stata capace di dare a Costantino. Pagava a caro prezzo la sua carenza, e il vantaggio di non essere ripudiata. Con un'umiliazione cocente. Era la vendetta del marito per la sua presunta inadeguatezza come moglie. Eppure, perch doveva colpevolizzarla per una mancanza che era soltanto sua? Se avesse giaciuto un po' pi spesso con lei, i figli sarebbero arrivati, ne era certa. Se l'avesse portata con lui durante le campagne, gli avrebbe tenuto compagnia durante la notte e le occasioni per procreare si sarebbero moltiplicate. Invece, Costantino l'aveva quasi ignorata, e adesso si lamentava e addirittura la puniva per non avergli dato figli. Ma cosa pretendeva, che il suo corpo fosse pronto e fecondo in quelle rare volte in cui trovava il tempo di possederla? Non era colpa sua, se l'imperatore preferiva i campi di battaglia al talamo nuziale!
Era sicura di non avere nulla che non andasse; ma in ogni caso, non poteva vivere col dubbio di non essere in grado di rimanere incinta. E si accorgeva di essere sempre pi furiosa col marito per averla umiliata cos ferocemente. Non una parola di comprensione, n le aveva chiesto la sua opinione; si era solo limitato a comunicarle la notizia, come se non la riguardasse. Non avrebbe potuto farle pi male, e desider rendergli la pariglia. Desider ferirlo come lui aveva fatto con lei, e desider pi che mai essere madre davvero, senza dover confinare il suo desiderio di maternit a una farsa come quella che il marito le aveva imposto.
Si trasfer davanti allo specchio e vide lo scempio che il pianto aveva fatto del suo volto. Chiam l'ancella e si fece rifare trucco e acconciatura. Poi usc dalla stanza, si assicur presso il personale di palazzo che Costantino fosse partito, quindi si diresse verso gli appartamenti di Crispo. Trov il figlio dell'imperatore intento a studiare, da solo. Scorse del turbamento negli occhi del giovane, come sempre. Sapeva di fargli un profondo effetto, e sapeva anche che Crispo era molto precoce, per la sua et: un paio di volte aveva notato la tunica gonfiarsi al di sotto della cintola, quando gli si avvicinava, e la cosa aveva eccitato anche lei.
Non ti annoi a studiare o a esercitarti sempre, Crispo?, gli chiese, accostandosi a lui.
Il ragazzino guard altrove. Cos'altro dovrei fare?.
Fausta gli si avvicin ancora e lo accarezz sulla nuca, facendo scorrere lentamente i suoi polpastrelli lungo il collo e le spalle. Fu certa di avergli provocato un brivido, perch sent il ragazzo deglutire. Poi si spost sul triclinio a breve distanza dallo scrittoio, vi si sedette e infine si sdrai, senza staccargli gli occhi di dosso. Non so... Direi che ormai hai l'et per interessarti anche alle donne. E se non hai l'et, di certo hai il fisico..., gli disse con voce calda e bassa, scandendo le parole.
Io... non credo di avere il tempo per quelle cose..., balbett Crispo.
Ti assicuro che anche gli uomini pi impegnati trovano il tempo per quelle cose, gli rispose sorridendogli nel modo pi ammaliante di cui fosse capace. Poi si sollev il lembo della stola scoprendo le gambe. Non le sfugg lo sguardo fugace del ragazzo, che poi distolse subito gli occhi. Trov inebriante la sensazione di potere che sentiva di avere su Crispo, e che non aveva mai avuto su Costantino. Sent un'ondata di calore pervaderla in mezzo alle gambe e desider il contatto fisico. Mi vuoi bene, Crispo?, gli chiese, tendendo una mano verso di lui.
Il ragazzo esit, guardando la mano protesa, disorientato. Be', sei come una madre, per me, riusc a dire.
Ma non sono tua madre, replic prontamente, agitando le dita per attirarlo a s. Non sono la madre di nessuno, io. Non ho figli, e ne soffro molto. Assunse un'espressione triste.
Crispo le si avvicin, finalmente. Lei gli prese la mano e lo tir dolcemente a s. Lo fece sedere sul letto, poi avvicin la mano del ragazzo al suo viso e inizi a baciarla. Non credi che sia un peccato che io non abbia figli? Non pensi che sarei una buona madre?, lo incalz.
Crispo sembrava molto a disagio. Ma nello stesso tempo, era come incantato dalla sua sensualit. Fausta sentiva di averlo in pugno. Io... credo di s. Certo, disse il ragazzo, sforzandosi di articolare le parole.
Sono sicura che sarei anche in grado di allattarli io stessa, i miei figli. Non trovi che possa farlo? Le trovi abbastanza grandi?, gli chiese, mentre gli poggiava la mano sul proprio seno. Crispo reag irrigidendosi. Cerc per un istante di divincolarsi, ma Fausta lo trattenne e, anzi, lo spinse a fare pi pressione. Dopo qualche altro istante di resistenza, il ragazzo cedette e inizi a muovere le dita e ad affondarle sul morbido rigonfiamento del vestito. Fausta fu rapida a scostare l'indumento, permettendo al figliastro di giungere a contatto con la pelle nuda.
La donna gli lasci la mano. Ormai Crispo faceva da solo, e non sembrava avere pi intenzione di staccarsi. Not che la tunica si era ancora una volta sollevata sotto la cintola. Divertita ed eccitata al tempo stesso, vi pass sopra la mano sfiorandone la punta, che sent dura come il marmo.
Crispo chiuse gli occhi ed emise un gemito.
Era suo.
L'istinto del vecchio soldato suggeriva a Sesto Martiniano che la sua diffidenza era ben riposta. I suoi anfitrioni, Bassiano e Senecione, si comportavano con cortesia nei suoi confronti, ma qualcosa non andava. Per esempio, la domus era stranamente poco frequentata. Certo, era notte fonda, e molti schiavi dovevano essere a riposare. Ma la casa aveva qualcosa di spettrale, come se fosse stata sgomberata, o come se fosse disabitata. Ma forse, si disse, era solo la sua antipatia per i due fratelli a farlo ragionare cos: era normale che volessero tenere l'incontro il pi riservato possibile.
Quello che mi proponete  molto rischioso, dichiar Bassiano, che a Sesto aveva fatto un'impressione molto diversa, rispetto al fratello. Lo trovava ugualmente infido, ma meno intelligente e determinato. Gli dava l'idea di un pavido pusillanime, e trovava curioso che Costantino avesse affidato la sorellastra a un uomo di cos basso profilo. Forse aveva bisogno dei suoi appoggi, o forse non voleva che qualcuno, nell'ambito della propria famiglia, facesse ombra a lui e ai suoi figli.
Senza rischio non si ottiene nulla, comment Senecione. Nelle sue parole e nella sua espressione, Sesto lesse tutto il disprezzo che nutriva per il fratello.
Ma io otterr gi molto, senza rischiare nulla. Sono il cognato dell'imperatore, che mi dona l'Illirico. Probabilmente sar cesare comunque, specific Bassiano.
Sesto dubitava fortemente che Costantino gli permettesse di andare al di l di quello che gi gli aveva concesso. E di sicuro, dandogli l'Illirico lo considerava solo uno strumento da dare in pasto alla inevitabile reazione di Licinio. Ma Bassiano era troppo stupido per rendersene conto.
Senecione, invece, era tutt'altro che stupido, e lo sapeva benissimo. Ma dovrai subire la vendetta di Licinio. Sarai il primo su cui si avventer, quando scoppier la guerra. E stai pur certo che Costantino ti abbandoner a te stesso, sacrificandoti per la sua convenienza. Cos potr dire di essere stato aggredito dal rivale e giustificare la sua reazione con la tua morte, spieg.
Niente affatto, replic Bassiano. Ho sua sorella in ostaggio, praticamente. Anastasia sar sempre con me, e se capiter qualcosa a me, capiter a lei.
Sorellastra, per la precisione, ribatt Senecione. Dubito che gli importi pi di tanto.
Si metteva male, pens Sesto. Bassiano non sembrava intenzionato a tradire Costantino. La sua missione si complicava maledettamente. Costantino ha molti parenti da gratificare, ed  sicuramente pi ambizioso di Licinio, si permise di intervenire. Licinio sapr essere molto pi generoso.
I soldi di Licinio non mi serviranno a niente, se sar morto, insist Bassiano. E io dovr rimanere a Roma fino alle celebrazioni per il decennale di mio cognato. Fino ad allora, sar difficile che il segreto non trapeli, e difficilmente potrei sottrarmi alla sua vendetta. Qui anche i muri hanno orecchie.
Sei un codardo, lo aggred Senecione. Non sei degno del potere che ti  stato dato. Non meritavi neppure il favore che sei venuto a chiedermi l'anno scorso. Avrei dovuto lasciarti a sbrigartela da solo, col vescovo.
Solo perch voglio rimanere fedele all'uomo che mi ha fatto l'onore di darmi in sposa sua sorella, sarei indegno del potere?. I due fratelli iniziarono a litigare. Sesto si sent in imbarazzo. Ma il suo stato d'animo si modific non appena vide Senecione avventarsi su Bassiano, estrarre un coltello da sotto la tunica, spingerlo verso il fratello e pugnalarlo alla gola. Un'esplosione di sangue invest entrambi, Senecione e Sesto, imbrattandone gli indumenti, mentre il cognato di Costantino si accasciava a terra in preda a violenti sussulti.
Aiuto! Il pretoriano ha ucciso mio fratello!, url Senecione, e subito spuntarono due schiavi robusti, che si frapposero tra Sesto e l'assassino. Martiniano era ancora disorientato dall'improvviso cambio di scenario. Un istante prima stava discutendo di come organizzare una congiura, e adesso si sentiva denunciato come pretoriano e accusato di un omicidio che non aveva commesso. D'istinto, avrebbe voluto avventarsi su Senecione, che continuava a urlare invocando aiuto, ma i due schiavi glielo impedivano. Era disarmato, e non poteva farci nulla. Non poteva far altro che scappare.
Guadagn l'uscita lasciando sul posto Senecione. Ma quando apr la porta, si trov di fronte quattro soldati, che gli puntarono le lance contro.
Era un tranello: Senecione sapeva che il fratello non avrebbe accettato e aveva preparato un'imboscata per togliere di mezzo Bassiano e incastrarlo. E lui era il capro espiatorio perfetto: un uomo di Licinio, un ex ufficiale pretoriano, un infiltrato venuto a organizzare una congiura. Avrebbe anche permesso al suo accusatore di guadagnare una bella somma, e a Costantino di denunciare Licinio come mandante, ottenendo il pi limpido casus belli possibile.
Ringrazi il suo istinto di soldato, che compensava la sua ingenuit di fondo. I tre lottatori che aveva assoldato nella Suburra per guardargli le spalle spuntarono fuori da dietro l'angolo dell'edificio adiacente e si avventarono da tergo sulle guardie del prefetto della citt, un attimo prima che lo circondassero. Tempismo perfetto: aveva ordinato loro di agire se avessero visto qualcuno minacciarlo. Ma il loro numero non era sufficiente: toccava anche a lui fare la sua parte. E mentre i suoi tre compagni stringevano alla gola altrettanti militari, Sesto diede un calcio alla lancia del quarto soldato, puntata contro di lui, e gli salt addosso, sbilanciandolo. E non and tanto per il sottile: sebbene fosse notte fonda e le strade fossero buie, temeva che il tafferuglio attirasse l'attenzione. Pertanto, approfitt del disorientamento dell'avversario per estrarre la spada che quello portava nel fodero e con un fendente di traverso cerc subito di colpirlo.
Il soldato oppose la lancia, che blocc la lama a una spanna dal petto, ma non pot evitare di andare a sbattere contro un compagno che cercava di divincolarsi dalla soffocante stretta di un aggressore. Perse di nuovo l'equilibrio e apr la guardia, consentendo cos a Sesto di trafiggerlo all'addome. L'ex pretoriano rivolse quindi la propria attenzione al soldato immobilizzato. Us la spada anche su di lui, e il lottatore che non era riuscito ancora ad averne ragione pot dedicarsi a uno dei due militari superstiti. Adesso, Sesto e i suoi compagni erano in superiorit numerica, e non fu difficile per loro liberarsi dei due avversari residui.
Tir un sospiro di sollievo. Ma bisognava far presto: Senecione non se ne sarebbe rimasto con le mani in mano. Esort i lottatori a seguirlo e mosse verso nord, con l'obiettivo di raggiungere prima dell'alba Portus, dove lo attendeva la sua liburna per riportarlo a Nicomedia.
Non era certo che la sua missione fosse fallita. Tutto dipendeva dall'imperatore di cui Senecione era intenzionato a cercare la gratitudine. Non poteva escludere che il romano si fosse accordato fin dall'inizio con Licinio per eliminare Bassiano e prenderne il posto, dando la colpa a lui dell'assassinio. Ma poteva anche essere un'iniziativa personale di quel losco personaggio, che considerando Sesto sacrificabile aveva cercato di trarre il massimo vantaggio possibile dalla vicenda. O magari, era stato Licinio a considerarlo sacrificabile e a dare l'ordine di incastrarlo.
Lo avrebbe scoperto presto, ma di una cosa era sicuro: non c'era pi nessuno di cui potesse fidarsi, n in Oriente n in Occidente.

7.

A Roma, quattro anni dopo la grande vittoria del Ponte Milvio. E con un figlio in arrivo, una guerra in vista, un trionfo da celebrare, un processo da tenere. C'era molto da fare, e si era alla vigilia di importanti, forse decisivi avvenimenti. Costantino tornava nell'Urbe e, come per la volta precedente, si giocava il suo futuro.
Per questo, non riusciva proprio a concentrarsi sull'imminente cerimonia per la dedica dell'arco trionfale, il pi grande esistente a Roma, costruito dal Senato per celebrare la sua vittoria su Massenzio. Costantino era partito dall'Urbe poco dopo la battaglia, e non ne aveva visto neppure le fondamenta; adesso, lo ammirava in tutto il suo fulgore, con i tre fornici che si stagliavano accanto all'Anfiteatro Flavio e alla Meta Sudante, l dove la Via Sacra si inerpicava verso il Palatino; e si sforzava di dimostrare ai padri coscritti, che lo osservavano con attenzione, tutto il suo compiacimento per quell'opera costruita in suo onore.
Si fece condurre dal princeps senatus alla scoperta dei fregi che rivestivano il monumento, e che raccontavano anche alle menti pi semplici la sua pi grande campagna, almeno fino ad allora: era quasi certo di doverne sostenere presto una ben pi complicata, contro un avversario assai pi potente ed esperto di Massenzio. La visita part dal fianco occidentale, dove era raffigurata la partenza del suo esercito da Milano. Il corteo gir poi verso il fronte meridionale dove, sopra i fornici minori, pot ammirare da una parte l'assedio di Verona, dove aveva rischiato la sconfitta ben pi che nel combattimento finale, e la battaglia del Ponte Milvio, in cui campeggiavano i pretoriani con le loro armature squamate: con il loro valore, erano riusciti a mettere in dubbio un risultato che, altrimenti, sarebbe stato scontato. Sul fianco orientale ammir la sua entrata a Roma dopo la vittoria, e sul fronte settentrionale il suo discorso dai Rostri del Foro e la distribuzione di denaro al popolo nel Foro di Cesare.
Leggendo l'iscrizione dedicatoria al centro dell'attico, e ripetuta su entrambi i lati, verific che il compromesso che aveva trovato col Senato, ancorato agli di tradizionali, era stato rispettato. Vi era spiegato che la vittoria era stata ottenuta per ispirazione divina, senza specificare di quale divinit si trattasse: in quel modo, sebbene tutti sapessero dell'espediente di dipingere una croce sugli scudi, non avrebbe offeso la suscettibilit di nessuno. Voleva essere l'imperatore di tutti, e non solo dei cristiani, che pure, grazie ai buoni uffici di Osio, avevano svolto un ruolo fondamentale nel suo trionfo.
Lo lusing che il monumento, come gli spiegarono, avesse riutilizzato materiali provenienti da costruzioni di altri imperatori. Ci gli permetteva infatti di essere accomunato a tre grandi sovrani come Traiano, di cui poteva osservare otto statue di daci prigionieri nell'attico sui plinti sopra le colonne, e varie scene di quella guerra che era stata la pi grande combattuta da Roma in et imperiale; come Adriano, al cui regno appartenevano le scene di caccia e di sacrificio raffigurate negli otto tondi sopra i fornici minori; come Marco Aurelio, di cui si vedevano i trionfi sui barbari. Desiderava essere ricordato perlomeno alla loro stregua, come un grande imperatore che aveva portato Roma a una gloria imperitura.
Costantino i il Grande. Suonava bene: solo Gneo Pompeo, in passato, tra i romani, aveva osato farsi chiamare magno, come Alessandro il Macedone. E non era stato neppure un imperatore. Era tempo che lo facesse qualcun altro. Ottaviano era passato alla storia come Augusto, che poteva avere lo stesso peso, ma n Traiano n Diocleziano, che pure ne avrebbero avuto diritto, avevano voluto fregiarsi di appellativi simili. Lui si ripromise di attribuirselo, se al termine della sua carriera avesse ritenuto di aver compiuto la sua opera.
Era tempo di rientrare. Era davvero impaziente di parlare con Senecione della morte del cognato. Era intollerabile che fosse stato assassinato, ma lo era anche che la posizione del fratello non fosse chiara. Senecione gli aveva scritto una lettera in cui spiegava di essere sfuggito per un soffio all'attentato in cui aveva trovato la morte il fratello, e che il responsabile era appunto un ex pretoriano, Sesto Martiniano, inviato da Licinio. Nella missiva, Senecione si metteva anche a disposizione per sostituire Bassiano sia nel governatorato dell'Illirico, sia nel ruolo di cognato, proclamando la sua assoluta fedelt a Costantino.
Ma la sua passata e ben nota militanza con Licinio, e le circostanze poco chiare della morte di Bassiano, alla quale Senecione aveva ammesso di essere stato presente, avevano reso diffidente Costantino, inducendolo a promuovere un'inchiesta. E grazie agli interrogatori degli schiavi, era emerso che Martiniano, prima di andare da Bassiano, aveva incontrato proprio Senecione.
Costantino scrut il profilo imponente del colle Palatino, dove avrebbe preso dimora, seguendo con lo sguardo dalla Via Sacra le sagome dei palazzi imperiali che i suoi predecessori vi avevano costruito sulla sommit. Il suo stato d'animo cambi all'istante: erano tutti stati edificati da imperatori esecrati nella memoria dei romani. Sulla destra c'era la dimora di Caligola, sulla sinistra la domus commodiana e, alle spalle delle due, aggettante sulla Valle Murcia dove sorgeva il Circo Massimo, la residenza di Tiberio. Nessuno di loro aveva lasciato un buon ricordo nei suoi sudditi: erano stati giudicati pazzi, malvagi, incapaci, tirannici, feroci, e anche in tempi pi recenti, chiunque volesse giudicare male un imperatore ne associava il nome a uno di loro. Sper che non accadesse mai a lui. Stava promuovendo una titanica opera di rinnovamento per salvare l'impero e restituirlo all'antica potenza, e si rendeva conto che non tutti erano in grado di capirlo, al momento. Ma si augur che, a distanza di secoli, i posteri avrebbero giudicato il suo operato provvidenziale, e lo avrebbero ricordato come un imperatore lungimirante e saggio.
Fece cenno di avviarsi. I senatori rimasero ai piedi del colle, mentre la famiglia imperiale risaliva la Via Sacra. Costantino si volt a guardare i suoi parenti, che aveva voluto con s per le celebrazioni dei suoi dieci anni di regno, e si chiese se sarebbe riuscito a instaurare una dinastia. Fausta, che procedeva al suo fianco, indossava sotto gli indumenti un cuscinetto che la faceva sembrare in stato avanzato di gravidanza, e si augur che il bambino che la schiava avrebbe partorito di l a poco fosse un maschio. Seguiva Crispo, un figlio di cui poteva dirsi fiero: gli ricordava, d'aspetto e per la determinazione con cui ambiva a formarsi per il comando, lui da ragazzino. Sarebbe stato il suo erede ideale, se fosse stato legittimo.
Alle loro spalle, c'erano i suoi fratellastri, gli adolescenti Dalmazio e Giulio Costanzo, e le ragazzine Eutropia e Anastasia, fresca vedova di Bassiano. L'impero sarebbe stato loro o dei loro coniugi, in ogni caso: se anche avesse avuto figli legittimi, non poteva correre il rischio di nuove guerre civili, che avrebbero smontato ci che stava impegnandosi a costruire. Il dominio di Roma doveva essere in mano a una sola famiglia, a tutti i livelli di governo, da Oriente a Occidente, per frenare l'ascesa di qualunque rivale in grado di creare instabilit politica.
Giunto davanti al palazzo di Tiberio, che aveva scelto come propria residenza durante il soggiorno romano, Costantino vide venirgli incontro Osio. Ne scorse gi da lontano l'espressione contrariata, e immagin che stesse per riferirgli una cattiva notizia. Aveva gli occhi di tutti addosso, e cerc di celare il proprio disappunto, poi fece al suo ministro cenno di attenderlo. Gli si avvicin, salut con un minimo di convenevoli tutti coloro che lo avevano seguito fino al palazzo, lasciando che i suoi familiari procedessero verso le loro stanze, e solo allora, quando furono con le sole guardie del corpo germaniche intorno, permise a Osio di parlare.
Senecione... Se n' andato, dichiar il vescovo.
Costantino lo guard senza capire.
Evidentemente ha scoperto che si stava indagando su di lui e ha preferito evitare rischi, spieg Osio. Ho fatto interrogare i suoi schiavi, e pare proprio che sia salpato in tutta fretta per l'Asia giusto ieri.
Licinio... Licinio  il mandante dell'omicidio di nostro cognato, mormor livido di rabbia Costantino. A questo punto  evidente. Gliela faremo pagare, molto presto.
S, ma non prima di aver richiesto a Licinio la consegna di Senecione, dichiar Osio. Se ce la rifiuta, allora sar come una pubblica ammissione di responsabilit dell'omicidio.
Ma certo, ammise l'imperatore. Non possiamo permetterci di risultare gli aggressori. In questo conflitto il consenso giocher un ruolo importante: Licinio  meno associato ai cristiani di noi, e non vogliamo fomentare rivolte nei nostri territori, da parte dei fautori degli di tradizionali. Poi aggiunse: Vedremo subito a che livello  il consenso nei nostri confronti. La sfilata di domani ce lo dir. Intanto, fai mandare a Licinio una richiesta a nostro nome per l'estradizione di Senecione.
E mentre Osio scattava via, Costantino si chiese con quale spirito, l'indomani, avrebbe celebrato i suoi Decennalia. Sper che il tripudio della folla lo avrebbe confortato.
L'imperatore non c', in questi giorni.  lungo il Danubio ad arginare le infiltrazioni dei goti, dichiar il segretario di Licinio. Sesto Martiniano non riusc a frenare un gesto di stizza; non era neppure passato da casa a salutare Minervina e i figli, per l'ansia di riferire al suo signore com'erano andate le cose a Roma. E adesso scopriva che avrebbe dovuto attendere chiss quanto, prima di sapere se ci cui aveva assistito erano eventi imprevisti e imprevedibili, o se a monte c'era un piano gi orchestrato a corte.
Ti manderemo a chiamare non appena torner, stanne certo, si sent dire mentre si allontanava sconsolato. Fu assalito dallo sconforto, alla prospettiva di fare ritorno alla propria famiglia con l'ansia che lo pervadeva dentro, e senza neppure la possibilit di trovare consolazione tra le braccia di Minervina, che ormai aveva amore e attenzioni per tutti tranne che per lui.
Sei tornato, Sesto Martiniano. Sano e salvo. E ne sono lieta. Una voce alle sue spalle. La stessa che aveva udito dopo l'ultimo incontro con Licinio.
Mia signora, tu hai la capacit di apparire all'improvviso e senza alcun preavviso..., disse, voltandosi e trovandosi davanti all'inquietante fascino di Costanza. La moglie dell'imperatore lo guardava sempre fisso negli occhi, ed erano occhi penetranti e scuri, i suoi. Quelli di una donna che sapeva quel che voleva.
E aveva la netta sensazione che volesse lui.
Suppongo tu sia rimasto deluso di non aver trovato l'imperatore. Posso esserti utile io?, gli propose, con un tono di voce caldo, basso e soffuso. Stava giocando con lui? Sesto ebbe paura: in caso affermativo, era un gioco molto, molto pericoloso.
Mia signora, non credo che le faccende di cui devo riferire a tuo marito possano costituire motivo di interesse per te, si limit a dire, guardingo.
Lei gli si avvicin. Poteva sentire la fragranza del suo alito. Ti stupiresti di quante cose siano motivo di interesse per me, gli sussurr.
Non... non ho dubbi. Ma non voglio essere io a darti preoccupazioni.... Sentiva che quella donna incideva in profondit sui suoi sensi. Erano anni che Minervina lo teneva a distanza, e le rare volte in cui si era concesso un fugace piacere con una meretrice non aveva provato nulla di appagante, tanto meno di esaltante. Ma capiva gi che con Costanza sarebbe stato almeno piacevole. Sfortunatamente era l'imperatrice, e non doveva neppure pensarci: avrebbe avuto non pi una, bens due donne da bramare inutilmente.
Ricordati che, se tu sei stato mandato a Roma, il merito  stato mio, che ho suggerito il tuo nome a mio marito, lo incalz lei. Quindi, forse qualche spiegazione su come  andata me la devi: credi che non sappia cosa ci sei andato a fare? Sono al corrente dei piani dell'imperatore....
Perch Sesto aveva l'impressione che non si trattasse solo di politica? Costanza non aveva detto una sola parola senza distogliere lo sguardo. L'ex pretoriano si sent sempre pi confuso: non sapeva se Licinio l'aveva mandato a Roma per sacrificarlo o perch lo considerava un prezioso collaboratore; e non sapeva se Costanza stesse cercando di sedurlo per conoscere i piani del marito o perch era attratta da lui.
Ma di una cosa era sicuro. Era nei guai fino al collo. In un modo o nell'altro, era al centro dell'attenzione della coppia imperiale, e il rischio che ci comportava era talmente alto da fargli rimpiangere le minacce di un campo di battaglia.
Minervina, Minervina, Minervina, ripet a se stesso, ricordandosi di chi era ancora, nonostante tutto, profondamente innamorato. Doveva tornare a casa da lei, e sperare che la compagna avesse sentito la sua mancanza. Almeno, avrebbe trovato una strada netta e precisa da seguire, e ne avrebbe tratto la forza per non cedere alle lusinghe del potere.
Io... devo tornare dalla mia famiglia. Come sai, ho due bambini molto piccoli che sono ansioso di rivedere, riusc a dire, con la voce strozzata dalla tensione.
Lei gli sorrise, lasciando trasparire un moto di delusione. Si allontan di un passo, e Sesto si sent portato a inseguirla, per sentirsi ancora avvolto dalle avviluppanti spire del suo profumo. Sono la tua imperatrice, Sesto Martiniano, e potrei ordinarti di riferirmi cosa  accaduto a Roma, gli disse in tono pi autoritario. Ma non lo far. Aspetter che sia tu a sentire il bisogno di dirmelo. E preferirei che lo facessi prima che torni mio marito. Stasera, per esempio, dopo cena mi recher nella locanda del Gallo, all'angolo sud-occidentale della citt, in posizione molto defilata e discreta. Ho da tempo accordi col proprietario per avere una stanza riservata. Ti aspetter l anche nelle due sere successive. Dovrai chiedere di Serena. Desidero che tu venga da me di tua spontanea volont, come vedi.
Sesto si chiese cosa gli sarebbe successo se non fosse andato; il tono di Costanza non era coercitivo, ma il suo ruolo s, e una sua richiesta implicava l'obbedienza. Tuttavia chin il capo e se ne and. Adesso era venuto il momento di pensare alla propria famiglia. Si diresse verso casa ripetendo a se stesso di essere pi dolce e comprensivo con Minervina, pi condiscendente e amabile. Aveva bisogno del suo amore, e ora pi che mai ne sentiva la mancanza. Lei aveva trovato soddisfazione nell'amore per il prossimo che le avevano insegnato i cristiani - gli stessi cristiani che aveva visto scannarsi per le strade tra fazioni -; lui, invece, non aveva trovato nulla che potesse sostituire i sentimenti che li avevano spinti a fondersi e a diventare una persona sola, tanti anni prima. E ne aveva bisogno: a certe cose, dopo averle assaporate almeno una volta nella vita, non si pu pi rinunciare.
Giunse alla propria abitazione e not un gruppo di persone davanti all'uscio, che era aperto. Erano chiaramente persone di bassa estrazione sociale, indigenti, alcuni coperti di stracci, e qualcuno aveva in mano una ciotola con del cibo. Innervosito, super la calca, scostando le persone anche in modo rude, ed entr in casa. C'erano poveri diavoli anche dentro, e quando giunse nell'atrio ne trov alcuni addirittura sdraiati intorno alla piscina a dormire. Altri vi facevano il bagno, lasciandosi pulire dai suoi schiavi.
Lungo il colonnato che delimitava l'atrio, erano sistemate delle mense, dove alcuni addetti distribuivano il cibo ai questuanti, e dalla parte opposta al vestibolo era stato installato un altare, con una bella croce sulla superficie. Un prete stava pulendo gli strumenti con cui doveva aver tenuto una delle loro funzioni. Sesto not Minervina a una delle mense, nello stesso momento in cui lei si accorgeva della sua presenza.
Sesto! Non pensavo che saresti tornato cos presto! Che gioia vederti!, gli grid la donna, senza quella luce negli occhi che la guidava anni prima.
Lui non riusc a frenarsi. Ma... Cosa sta succedendo qui?, le chiese, senza rispondere al suo sorriso.
Be', come sai, Licinio non mette a disposizione di noi cristiani tutte le strutture che Costantino ha procurato loro nei suoi territori, gli spieg come se nulla fosse. Cos, dobbiamo arrangiarci da soli. Ho pensato che, mentre eri via, fosse una buona idea offrire la nostra casa come agape, in attesa che il nostro imperatore si degni di costruire chiese e ospizi. Se non siamo noi fortunati a provvedere alla povera gente, chi pu farlo?
Dimentichi che io non sono cristiano, e non lo sar mai!, reag stizzito. E tu dedichi pi tempo agli altri che a tuo marito e soprattutto ai tuoi figli! Dove sono, adesso?.
Minervina apparve disorientata. Sono in casa, naturalmente, con la nutrice. Posso vederli e stare con loro in qualsiasi momento. Ma intanto mi rendo utile e faccio qualcosa di buono. Dovresti lodarmi, invece di sgridarmi..., aggiunse mortificata.
Sesto avrebbe voluto abbracciarla, manifestarle il suo desiderio. Ma non riusc a frenare la propria indignazione. Hai fatto tutto questo senza neppure sentire la mia opinione!, inizi a gridare. Esistono solo le tue esigenze? La signora sente il bisogno di negarsi a suo marito! La signora sente il bisogno di aiutare gli estranei e di mettere a loro disposizione la nostra casa... E i miei, di bisogni? Ne hai mai soddisfatto uno da quando sono nati i bambini? No, hai pensato solo a te stessa. Avevi detto di amarmi ancora, ma amare significa soprattutto desiderare rendere felice chi si ama! Hai pi fatto qualcosa per rendermi felice?
E tu, allora? Sai bene che tutto questo mi rende felice, eppure vuoi negarmelo! E dici di amarmi? Non esisti solo tu! Non puoi accusare di pensare solo a se stesso chi si prodiga per gli altri!, replic lei.
Ma tu ti prodighi per gli altri per gratificare te stessa. Non  amore per il prossimo, il tuo, ma volont di espiazione!.
Sesto si accorse che tutti lo guardavano. Adesso non poteva pi neppure permettersi di litigare con la sua donna entro le mura domestiche, senza che assistesse tutta la citt, e questo lo rese ancor pi furioso. Basta, fuori tutti da casa mia!, grid, poi and verso la mensa pi vicina e la rovesci per terra. Afferr per il braccio un uomo che si stava lavando nella piscina e lo tir fuori a forza. Infine, procedette verso l'altare e, davanti al sacerdote spaventato, afferr la croce e la sbatt contro il bordo del tavolo finch non si spezz.
Quando torner, domattina, voglio trovare la mia casa come se tutto questo non fosse mai accaduto, dichiar a Minervina, che lo guardava tremando, di paura o disprezzo, non avrebbe saputo dirlo. Ma non gli importava.
Sapeva gi dove avrebbe passato la notte.
L! Blocca quello!, sussurr Osio a una delle guardie in abiti civili che lo accompagnavano, facendogli largo tra la folla. Il soldato scatt in avanti e, a suon di spallate, raggiunse il facinoroso che si accingeva a scagliare una pietra contro il corteo trionfale. Gli torse il braccio con il sasso dietro la schiena facendolo piegare in due per il dolore, poi lo trascin via. Quelli intorno rimasero intimoriti a guardare, e da quel momento presero a inneggiare a Costantino con convinzione. Tuttavia, in altri settori tra la calca, erano troppi quelli che protestavano, per poter intervenire ovunque. Osio fiss sconsolato la gente che assisteva, con scarsa partecipazione, alla sfilata dell'imperatore nelle vie di Roma per celebrare i suoi dieci anni di regno, e si disse che c'era ancora molto da lavorare per imporre coesione all'impero e la sovranit di Costantino - e la sua - su tutte le province.
Restituiscici i nostri templi!, gridava qualcuno.
Fa' di Roma la tua capitale!, urlava un altro.
Stai cancellando secoli e secoli di storia!.
Roma non merita di essere dimenticata. Con Massenzio era ancora il centro del mondo!. La sola menzione del nome dell'avversario di Costantino fu sufficiente a indurlo a prendere provvedimenti: un altro soldato raggiunse il contestatore e lo atterr con un pugno, guardando in tono minaccioso quelli intorno a lui.
Ma era un continuo. Tornatene tra i tuoi barbari!.
Amico dei cristiani! Portateli via con te, se ti vanno tanto a genio!.
Viva Licinio! Viva Licinio. Anche questo era intollerabile. Mand un altro soldato a provvedere, ma il riferimento all'altro imperatore, a Roma e proprio nell'imminenza dello scontro, lo preoccup alquanto. Ci che Costantino non poteva proprio permettersi erano dei sostenitori del rivale alle spalle, mentre sarebbe stato impegnato a marciare verso Oriente. L'imperatore aveva ragione: forse era il caso di attenuare il sostegno ai cristiani, per il momento, evitando di indispettire troppo i fautori degli di tradizionali. Ma ci avrebbe comportato minori entrate nelle tasche del vescovo di Cordova, che gestiva ormai indisturbato il flusso delle sovvenzioni e delle donazioni: il nuovo vescovo di Roma, Silvestro, era infatti estremamente accomodante, e mai si sarebbe sognato di ostacolarlo o esporsi in prima persona per assumersi l'onere. Osio si rendeva conto che aspettare la vittoria finale di Costantino, per imporre il credo cristiano sull'impero, sarebbe stato pi fruttuoso per il futuro; ma c'era sempre la possibilit che il suo campione non prevalesse, e lui doveva accumulare quanto pi possibile prima che un'eventuale vittoria di Licinio ponesse fine alla sua lucrosa attivit.
Vescovo, abbiamo trovato altre due statue dell'imperatore rovesciate e frantumate, dalle parti del Palatino, gli sussurr un altro soldato, appena giunto accanto a lui.
La contestazione diventava sempre pi difficile da tenere sotto controllo, dunque. E una celebrazione tanto discussa non sembrava il miglior viatico in vista di una guerra. Fate subito sparire tutti i frammenti, e perfino il piedistallo, se  rimasto in piedi. Si dovr negare che ci siano mai state statue, l, ordin. E tenete lontani i curiosi, mi raccomando.
Roma era stata l'indiscussa capitale dell'impero per secoli e secoli: era vero quel che diceva la gente. Proprio per questo, Costantino aveva voluto celebrarvi i suoi Decennalia, cos come avevano fatto i suoi predecessori Diocleziano e Massimiano oltre un decennio prima. Sfilare per l'Urbe permetteva a un imperatore di essere associato agli antichi sovrani che avevano portato l'impero al suo massimo fulgore; ed era opportuno che fosse cos, per un monarca che si riproponeva di riportare Roma ai fasti del passato, pur con elementi, componenti e fattori di totale novit.
Ma Roma non poteva pi essere la sede di un imperatore. Poteva esserlo quando l'impero non era minacciato, e il sovrano aveva il solo compito di amministrarlo. Ma ora che le frontiere erano continuamente sotto pressione, era necessario che un sovrano fosse anche un comandante, pronto a intervenire lungo i confini ovunque ve ne fosse bisogno. Costantino aveva creato la base del suo potere in Gallia fin dalla sua ascesa al trono, e non c'era ragione perch rinunciasse a risiedervi: le sue campagne oltreconfine erano quasi annuali. Ma c'era anche un altro motivo per cui non poteva dimorare a Roma: l'Urbe era il simbolo di tutto ci che Costantino stava cercando di cancellare, o almeno di modificare. Era il paradigma di una religione che aveva fatto il suo tempo e non rispondeva pi alle domande della gente, n aveva la forza per dare un indirizzo comune agli abitanti dell'impero; di un esercito e di truppe che ormai non esistevano pi, ovvero i pretoriani, che avevano rappresentato il baluardo estremo di regimi corrotti e vetusti, e di cittadini che non avevano pi voglia di militare nell'esercito, cedendo volentieri il posto ai barbari.
Io non li do i miei soldi ai tuoi barbari! Basta tasse!.
Almeno, falle pagare anche ai cristiani!.
Qui non si cammina pi. Ci sono solo cantieri per costruire quelle maledette chiese!.
Aveva sentito abbastanza. Si era fatto un'idea dell'umore del volgo e non gli piaceva affatto. Era tempo di tornare a palazzo, a svolgere il lavoro che gli riusciva meglio. Raggiunse la carrozza e, scortato dalle guardie del corpo, si diresse verso il Palatino, senza stupirsi troppo, dopo quello che aveva visto al corteo, della scarsa circolazione per le strade. La gente era stata dispensata dai lavori quotidiani, per incentivarla ad affluire lungo le vie battute dal trionfo, ma i cittadini avevano approfittato del giorno di vacanza per starsene a casa. Ce l'avevano con Costantino, per averli di fatto declassati a cittadini di secondo rango, dopo che con Massenzio avevano recuperato la centralit come capitale imperiale. A suo tempo, Costantino aveva vinto grazie anche al malcontento suscitato ad arte contro Massenzio, ostacolato nell'approvvigionamento della citt e costretto a passare per affamapopolo. Adesso che i romani erano satolli, tornavano a occuparsi di questioni morali, e rimpiangevano i tempi in cui morivano di fame ma abitavano nella pi vetusta delle sedi imperiali.
Giunse a palazzo, davanti al quale trov il vescovo Silvestro con un gruppo di persone: erano quelle in attesa della restituzione dei beni confiscati durante la persecuzione, i cui casi doveva esaminare quel giorno. Ma la presenza del vescovo lasciava supporre che gli avessero chiesto di accompagnarli per perorare la loro causa, e ci lo indispose. Evidentemente, con Milziade si erano abituati cos.
Caro Osio,  un altro giorno di letizia, questo, non solo perch il nostro amato imperatore ci gratifica di una sua visita e sfila per le vie della citt celebrando il suo decennale di regno, ma anche perch alcuni dei nostri correligionari che tanto hanno patito dai tempi delle persecuzioni rientreranno finalmente in possesso dei loro averi!, lo accolse bonario il prelato. So che hai preso a cuore i loro casi e che li esaminerai con lo scrupolo che ti contraddistingue.
Osio guard Silvestro in tralice, poi diede un'occhiata infastidita agli altri. Datemi il tempo di raggiungere il tablino, almeno. Vi far chiamare uno a uno tra poco, rispose asciutto. E tu, Silvestro, avrai i tuoi uffici cui tornare: non stare a perdere tempo con faccende amministrative che non ti competono.
Il vescovo impallid, mortificato. Non era della pasta del suo predecessore, e chin il capo affrettandosi a congedarsi da Osio e dai suoi fedeli. Al contrario di Milziade, era pienamente consapevole delle gerarchie, e sapeva bene che il vescovo della pi importante sede cristiana era comunque inferiore al consigliere personale dell'imperatore.
Osio entr nell'edificio e raggiunse il tablino che Costantino gli aveva messo a disposizione per sbrigare gli affari della Chiesa cristiana. Esamin la pratica in cima alla pila e la giudic promettente; dopo aver riflettuto su come comportarsi, fece chiamare l'interessato. Dopo un po' entr un uomo grassoccio e calvo, la fronte imperlata di sudore. Osio lo esamin: era ansioso, spaventato, in soggezione. Bene: non sarebbe stato difficile.
Lo lasci sciorinare i saluti di rito e manifestare tutta la piaggeria di cui era capace, poi disse: Vediamo... le carte che hai esibito combaciano con le copie conservate dall'amministrazione. Ti sono state confiscate le seguenti propriet: un intero piano con quattro appartamenti in un'insula presso il Viminale, una villa a Tivoli, un terreno a Puteoli e un'altra villa a Cuma... Giusto?
Giusto, vescovo, conferm l'uomo. Mi  stata lasciata solo un'unit immobiliare in un'insula nella Suburra.  piuttosto piccola, e ho dovuto viverci con la mia famiglia al completo in questi ultimi sei anni. Prima la affittavo a stranieri di passaggio, che me l'avevano ridotta quasi a un rudere: e non ho potuto neppure sostenere le spese per ristrutturarla, poich ho perso tutte le mie rendite....
Ringrazia il Signore di averla ancora, la tua famiglia al completo. Molti nostri correligionari non possono dirsi altrettanto fortunati, dichiar Osio. E adesso riavrai quasi tutto il tuo patrimonio, quindi sei uscito bene, da quegli anni terribili.
Quasi?, chiese l'uomo. A quanto pareva, era molto attento alle sfumature.
Be', non puoi pretendere di riavere indietro tutto, gli spieg con sussiego. Ci sono stati grandi stravolgimenti sociali, in questi anni, e stiamo facendo del nostro meglio per rimettere a posto le cose e rimediare alle ingiustizie subite. Lo Stato deve rifondere quanti hanno acquistato le propriet confiscate. E i soldi non ci sono. Pertanto, decreto che l'amministrazione trattenga come bene demaniale la villa di Cuma, che rivender per ricavarne denaro per i rimborsi agli aventi diritto.
Il cristiano apparve sconcertato. Ma... Io credevo..., balbett.
Credevi in un miracolo? Mi spiace, ma l'imperatore non  Cristo. Non li fa, i miracoli, ma io credo che dovresti essergli comunque grato per la sua magnanimit. Ti ha anche concesso una forte riduzione delle tasse, che certamente compenser, a lungo andare, la perdita della villa di Cuma.
Io...  vero. Pregher ogni sera il Signore perch lo preservi in salute. Ti ringrazio, signore. E a quel punto, per Osio, la faccenda era conclusa. Come aveva previsto, era stato facile: ormai li conosceva bene, gli uomini. Lo conged in fretta e si mise a riflettere sul prezzo al quale avrebbe potuto mettere in vendita quella villa. Prese dagli scaffali un libro con tutte le tabelle sui prezzi di mercato delle regioni italiche e studi la pagina dedicata alla zona di Cuma.
S, pens, col dieci per cento che si era proposto di trattenere come percentuale si sarebbe fatto una bella sommetta.
Esamin il caso successivo, e subito storse il naso. Si trattava di un poveraccio che possedeva solo un piccolo appartamento in un'insula sulle pendici del Quirinale. Sbuff e si sforz di capire quale beneficio avrebbe potuto ricavarne. Poi gli venne l'idea e lo fece chiamare; nell'attesa che si presentasse, riflett in quale zona nei dintorni di Roma avrebbe potuto assegnargli un'unit immobiliare in sostituzione.
Mio caro, ho pronto per te l'atto di propriet per un bell'appartamento a Tivoli, gli disse dopo aver esaurito i convenevoli. Non vale quanto quello che avevi a Roma, ma sar tuo e della tua famiglia: un passo avanti rispetto all'affitto che paghi ora nella Suburra, no?.
E calcol mentalmente quanto avrebbe potuto ricavare con la percentuale sulla vendita di un ampio locale sul Quirinale ai suoi sodali, degli affaristi cui stava cedendo molti edifici di Roma. Decise di venderglielo a prezzo quasi di costo, per permettere loro di lucrare sulla successiva vendita. Il regalo che gli avrebbero fatto sarebbe stato ben superiore alla percentuale del dieci per cento che ne avrebbe ricavato rispettando la normale prassi su cui si erano accordati.
La locanda era di quelle in cui una nobildonna non si sarebbe mai avventurata. Lercia, puzzolente, piena di crepe lungo i muri, frequentata da gente di tutte le risme, e a occhio anche da malviventi, giudic Sesto non appena vi mise piede. Ma la presenza di due individui a un tavolo, che lui giudic subito come soldati, seppur vestiti in abiti civili, lasciava intendere che Costanza non si era trascinata fin l senza prendere le sue precauzioni.
Sospir e, ancora una volta, si chiese se stesse facendo la cosa giusta. Quando era uscito di casa indignato dal comportamento di Minervina, il suo primo impulso era stato di andare subito da lei. Ma poi aveva iniziato a riflettere sulle conseguenze delle sue azioni, e si era imposto di prendere la decisione a mente fredda, senza lasciarsi influenzare da quanto era appena accaduto. E alla fine era andato a dormire in caserma, per prendersi un'altra notte di riflessione. Ma non aveva fatto altro che rigirarsi nel letto, recriminando su ci che Minervina gli aveva tolto e su quello che Costanza gli stava offrendo. E col passare delle ore, le immagini dell'amore della sua vita si erano affievolite, mentre avevano preso corpo quelle dell'imperatrice, seducente e invitante come Minervina non era da tempo. E la mattina, aveva gi deciso che sarebbe andato in quella taverna. Non solo per prendersi quello che Costanza aveva da offrirgli, ma anche perch si sentiva solo, esposto e vulnerabile come non mai, e aveva bisogno di qualcuno con cui aprirsi. Se davvero per l'imperatore lui era solo una pedina, l'imperatrice, forse, avrebbe potuto proteggerlo; sempre che fosse realmente interessata a lui e non volesse solo usarlo a sua volta per qualche sua personale trama...
Senza pi l'amore di Minervina, perch rinunciare al perverso fascino del potere? Cos'altro gli era rimasto, ormai? Quando lei lo aveva lasciato per Costantino, si era lasciato andare, era divenuto un relitto umano, ed era precipitato fino a perdere tutto, dai gradi che si era conquistato sul campo di battaglia alla stima di se stesso: un ubriacone, incapace di realizzare alcunch di buono. Adesso, se non altro, avrebbe provato a colmare il vuoto interiore salendo, e non sprofondando nell'abisso. Sebbene, avendo conosciuto molti uomini potenti, avesse l'impressione che l'abisso potesse essere anche in cima.
Alla fine, and verso il banco dell'oste e chiese di Serena.
Primo piano, seconda stanza sul corridoio di destra, rispose l'uomo, senza neppure guardarlo.
Sesto sal le scale, raggiunse la porta della camera e buss. Riconobbe la voce di Costanza nella risposta che lo autorizzava a entrare. Apr la porta e si trov di fronte una scena imprevedibile.
Costanza era nuda, sul letto. Ma non era sola.
Un'altra donna e un uomo erano con lei, ugualmente nudi, in un groviglio di membra e carne in cui faticava a individuare le fattezze dell'imperatrice.
Ma guarda... Sinceramente, pensavo di non vederti neppure stasera, dopo che mi hai lasciato sola ieri notte... Cos ho pensato di occupare il tempo, in qualche modo, sembr quasi giustificarsi Costanza, ma sorridendo divertita. Forza, spogliati e unisciti a noi, poi parleremo, lo esort.
Sesto si chiese in quale razza di follia si fosse cacciato. Sarebbe voluto scappare, e desider non essere mai andato. Ma adesso temeva davvero di farle un affronto, e una donna cos spregiudicata non si sarebbe fatta scrupoli a fargliela pagare. Tuttavia si sentiva in imbarazzo, soprattutto per la presenza di persone estranee. L'idea che, mentre Minervina si dedicava ad aiutare i bisognosi, lui se la spassava partecipando a orge lo ripugnava.
Ti senti in imbarazzo? Hai paura che lo venga a sapere mio marito? Non ti preoccupare, lo volle rassicurare Costanza. Lui sa bene che non pu tenermi legata solo al suo letto e tollera le mie attivit. L'importante  che non si faccia clamore al riguardo e che si salvino le apparenze; per questo ci vediamo qui, e in incognito. Per il resto, gli  sufficiente che allieti anche lui, ogni tanto... Per lui sono solo una pedina di scambio con mio fratello, nulla pi: ha un'amante da ben prima che incontrasse me, ed  lei che ama, semmai; non temere.
Nessuna delle rivelazioni che gli aveva fatto la donna riusc a stupire Sesto. Trov quasi naturale che funzionasse in quel modo, in politica. Avrebbe dovuto abituarcisi, se voleva provare a smettere di soffrire per aver perso l'amore di Minervina. Gli parve di non avere scelta. Si spogli rapidamente e si avvicin al letto, dove Costanza, adesso, troneggiava seduta mentre gli altri due occupanti le davano piacere, l'una in mezzo alle gambe, l'altro al seno ben tornito. L'imperatrice afferr per i capelli la giovane, le sollev la testa e le indic Sesto. La ragazza non si fece pregare, si rivolse verso l'ex pretoriano e si dedic a lui.
Quando il nuovo arrivato si sistem sul letto, era pronto per penetrare Costanza. La donna per non lo guard neppure, si volt e gli offr il fondoschiena, mentre lei si dedicava all'altro uomo. Sesto esit un istante, poi la penetr, mentre l'altra donna cercava avidamente la sua bocca. E prov disgusto per se stesso e repulsione per la situazione.
Ma si accorse che gli piaceva. Rivers sull'imperatrice tutte le frustrazioni che lo avevano assalito, e il ribrezzo per la piega che aveva assunto la sua vita, e la prese con violenza sempre maggiore. Lei mostr di gradire, e vennero insieme, in un urlo comune che quasi scosse le pareti della sordida stanza. Prima ancora che si accasciassero appagati, lei si rivolse agli altri due: Fuori di qui, disse, in un modo cos perentorio che l'uomo e la donna raccolsero subito i vestiti e scomparvero, chiudendosi la porta alle spalle.
Lei lo abbracci, stringendolo a s con forza, e lo baci con passione. Rimasero con le labbra serrate per un tempo che a Sesto parve infinito, poi lei si stacc improvvisamente e chiese: Ora dimmi: cosa  successo a Roma?.
Sesto si accorse che le parole gli uscivano di bocca senza che la sua volont potesse far nulla per fermarle. Il suo desiderio di rivelarle tutta la verit, i suoi timori e le sue aspettative era pi forte del timore di commettere un'idiozia. Fece ci di cui aveva disperatamente bisogno.
Dopo il suo sfogo, Costanza rimase a lungo a riflettere, guardando un punto indefinito del muro. Cercher di capire dalla reazione di mio marito a queste notizie cosa si aspettasse davvero, dichiar infine. Pu darsi che fosse in buona fede e si aspettasse solo che tu portassi a termine la tua missione e tornassi sano e salvo, accontentandosi di portare Bassiano dalla sua parte; ma in effetti  possibile anche che fosse d'accordo con Senecione per eliminare Bassiano e darti la colpa del delitto, negando qualsiasi legame con te. Gli avrebbe fatto comodo. Quel che so per certo  che vuole la guerra, cos come la vuole Costantino: stanno solo muovendosi, entrambi, per iniziarla da una posizione di vantaggio e senza esserne considerati responsabili.
Ma se per Licinio sono sacrificabile, pu anche essere che, se Senecione continua ad attribuirmi la responsabilit dell'omicidio, tuo marito mi consegni a Costantino. Cos apparir in tutto e per tutto il contendente ragionevole che ha fatto di tutto per non essere aggredito, ipotizz Sesto.
Mio marito non ha alcuna intenzione di mostrarsi ragionevole con Costantino, rispose Costanza, cercando di rassicurarlo.
Sesto si augur solo di non finire stritolato tra i due contendenti.
Finalmente. Sesto Martiniano era stato sulle spine per settimane, barcamenandosi tra la sua ansia per la reazione di Licinio, l'irrigidimento nei confronti di Minervina, e la piacevole necessit di compiacere Costanza, che si era rivelata vogliosa quasi al pari della Minervina di un tempo ormai lontano. Non era e non sarebbe mai stata lei, con quelle caratteristiche e quel corpo predisposto per il piacere che la rendeva speciale, ma se non avesse incontrato la donna che era stata l'amore della sua vita, avrebbe potuto definire fantastica l'imperatrice.
Con Minervina, non aveva neppure parlato delle sue angosce. Aveva dormito per lo pi in caserma, ed era tornato a casa solo per stare un po' coi figli; una tetra cappa di silenzio era scesa tra i due innamorati di un tempo, e la donna preferiva andare a svolgere altrove le sue pie attivit, quando sapeva che lui sarebbe tornato. La tensione tra i due aveva favorito e consolidato il rapporto tra Sesto e Costanza, che si erano visti quasi tutti i giorni, a dispetto delle perplessit iniziali dell'uomo. Sesto trovava gratificante essere oggetto di interesse di una donna che non solo era molto pi giovane, ma che era, soprattutto, la prima donna dell'impero. La considerazione che Costanza sembrava avere di lui leniva la sua solitudine e la sua amarezza, ma doveva sempre tener presente che non poteva permettersi di innamorarsi di lei; ammesso che potesse innamorarsi di qualcuna che non fosse Minervina.
Adesso che si trovava nell'anticamera della sala delle udienze di Licinio, convocato per incontrare l'imperatore, accanton i tormenti interiori legati alle due donne e si concentr sull'imminente incontro. Odiava Costantino con tutte le sue forze, per aver sovvertito i valori tradizionali e per avergli portato via Minervina, e avrebbe voluto con altrettanta determinazione servire Licinio, sperando di trovare in lui un difensore della Roma in cui era cresciuto, senza barbari e senza cristiani nei posti di responsabilit, cos come aveva servito Massenzio. Ma se Licinio aveva organizzato un piano che prevedeva di sacrificarlo, non meritava la sua dedizione.
Quando gli dissero di entrare, ebbe una stretta allo stomaco. Desiderava ardentemente un imperatore per cui valesse la pena lottare, per lo stesso motivo per cui aveva avuto bisogno di fidarsi di Costanza.
Ma quando vide chi c'era nella sala cap subito che non sarebbe stato Licinio, quell'imperatore. Oltre al sovrano assiso sul trono, c'erano il suo segretario, un generale che riconobbe come il magister militum Valente, e... Senecione.
Non pot fare a meno di rimanere a fissare incredulo il fratello di Bassiano, dando l'impressione di ignorare l'imperatore.
Non sembri molto impressionato di essere al cospetto del tuo sovrano, Sesto Martiniano, nonostante tu non lo veda da lungo tempo. La voce del segretario di Licinio lo richiam ai suoi doveri.
Ti chiedo perdono, mio signore, rispose, tenendo il capo chino di fronte a Licinio. Ma  vero, sono pi impressionato dalla presenza, al tuo fianco, di un uomo che mi ha messo in una situazione molto sgradevole.
Ci fu qualche istante di gelido silenzio. Nessuno os parlare prima che si esprimesse Licinio. La situazione sgradevole, caro Sesto Martiniano, si  venuta a creare per il rifiuto di Bassiano di servire la nostra causa, dichiar infine Licinio. E, considerate le circostanze, Senecione ha agito nel miglior modo possibile, dimostrando una grande prontezza di spirito.
Sesto guard in tralice Senecione, che gli restitu uno sguardo di sfida e di trionfo al tempo stesso. Ma la risposta dell'imperatore non chiariva i suoi dubbi: era la verit, oppure Licinio stava solo coprendo le proprie responsabilit? Concluse che faceva poca differenza: se anche non avesse pianificato di sacrificare il suo inviato, l'imperatore intendeva comunque giustificare il comportamento di Senecione.
In ogni caso, non mi  valsa la fiducia di Costantino, che intendevo conquistarmi, per farmi dare l'Illirico e consegnarlo a te, mio signore, spieg Senecione. Anche su questo, Sesto nutriva seri dubbi: quello spregevole individuo voleva s accaparrarsi la diocesi, ma al momento opportuno si sarebbe riservato di decidere a chi essere leale, tra i due imperatori.
E come mai, se posso permettermi?, gli chiese acido Sesto. Avevi un colpevole bell'e pronto. Come mai sei qui?
Ho saputo che era stata aperta un'inchiesta nei miei confronti, e ho pensato che Costantino avesse dei sospetti; cos, ho deciso di tornare dall'uomo sotto cui ho servito tanti anni fa per rendermi utile in un altro modo, fu pronto a rispondere Senecione.
E l'altro modo sar essere al comando delle nostre guardie del corpo, Martiniano, intervenne l'imperatore. Abbiamo bisogno di un uomo spregiudicato e disposto a tutto, e tu non lo sei. Sei un valido subalterno, coraggioso ed efficiente, ma per il comando ci vuole altro. Tu sarai il suo vice. E ci aspettiamo che andiate d'accordo, per il bene e la sicurezza del vostro imperatore.
Retrocesso. Retrocesso a favore dell'uomo che aveva cercato di farlo uccidere. Sesto fu assalito dallo sgomento e dalla frustrazione. Tante volte era stato schiacciato dalle ingiustizie, degradato, e aveva dovuto risalire la china. Si chiese se ne avrebbe avuto di nuovo la forza, alla sua et. In passato, era stato l'orgoglio di appartenere al corpo dei pretoriani a spingerlo a reagire, a recuperare quanto aveva perduto, e la stima per un imperatore che era fiero di servire. Ma ora... ora... per cosa valeva la pena combattere?
Ti  chiaro, Sesto Martiniano?, ribad l'imperatore. A te va la nostra gratitudine per l'impegno che hai profuso nella tua missione. Non  riuscita come avremmo voluto, ma tu hai fatto del tuo meglio....
Tranne morire. Quello sarebbe stato del mio meglio, pens Sesto. Se fosse morto, forse Senecione avrebbe avuto pi possibilit di convincere Costantino.
Perch abbiamo bisogno di tutti gli uomini validi per questa guerra, vero Valente?, prosegu l'imperatore.
Il generale si schiar la voce. Ebbene, se ci muoviamo in fretta godremo della superiorit numerica. Insisto che dobbiamo attaccare ora, dopo le notizie che ci ha fornito il nostro prezioso Senecione.
Sono pronto a sottoscriverlo, dichiar il senatore romano. Costantino  in difficolt: la sua politica smaccatamente a favore dei cristiani gli ha alienato le simpatie di molti dei suoi sudditi, e non potr muovere contro di noi con molti uomini; dovr lasciarne parecchi a presidiare i suoi territori, per impedire che scoppino rivolte mentre  impegnato nella campagna.  consapevole che tanti abitanti delle sue prefetture preferirebbero una vittoria del nostro imperatore, e vorr guardarsi le spalle.
Licinio annu. Allora  deciso. Convocheremo per domani una riunione dell'intero stato maggiore, poi muoveremo verso occidente. Per impedire l'invasione, che potrebbe scatenare una sollevazione generale nei suoi territori, Costantino dovr venirci incontro mettendo su un esercito in fretta e furia, e il vantaggio strategico sar tutto dalla nostra parte.
Questa  la fine di Costantino, signori!, esclam Valente, decisamente infervorato.
S, gloria a Licinio!, esclam in un impeto di piaggeria Senecione.
Sesto provava solo delusione e disgusto. Se solo Costantino non avesse rappresentato tutto ci che detestava, e non fosse stato l'unico altro uomo che Minervina aveva amato oltre a lui, avrebbe combattuto al suo servizio. Ma aveva il dovere di sostenere chiunque cercasse di arginare la sua folle opera di distruzione della Roma che amava. Perfino gli sgradevoli individui che vedeva davanti a s.
Si accorse che tutti lo guardavano. Nostra sar la vittoria, tua la gloria, mio signore!, grid meccanicamente, sperando di apparire sincero.

8.

Costantino contempl l'altura su cui sorgeva la citt di Cibalis, poi la vasta pianura che si estendeva tra i fiumi Drava e Sava, ove si era schierato l'esercito nemico, e si chiese quanti altri momenti decisivi e quante imprese impossibili avesse affrontato fino ad allora nella sua carriera. E si chiese se Giulio Cesare avesse fatto lo stesso nella battaglia di Munda dove, dopo aver prevalso in situazioni al limite delle possibilit umane negli anni precedenti, si era trovato ad affrontare, ancora una volta, uno scontro in condizioni di inferiorit tattica, strategica e forse numerica.
Le sfide non finivano mai, per chi voleva essere in cima al mondo. Esaminando la situazione, si rese sempre pi conto che, al confronto, il combattimento che aveva sostenuto al Ponte Milvio contro Massenzio era stato vinto prima ancora di essere iniziato. Aveva costretto il rivale ad abbandonare il sicuro rifugio delle mura e a combattere su uno scacchiere di sua scelta; inoltre, Massenzio era un comandante inesperto, e i suoi uomini erano demotivati e schierati in modo scriteriato.
Dunque il suo trionfo non era stato memorabile, sebbene lo avesse fatto passare per tale. Non c'era un gran merito a vincere in condizioni tanto facili. E questo significava che lui fondava la sua fama di condottiero sul nulla. Certo, in passato aveva compiuto imprese ben pi complicate, ma nessuno ne aveva pi memoria, perch le aveva realizzate da giovane e da subalterno, e i suoi comandanti, Licinio compreso, lo avevano sempre messo in ombra, per invidia o convenienza; invece, tutti ricordavano la sua vittoria al Ponte Milvio, e chiunque ne capisse di guerra sapeva che valeva ben poco. Per il resto, da comandante in capo aveva prevalso, e mai in maniera definitiva, su accozzaglie di barbari, grandi guerrieri in tenzone individuale ma mai in grado di formare un esercito coeso.
Ma adesso aveva di fronte Licinio, un comandante esperto e valido che, per giunta, disponeva di un numero di effettivi quasi doppio rispetto ai suoi. E lo odiava. Lo odiava con tutte le sue forze: le necessit della politica lo avevano indotto a renderlo suo cognato e a farselo alleato ai tempi della lotta contro Massenzio, ma non aveva dimenticato tutti gli sgarbi e le carognate che quell'uomo gli aveva inflitto quando entrambi erano al servizio di Diocleziano e Galerio in Oriente. Licinio aveva fatto di tutto, vent'anni prima, per metterlo in cattiva luce agli occhi dell'imperatore, aveva negato i suoi meriti, lo aveva messo sempre in difficolt e pi d'una volta aveva perfino cercato di farlo accoppare. E lui aveva giurato di fargliela pagare, prima o poi.
Ma temeva che non fosse ancora arrivato il momento della sua rivalsa.
Era stato costretto a scendere in guerra prima di quanto pensasse, in condizioni di inferiorit strategica e senza disporre degli uomini che gli servivano per infliggere una sconfitta decisiva al rivale. Il meglio che potesse sperare era di costringerlo a una tregua, in attesa di tempi migliori. Licinio lo aveva spinto alla resa dei conti proprio nel momento in cui il suo potere vacillava: le grandi riforme che aveva intrapreso nell'impero di sua competenza avevano inevitabilmente scontentato molti conservatori, e c'era bisogno di una fase di assestamento, prima di lanciarsi in nuove avventure. Aveva cercato di andarci cauto, con i favoritismi nei confronti dei cristiani, cui doveva molto; ma si era accorto di esserne in un certo senso ostaggio, di dover venire a patti con la loro intransigenza, e con la loro smania di recuperare il tempo e i beni perduti con le persecuzioni e le discriminazioni di cui erano stati oggetto per secoli.
Ventimila uomini. Erano tutti quelli che era riuscito a racimolare, e pens con rabbia all'enorme mole di effettivi che aveva dovuto lasciarsi dietro per presidiare le province. In condizioni normali, avrebbe potuto essere a capo di un'armata di centomila uomini e fare del rivale un solo boccone, anche se Licinio fosse stato in grado di metterne in campo altrettanti. Ma ora doveva fronteggiarne trentacinquemila, a quanto gli avevano riferito i suoi esploratori, e la sua disposizione tattica pativa la necessit di dover evitare il rischio di farsi circondare da forze tanto preponderanti.
Osserv i suoi uomini schierati, in attesa dell'ordine di attacco. Perch doveva essere lui ad attaccare, su questo non c'era dubbio: se avesse permesso a Licinio di sfruttare l'abbrivio della sua soverchiante forza d'urto, non avrebbe avuto speranze. Ne osserv la disposizione e scosse la testa. Li aveva dovuti ammassare tra le pendici quasi a strapiombo dell'altura di Cibalis e la palude a ridosso del fiume, per evitare che i fianchi fossero aggrediti dalle ali nemiche; ma in quel modo quasi si ostacolavano a vicenda. Avrebbe dovuto farli attaccare a ondate successive, perdendo forza di penetrazione.
Per questo, aveva schierato gli arcieri in prima linea, la cavalleria in seconda e solo in terza la fanteria. Gli serviva scardinare subito i ranghi nemici con i dardi, sfondarli con la potenza dei cavalieri e aggredirli poi con un corpo a corpo nel quale, sperava, i suoi soldati avrebbero prevalso. Si era portato dietro i veterani, i reduci delle guerre lungo il Reno e i barbari che aveva reclutato tra i popoli che aveva sconfitto: tutta gente pi forgiata alla guerra, rispetto ai nemici, e di costituzione fisica pi robusta. Licinio era sempre ancorato ai vecchi schemi, e refrattario a valersi dei germani e dei sarmati: era dovuto quindi ricorrere in parte a reclute inesperte, o a cittadini romani poco avvezzi a compiti che non fossero di semplice presidio del territorio.
I suoi, invece, avevano la guerra nel sangue.
Solo questo poteva consentirgli di prevalere. Questo, beninteso, e il suo valore come condottiero. Era la prima volta che lo metteva davvero alla prova.
Alz il braccio per dare il segnale dell'avanzata. E nello stesso istante, tutti gli sguardi dei soldati andarono a convergere su di lui e sul settore che occupava, all'ala destra dello schieramento e alla testa dell'ala di cavalleria. Esit ad abbassarlo. Una volta fatto, non sarebbe pi potuto tornare indietro. Sarebbe andato incontro al suo destino, qualunque cosa lo attendesse poche centinaia di passi pi avanti. Come Cesare una volta varcato il Rubicone.
Si rese conto di aver abbassato l'arto quasi inconsapevolmente. Lo cap, prima ancora di vedere il braccio riposare lungo il suo fianco, dalle trombe che squillavano e dall'urlo di battaglia lanciato dai suoi uomini. La verit era che desiderava la lotta con ogni fibra del proprio essere; desiderava provare, soprattutto a se stesso, di essere un condottiero degno della miglior tradizione romana. Non poteva accontentarsi delle mediocri vittorie ottenute fino ad allora: per Cesare, c'era stata pi gloria nello sconfiggere Pompeo e i suoi sperimentati legionari romani, che Vercingetorige e la sua accozzaglia di galli.
Rugg anche lui, diede di sprone e avanz al trotto alla testa della cavalleria, seguendo da presso gli arcieri, che si accingevano a raggiungere la distanza utile per ricoprire di dardi le file di Licinio.
Aveva attraversato il Rubicone.
Si stanno muovendo, mio signore, dichiar Valente dopo aver ricevuto la comunicazione della staffetta. Licinio annu, scrut l'orizzonte e poi disse: Allora sbrighiamoci ad avanzare sulle ali prima che le occupi lui. Anche se si  coperto i fianchi intendiamo provare comunque a stringerlo in una morsa. Facciamo avanzare subito le unit ausiliarie ai lati estremi dello schieramento.
Ma Costantino sta avanzando con gli arcieri in prima linea, signore, obiett Valente. E gli ausiliari sono in armamento leggero. Sesto Martiniano trov corretta l'osservazione.
Subiranno delle perdite, inevitabilmente, ammise Licinio. Ma quando avverr l'urto tra le due armate, avremo gi uomini in posizione per accerchiarli.
E comunque, gli ausiliari sono barbari. Se c' qualcuno che possiamo sacrificare, sono proprio loro, sent il bisogno di specificare Senecione, ormai una presenza irrinunciabile nello stato maggiore imperiale, con grande irritazione di Sesto.
Vogliamo essere sicuri che non ne scappi neppure uno, ribad Licinio. Stavolta dobbiamo infliggere a Costantino una sconfitta definitiva.  caduto nella nostra rete e intendiamo approfittarne: non gli lasceremo scampo.
Non ne avr. Non pu nulla contro la nostra superiorit numerica, gli fece eco Senecione. Potrebbe solo scappare, ma con la tua intuizione tattica, mio signore, non potr fare neppure quello.
Sesto aveva gi imparato a sue spese, quattro anni prima, che Costantino non andava sottovalutato. Attenzione alla sua cavalleria. L'ha disposta subito dopo gli arcieri, di sicuro con l'intenzione di sfondare le nostre linee. Io l'ho visto alla testa della sua cavalleria, davanti a Roma:  in grado di condurre cariche devastanti, dichiar.
Non ci preoccupa. Se anche sfonder al centro, si ritrover isolato in avanti, perch nel frattempo le nostre ali si chiuderanno alle sue spalle, e finir dritto nelle nostre mani, asser Licinio. Potrebbe perfino rivelarsi un vantaggio, per noi, che faccia tanto affidamento sulla sua cavalleria: una volta oltre le nostre linee, la sua fanteria si ritrover senza comandante supremo e si arrender in massa.
Questa battaglia ha un risultato gi scritto!, grid Senecione, sempre pi votato alla piaggeria. Sesto non era cos ottimista: aveva avuto Costantino tra i piedi per gran parte della sua vita, e gli pareva improbabile che si potesse vincerlo cos facilmente. E aveva gi visto la sua capacit di trascinare gli uomini sul campo di battaglia. Licinio era abile, ma non al suo livello, e questo poteva compensare la differenza numerica.
Quando vide le ali iniziare a muovere in avanti lungo il fiume, rimpianse di non essere con loro. Era sempre stato un uomo da prima linea, e in ogni ruolo che aveva ricoperto, da semplice legionario ad alto ufficiale, si era catapultato nel cuore dello scontro; ma adesso faceva parte delle guardie del corpo dell'imperatore, e doveva rimanere al fianco del comandante supremo. I torti subiti, tuttavia, e il disprezzo che provava per chi glieli aveva inflitti, gli facevano desiderare ancor pi di gettarsi nella mischia, lasciandosi alle spalle il marciume di cui era stato testimone, l'indifferenza di Minervina e le soffocanti attenzioni di Costanza. Non aveva neppure avvertito la compagna della sua partenza per la guerra, n si era congedato da lei; probabilmente, Minervina aveva appreso dalle chiacchiere pubbliche che non lo avrebbe rivisto per un bel pezzo. O forse per sempre, se ci avesse lasciato la pelle. Lei e i suoi correligionari vivevano in un mondo a parte, in cui non ci si occupava delle cose terrene ma solo della presunta cura delle anime; di faccende materiali come una guerra, magari, si veniva a sapere solo a cose fatte.
E Costanza... Costanza, di certo, lo aveva gi sostituito con un altro amante. O almeno, era ci di cui voleva convincersi, per evitare di affezionarsi troppo alla persona sbagliata.
Le due colonne avanzarono a passo veloce, andando incontro agli uomini che ne avrebbero fatto scempio. Gli arcieri nemici, infatti, avevano raggiunto la distanza utile per tirare. Dalla collinetta su cui si era attestato Licinio con lo stato maggiore, Sesto pot intravedere la prima linea avversaria arrestarsi e incoccare le frecce. Adesso gli arcieri avevano solo l'imbarazzo della scelta: potevano tirare a spiovere sulla fronte dello schieramento di Licinio, o ad alzo zero contro le ali in avanzamento.
Senecione sembr interpretare il suo pensiero. Avrebbero dovuto tirare sull'armata schierata, invece non resisteranno alla tentazione di puntare sugli ausiliari, che sono pi vicini a loro, disse. Quindi finiranno le frecce e lasceranno i nostri ranghi intatti. Li travolgeremo con tutta la nostra potenza: neppure si accorgeranno di cosa li ha investiti.
Vero. Costantino ora non ha scampo: o fa tirare sull'armata e si fa circondare, o fa tirare sulle ali e si fa investire, comment l'imperatore.
Gli altri fecero compiaciuti cenni di assenso. Ma Sesto continuava a diffidare: Costantino non poteva essere cos ingenuo. Strizz gli occhi e osserv con attenzione i movimenti degli arcieri. Alle loro spalle, una nuvola di polvere celava a malapena l'avanzata della cavalleria pesante. Anche lui si chiese cosa stesse ordinando l'avversario, dopo aver visto avanzare le ali di Licinio: se il suo intento era piombare addosso a ranghi dissestati dai dardi dei suoi arcieri, adesso rischiava davvero di infrangersi contro una barriera salda e coesa.
Dovette ammettere che la tattica di Licinio non era disprezzabile. Poi, all'improvviso, vide gli arcieri stringersi e convergere verso il centro del corridoio tra le pendici del monte e il fiume. Si cre spazio ai loro lati, e la manovra suscit l'ilarit generale tra i suoi compagni. A quanto pareva, Costantino stava addirittura lasciando campo sgombro alle ali nemiche, facilitando l'aggiramento.
Gli arcieri hanno paura dell'attacco degli ausiliari! Si stringono gli uni agli altri! Che razza di pecore!, grid Senecione.
Tanto vale che Costantino si arrenda: saranno circondati prima che la battaglia abbia inizio!, gli fece eco Valente.
Ma tutti ammutolirono improvvisamente quando, dal polverone alle spalle degli arcieri, emersero due colonne distinte di cavalieri, che andarono a occupare gli spazi lasciati liberi sui fianchi.
E quando gli arcieri iniziarono a scoccare con tiro spiovente le frecce esclusivamente contro la fronte dell'armata, tutti compresero.
Gli spazi ai lati servivano alla cavalleria pesante per caricare la fanteria leggera.
Sarebbe stato un massacro.
Costantino aveva gi perso la voce. Nell'arco di pochi istanti, da quando aveva visto avanzare le ali nemiche lungo il fiume, si era sgolato a dare ordini, agli arcieri, cui aveva detto di convergere verso il centro e pensare solo alla fronte nemica, e ai suoi cavalieri, cui aveva comandato di dividersi in due colonne e di attaccare i fianchi avversari passando negli spazi lasciati liberi dalla prima linea.
Aveva avuto un momento di panico, quando aveva visto realizzarsi il suo peggior incubo, quello di essere circondato. Ma era stato un attimo: la prospettiva di perdere tutto quello che aveva costruito in vent'anni di lotte e ci che aveva in mente di edificare ancora lo avevano spinto quasi istintivamente a elaborare una soluzione per fronteggiare la minaccia. La grande difficolt era stata quella di far pervenire i suoi nuovi ordini a tutti i settori della prima e soprattutto della seconda linea. Lui si trovava in quello destro, e quando aveva iniziato a virare ancor pi a destra, per guadagnare il corridoio tra gli arcieri e il fiume, quasi tutti i cavalieri avevano puntato a seguirlo, ciascuno sulle orme di quello che lo precedeva. Dividere in due colonne il contingente era stato complicato, e i suoi ufficiali, cui aveva comunicato la decisione, avevano dovuto frapporsi tra gli uomini proprio in mezzo allo schieramento, per spaccarlo, creando un po' di confusione. Inevitabilmente, la sua colonna sarebbe stata in grado di giungere a contatto col nemico prima di quella dalla parte opposta.
Ma non era importante. Ci che contava, ora, era che fosse riuscito a tenere impegnate contemporaneamente la fronte dell'esercito di Licinio e le sue ali, vanificando la tattica nemica di costringerlo a scegliere se badare all'una o alle altre.
E mentre si avvicinava agli ausiliari avversari, di cui riusciva a scorgere le espressioni terrorizzate, gli venne da chiedersi cosa lo spingeva a non imitare Licinio e ogni altro comandante supremo, che rimanevano fuori dalla mischia, su un'altura ai margini della battaglia, evitando ogni rischio ma godendo anche di una visione d'insieme dello scacchiere del combattimento. Era consapevole che sarebbe bastato un dardo, un casuale colpo di spada, una mossa sciocca, una piccola distrazione, per compromettere tutto. Ed era altrettanto conscio che, dalla posizione defilata che occupava, non era in grado di vedere cosa accadeva in altri settori, dove quindi non poteva apportare correttivi alla sua tattica, nel caso fosse servito.
Ma era la sua natura: non poteva rimanere a guardare. E forse era anche la sua ambizione, nutrita dalle letture giovanili delle gesta di Alessandro Magno, che conduceva sempre la sua cavalleria alla carica sul fianco dello schieramento nemico, rendendosi artefice in prima persona di sfondamenti memorabili. Sentiva la necessit di cavalcare alla testa dei suoi uomini, ben distinguibile da amici e nemici, perch si sapesse che era il pi coraggioso di tutti, e perch il suo valore servisse da esempio a chi lo seguiva.
Gli ausiliari si erano resi conto di non avere scampo, di fronte alla carica di una cavalleria pesante. Erano privi di armature, perfino di elmi, e dotati di scudi tondi e di modeste dimensioni, che lo zoccolo di un cavallo avrebbe sfondato con facilit irrisoria. Ormai non avanzavano pi; si erano bloccati guardandosi intorno, per cercare una via di fuga: ma non ne avevano. Su un fianco c'erano gli arcieri nemici, sull'altro il fiume. Qualcuno gi iniziava a buttarsi in acqua e a nuotare furiosamente per guadagnare la riva opposta. Costantino trov il tempo per gettare un'occhiata alla fronte dello schieramento avversario. Su di essa piovevano incessanti le frecce dei suoi tiratori, e la linea non era pi n continua n uniforme: presto avrebbe dato agli arcieri l'ordine di ripiegare e di lasciare il campo alla fanteria, che avrebbe aggredito un'armata scompaginata nei ranghi. E lui, dopo essersi liberato degli ausiliari, l'avrebbe contestualmente aggredita sul fianco.
Come Alessandro Magno con i persiani.
Piomb addosso ai primi ausiliari della colonna passandoci sopra come se fossero sterpaglia. Sent ossa frantumarsi, come fragili arbusti che si riducevano in pezzi, e le urla di dolore delle sue vittime si mischiarono a quelle di terrore dei soldati immediatamente alle loro spalle. Zampilli di sangue sembrarono eruttare dal terreno, investendolo ovunque. Sferr fendenti con la spada, a destra e a sinistra, per finire chi barcollava, mentre i suoi scudieri, rendendosi conto che gli avversari non costituivano alcun pericolo, si allargavano per consentirgli di continuare la sua strage. Tronc di netto aste delle lance e braccia, spicc teste, in un'orgia di sangue in cui, dopo breve tempo, non distinse pi i corpi dalle armi. E presto, davanti a lui e ai suoi uomini gli ausiliari nemici si limitarono a gettare le armi e a tuffarsi nel fiume. Ma molti erano ostacolati dalla calca creata dai loro stessi compagni, oltre che dalla pressione dei cavalieri dell'imperatore, e non trovavano vie di fuga. Not qualcuno spingere verso di lui i propri commilitoni, per aprirsi un accesso al fiume, e non si fece pregare: li trafisse alla gola, spacc in due il loro cranio con fendenti dall'alto in basso, e frammenti di materia cerebrale lo colpirono con maggiore veemenza di quanto fosse riuscito a fare qualsiasi nemico fino ad allora.
Nessuno riusciva a trovare il modo e il tempo di puntare una lancia contro di lui, n lo spazio per caricare il braccio e scagliarla. La carica della cavalleria costantiniana aveva compresso la colonna avversaria a tal punto che i soldati morti o svenuti rimanevano in piedi, ostacolando ulteriormente quanti badavano solo alla fuga. Ma adesso doveva pensare solo a sgomberare il campo per lanciare l'attacco al fianco dello schieramento nemico principale. Not che la fronte dell'esercito di Licinio aveva ampi vuoti lungo la linea, e i tentativi di colmarli facendo avanzare uomini dalle file posteriori, sotto il tiro costante dei suoi arcieri, non facevano altro che accentuare la confusione.
Era il momento di dare l'ordine. Disse a un suo scudiero di cavalcare verso il centro e di dire agli arcieri di ripiegare. L'uomo fece dietrofront, usc dalla ressa e si lanci al galoppo. Poco dopo, i tiratori si divisero in due gruppi e si spostarono verso le ali, a ridosso delle colonne di cavalleria, lasciando totalmente libero il centro del campo di battaglia. Costantino gett un'occhiata alla fanteria, che era prossima alla posizione occupata solo poco prima dagli stessi arcieri, e invi un altro scudiero a dire che aumentasse l'andatura, fino a coprire di corsa le ultime centinaia di passi che la separavano dalla linea nemica.
Adesso toccava di nuovo a lui. L'urto sarebbe stato pi efficace se fosse stato sostenuto anche sulle ali dalla sua pressione. Incit i suoi a superare ogni ostacolo, e diede di sprone al proprio cavallo per spingerlo a scavalcare corpi in piedi e a terra. Ora, tuttavia, c'era pi spazio: molti soldati nemici erano ormai nel fiume o morti, e i superstiti potevano fuggire anche verso le proprie linee, lasciandogli la strada aperta. Tenne costantemente d'occhio l'avanzata della fanteria, per giungere a contatto con lo schieramento avversario nello stesso momento e prenderlo in una tenaglia.
Intanto aveva evitato l'accerchiamento, e questo era gi un successo. Non sapeva a quanti ammontassero gli ausiliari che Licinio aveva mandato cos allo sbaraglio, ma calcol che fossero qualche migliaio: forse aveva raggiunto anche un altro risultato, cio di aver perlomeno ridotto la sproporzione numerica tra le sue forze e quelle dell'avversario.
Forse adesso avrebbe affrontato lo scontro ad armi pari.
 partito, mia signora. Mi stupisce che tu non lo sappia, disse il soldato di guardia alla caserma annessa al palazzo imperiale di Nicomedia, dove dormivano le guardie del corpo di Licinio.
Minervina rimase stupita. Partito? Per dove?
Per la Pannonia. C' una guerra in corso, nel caso tu non lo sappia. Una guerra civile; e il tuo uomo, come vicecomandante delle guardie imperiali, fa parte dello stato maggiore del sovrano, spieg la sentinella, guardandola perplesso.
Minervina ebbe una stretta allo stomaco. Sesto era andato in guerra, contro Costantino evidentemente, e non le aveva detto nulla. Non l'aveva neppure salutata. E non aveva salutato neppure i bambini. O magari i gemelli s, quando era venuto a far loro visita l'ultima volta, ma senza degnarsi di dirle nulla.
Avrebbero potuto non vedersi mai pi, sarebbe potuto non tornare, e non aveva neppure sentito il bisogno di parlarle.
Si accorse che lacrime le sgorgavano dagli occhi. A quel punto si erano ridotti? Sesto doveva sentirsi davvero ferito, per aver fatto una cosa del genere. Lei doveva averlo ignorato tanto a lungo da averlo fatto sentire un estraneo; proprio lei, che stava dedicando la vita intera a perfetti sconosciuti... La sua volont di espiazione aveva travolto gli affetti pi cari, e soprattutto la persona cui pi doveva la sua salvezza, almeno quella fisica. Sesto aveva rifiutato tutto ci che lei era diventata e lei l'aveva inconsapevolmente punito, ignorandolo; e, come aveva imparato con Costantino, non c'era niente di peggio, nella vita di un essere umano, che essere ignorati dalla persona che si ama.
Si biasim per non essere stata comprensiva. Era impensabile che un uomo come lui, abituato a nutrirsi della tradizione di Roma, imbevuto dei valori tramandati dall'aristocrazia cui apparteneva, potesse comprendere quanto di rivoluzionario era contenuto nel messaggio di Cristo. Gli aveva rimproverato intolleranza, ma anche lei era stata intollerante. Il gesto di Sesto, forse, era stato un modo per richiamare la sua attenzione. Non lo vedeva da un paio di settimane, ed era andata a cercarlo in caserma solo per informarlo che sua figlia non stava bene, e adesso apprendeva che se n'era andato, magari a cercare una morte liberatrice in battaglia.
Gli doveva cos tanto che non avrebbe mai dovuto trattarlo in questo modo. Non lo amava, forse, come la amava lui, ma gli era comunque profondamente legata. Non nutriva pi, nei suoi confronti, la passione che li aveva uniti tanti anni prima, ma le sembrava un'evoluzione naturale, fisiologica: non erano pi dei ragazzini, ed erano successe tante cose che avevano trasformato il loro rapporto in una relazione pi pacata, almeno per lei. Lui, invece, la vedeva ancora come allora: una donna che non riusciva a soffocare i propri impulsi, capace di liberare una bestia immonda che la induceva a fare le cose pi impensabili, per una donna rispettabile; e allo stesso tempo, una donna che aveva un continuo bisogno di nutrirsi dell'amore di qualcuno, per sentirsi importante, apprezzata, viva.
Adesso aveva trovato la soddisfazione di tutte le sue esigenze in Cristo, che le dava ci di cui aveva bisogno in quella fase della sua vita. Avrebbe dovuto essere capace di spiegarlo meglio a Sesto, invece di alimentare il suo risentimento con l'indifferenza. Non gli aveva mai parlato veramente, non si era mai seduta a chiedergli davvero di amare anche la nuova versione di Minervina; era certa che, se lo avesse fatto, lui ci avrebbe per lo meno provato. Aveva fatto talmente tanto per lei, aveva tollerato cose inaudite, e avrebbe trovato la forza di giustificarla, se non di comprenderla. Non c'era ragione che non fossero ancora felici, anche se avevano scoperto di appartenere a due mondi diversi.
La sua ritrosia a parlargli l'aveva spinta a tacergli perfino gli approcci della corte imperiale. Adesso vedeva un nesso tra lo scoppio della guerra e i tentativi, da parte di Licinio, di estorcerle informazioni sul cognato. Un suo cortigiano l'aveva avvicinata pi volte, mentre era impegnata nei suoi compiti umanitari, traendola da parte e chiedendole di parlargli di Costantino nel privato. Cosa gli piacesse, se avesse qualche vizio, debolezze, fissazioni, abitudini, elementi su cui far leva per influenzarlo... Ed era stato anche piuttosto insistente.
Lei non gli aveva dato corda, la prima volta, dichiarando di non ricordare pi nulla, e comunque di non aver rilevato niente che reputasse degno di attenzione. Ma la realt era che non riteneva di avere motivo di parlarne. Ma poi quell'uomo era tornato, e aveva iniziato a farle velate minacce, se non avesse parlato. Avrebbe dovuto discuterne con Sesto, adesso se ne rendeva conto, ma aveva avuto paura che lui desse ragione a Licinio: in fin dei conti, Sesto aveva molti motivi per odiare Costantino e temeva che l'avrebbe costretta ad assecondare l'inviato dell'imperatore. Ma adesso capiva che, se l'amava davvero, l'avrebbe difesa a dispetto di tutto. Invece, si era rivolta a uno dei sacerdoti della comunit cristiana di cui faceva parte, nella quale aveva cercato un confessore degno dell'uomo che l'aveva iniziata sulla via di Cristo a Roma, ovvero Silvestro. E lui le aveva detto senza mezzi termini che Costantino, e non altri, era da sostenere e difendere a oltranza, perch solo lui, a lungo termine, avrebbe potuto proteggere i cristiani da eventuali quanto probabili rigurgiti di discriminazione.
Adesso che erano diventati un punto fermo nella societ, le aveva spiegato, davano ancor pi fastidio di prima; soprattutto a quelli che avevano sostituito nei posti di responsabilit e di potere, e che aspettavano solo la comparsa di un campione della loro causa per rialzare la testa. Licinio si era solo piegato alle necessit di Stato, lo sapevano tutti, e fosse stato per lui avrebbe proseguito la politica discriminatoria attuata nei decenni precedenti da coloro che lo avevano voluto al potere. Se mai a Costantino fosse successo qualcosa, i cristiani non avrebbero avuto pi nessuno a proteggerli, e avrebbero perso tutto ci che avevano acquisito dopo la sua vittoria su Massenzio e la caduta di Massimino Daia.
Ma non le importava nulla, adesso. Quel che contava, per lei, era che Sesto tornasse sano e salvo. A nulla sarebbe valso aiutare tanti bisognosi e seguire alla lettera le disposizioni di Cristo, se non fosse riuscita a fare la pace con l'uomo che, probabilmente, l'aveva pi amata al mondo.

9.

Le cose non stavano andando come Licinio e il suo stato maggiore avevano auspicato. A Sesto fu sufficiente osservare le espressioni disorientate dei componenti del suo gruppo, a cominciare dall'imperatore, per rendersi conto che lo avevano capito anche loro. Gli ausiliari sulle ali si erano dileguati come se non fossero mai esistiti, e senza infliggere alcuna perdita al nemico: in pratica, Licinio si accingeva ad affrontare lo scontro vero e proprio con ottomila uomini in meno. Conservava ancora la superiorit numerica, che per non sembrava pi poter rappresentare un fattore decisivo. Inoltre, gli arcieri avversari avevano potuto scatenare tutta la loro potenza di tiro sulla prima linea, decimandone i ranghi e incrinando significativamente la coesione della falange, che adesso si presentava pi debole all'impatto con la fanteria nemica.
Nulla era compromesso, certo, ma il risultato non appariva pi cos scontato come lo avevano considerato i pi ottimisti fino a una mezz'ora prima.
Sta cercando di stringere il nostro schieramento in una morsa, mio signore, fece notare a Licinio, dato che nessuno osava parlare. Le ali della sua cavalleria puntano ad attaccarci sui fianchi, mentre la fanteria aggredisce la fronte approfittando della confusione generata dall'azione degli arcieri.
Quegli imbelli di ausiliari non hanno opposto alcuna resistenza, comment Senecione. Codardi!.
Dobbiamo far entrare in azione la cavalleria. Solo i cavalieri sono in grado di arginare le cariche di quelli di Costantino, sugger Valente, che di tutti i componenti dello stato maggiore sembrava a Sesto il meno sprovveduto.
Licinio storse la bocca, e Sesto ne comprese fin troppo bene il motivo. Aveva piazzato la cavalleria di riserva, e adesso non era facile farla avanzare in prima linea. Licinio era ancorato alla concezione che la fanteria fosse la regina delle battaglie e la cavalleria un mero supporto, mentre Costantino, al Ponte Milvio, aveva dimostrato inequivocabilmente ci che i persiani avevano lasciato intuire nei decenni precedenti: la cavalleria, ormai, aveva raggiunto un livello di specializzazione, rispetto ai fanti, tale da permetterle di risultare molto pi decisiva, e in un tempo pi breve. Ci che riusciva a una carica di cavalieri pesanti in pochi istanti, come uno sfondamento o un aggiramento, i fanti impiegavano un'intera giornata a realizzarlo.
Date ordine che avanzino dalle retrovie!, non pot fare a meno di comandare infine Licinio. Dobbiamo augurarci che arrivino in tempo per tenere impegnati i cavalieri nemici mentre i nostri ranghi si riassestano e, nel corpo a corpo, facciano prevalere la superiorit numerica.
Sesto vide pi d'uno dei presenti fare una smorfia di scetticismo, mentre una staffetta partiva a comunicare il comando dell'imperatore. Tutti erano consapevoli che lo schieramento della fanteria, che si estendeva fino agli ostacoli naturali, avrebbe intralciato l'avanzata della cavalleria, rendendole difficile arginare la carica di Costantino. Ma bisognava provarci. Piuttosto, c'era una cosa che Sesto poteva suggerire, anche per marcare la differenza con Senecione. Mio signore, intervenne, perch non mi permetti di raggiungere, con una parte delle guardie del corpo, le unit pi all'esterno e farle convergere verso il centro per lasciar passare la nostra cavalleria? Se si vedranno sospinti dai soldati dell'imperatore, i nostri saranno pi solerti.
Senecione si affrett a intervenire. Mi pare una pessima idea, se posso permettermi: le guardie del corpo del sovrano devono rimanere accanto a lui, per ogni evenienza, e non mischiarsi con la soldataglia, dichiar, guardando in tralice Sesto.
Tuttavia, l'imperatore parve riflettere, e Sesto lo incalz. Sar come averti in prima linea, senza che tu corra i rischi che ci comporterebbe. I soldati, vedendo noi, immaginerebbero che sei vicino e si affretterebbero a obbedire agli ordini pi celermente, afferm.
Questo parve essere l'argomento decisivo. E sia. Prendi con te venti uomini, Sesto Martiniano, e corri a portare i nostri ordini sul fianco; e fai in modo che un centenario faccia lo stesso sul fianco opposto, dichiar l'imperatore.
Sesto non pot fare a meno di lanciare uno sguardo di sfida all'uomo che lo aveva immeritatamente scalzato dal comando delle guardie. Ma adesso veniva il difficile: se non fosse riuscito a sgombrare il campo in tempo utile, avrebbe offerto al suo rivale l'occasione per umiliarlo ancora, e le sue quotazioni sarebbero precipitate ulteriormente. Corse lungo il pendio, scese in pianura e raggiunse le ultime file della fanteria pesante, che se ne stavano immobili mentre pi avanti, come aveva visto dall'alto, c'era il caos.
Presto, spostatevi verso il centro!, grid al primo ufficiale che incontr. Deve passare la cavalleria!. Ma il centenario lo guard disorientato.
Se ci muoviamo adesso, non solo non riusciremo a sgombrare del tutto il campo, ma si creer confusione in tutto lo schieramento, non unicamente nelle file anteriori, protest l'ufficiale. E non si mosse.
Sesto aveva previsto obiezioni del genere. Forse le avrebbe avanzate anche lui, se fosse stato al suo posto. Erano ragionevoli. Ma lui non era l per essere ragionevole. L'imperatore ha ordinato cos, e non sta a te discuterne la volont, aggiunse guardandolo in cagnesco. Penseremo noi a fare ordine.
L'ufficiale annu perplesso ed esort i propri uomini a spostarsi verso il centro, indicando loro la cavalleria che, intanto, si stava muovendo. Ma non c'era molto spazio, e molti soldati, per trovarne, si allargavano istintivamente, andando a rioccupare il corridoio tra il fiume e la linea dell'armata. Altri, invece, venivano semplicemente respinti indietro dalla calca. Rischiavano non solo di essere travolti dai loro stessi commilitoni a cavallo, ma anche di rallentarne il contrattacco. Sesto esort i suoi a seguirlo, li incolonn e costitu una linea parallela al fiume, stabilendo cos il limite che i legionari non dovevano oltrepassare. Ma aveva appena venti soldati, e la barriera che aveva costituito funzionava solo per un piccolo tratto.
Spingete! Spingete!, urlava, cercando di favorire il deflusso forzato dei legionari verso l'interno. Lo schieramento aument in profondit in alcuni punti, ma in altri tratti il corridoio era ancora ostruito. Gett un'occhiata alla cavalleria di Licinio e vide che era partita al galoppo. Poi guard dalla parte opposta: Costantino stava arrivando. Di l a poco lo avrebbe avuto vicino, e forse avrebbe avuto la possibilit di fargli pagare tutte le traversie che gli aveva causato. Ma era pi probabile che fosse travolto dalla sua carica, insieme a tutti i soldati che ancora scorrazzavano lungo il fiume. Forse era quello che si augurava Senecione, che magari proprio per quel motivo non aveva insistito per impedirgli di lasciare la collina.
Scorrete adesso! Scorrete!, ordin, spostandosi lungo il fianco dello schieramento per contenere altri settori. Afferr per la dalmatica alcuni soldati fuori dai ranghi, e intanto teneva d'occhio le due cavallerie in avvicinamento. Molti soldati iniziarono a temere di esserne travolti, e lo assecondarono, rientrando nel cordone che aveva creato. Ora erano lui e i suoi uomini i pi esterni, ed erano loro a rischiare di essere calpestati dagli zoccoli dei cavalli di entrambi gli schieramenti. Continu a spingere e a spostarsi lungo la linea per far convergere sempre di pi i legionari verso il centro e guadagnare spazio anche per s. Sent il rombo degli zoccoli sempre pi prossimo, e il terreno rimbombare sotto i suoi piedi per le due cariche convergenti.
Gli parve di vedere due muri chiudersi intorno a lui, con suoni e vibrazioni degni di un terremoto; come se la terra si squassasse e lo volesse ingoiare nelle sue viscere. Le due colonne di cavalleria erano ormai vicinissime a lui e ai suoi uomini, e non sapeva se sarebbe riuscito a evitarle; ma, se non altro, aveva permesso ai cavalieri di Licinio di arrivare in tempo a fronteggiare gli avversari. Credette di intravedere Costantino in testa al cuneo nemico, con l'elmo tempestato di pietre preziose e il mantello color porpora, e consider uno strano scherzo della sorte che potesse essere proprio lui a travolgerlo.
Intensific la spinta, ma si accorse di aver guadagnato solo qualche passo. E quando vide chiudersi le due colonne l'una contro l'altra, si trov proprio all'altezza dell'impatto. Si sent travolgere da una forza d'urto sulla schiena, che lo scaravent contro i legionari e gli tolse il fiato per qualche istante, annebbiandogli la vista e ottundendogli i sensi.
Costantino ebbe un gesto di stizza, quando si ritrov a duellare col pi vicino dei cavalieri nemici. Lo schieramento avversario si era improvvisamente ristretto verso il centro, lasciando spazio lungo il fiume. In un primo momento, aveva pensato che i fanti sulla direttrice della sua carica avessero semplicemente paura di essere travolti e si fossero spostati, ma poi aveva visto comparire alle loro spalle la cavalleria di Licinio, e aveva capito che l'avversario stava manovrando per arginare il suo attacco con i cavalieri. Aveva lanciato l'assalto proprio contando sulla scelta di Licinio di piazzare la cavalleria di riserva: era sicuro che l'ampio schieramento della fanteria avversaria avrebbe impedito alla riserva di raggiungere la prima linea. Mai avrebbe immaginato che il rivale avrebbe fatto in tempo a far spostare i fanti e a far avanzare al loro posto le truppe montate: si trattava di una manovra complessa, che presupponeva grande coordinamento tra unit.
Invece Licinio c'era riuscito, gli di soltanto sapevano come; e adesso le cose, per lui, si complicavano. Nulla era compromesso, ma veniva meno, per il momento, la possibilit di attaccare il fianco della fanteria nemica mentre questa era costretta a fronteggiare la pressione dei suoi fanti. L'urto tra pedoni stava per avere luogo, e lui avrebbe dovuto sudare per riuscire a liberarsi degli antagonisti a cavallo e colpire sul fianco quelli a piedi.
Incroci la lama con il cavaliere nemico, mentre i suoi subalterni si sceglievano ciascuno un avversario. Sarebbe stata lunga, adesso: lo spazio tra il fiume e il fianco della fanteria era ristretto, non ce n'era per prendere slancio e aggredire i nemici in gruppo. In pochi istanti, lo scontro si era trasformato in una caotica mischia dove si rischiava perfino di prendere un affondo di lancia da un commilitone. I suoi scudieri gli guardavano i fianchi, cosicch potesse dedicarsi al suo avversario di fronte senza dover temere attacchi da altre direzioni; al contrario, gli altri e il suo stesso antagonista erano non solo minacciati dai nemici che agivano nei pressi, ma anche dagli stessi camerati che, spintonandoli inavvertitamente, rendevano pi instabile la loro posizione in sella. Fu proprio grazie a una spinta, infatti, che Costantino trov il rivale sbilanciato e in precario equilibrio, e pot approfittarne affondandogli la spada nell'addome. L'uomo si accasci in avanti, sostenuto dal collo del cavallo, finch una nuova spinta non lo fece cadere di sella.
L'imperatore si rese conto che ormai c'erano diversi cavalli privi di cavaliere. Scalciavano e nitrivano, imbizzarriti e come impazziti, cercando di evadere dalla calca e sottrarsi cos alle botte che ricevevano dai combattenti e dagli altri cavalli con ancora qualcuno alle redini. Costantino ebbe l'impressione di trovarsi come tra i flutti, sballottato ovunque, senza la possibilit di trovare una posizione stabile e solida da cui combattere. Adesso i suoi scudieri non riuscivano pi a fargli il vuoto intorno, e anche loro avevano il proprio da fare per evitare di essere travolti dalla tempesta di corpi, corazze, animali e armi che li avvolgeva.
Forza! Siete il vanto del nostro esercito!, prese a gridare per incitare i suoi. Siete la miglior cavalleria del mondo, e abbiamo vinto tante battaglie insieme. Dimostriamogli perch! Dimostriamogli come!. E subito si cerc un altro avversario, per dare l'esempio. Lo trov in un ufficiale, l'elmo tempestato di pietre preziose come il suo: era ci che gli serviva, se voleva imprimere una svolta al tentativo di sfondamento; se lo avesse eliminato, i subalterni dell'antagonista si sarebbero scoraggiati e avrebbero potuto cedere terreno.
Quello lanci un urlo e lo affront con la convinzione di un veterano, senza remore; forse, anzi, con l'esaltazione di avere a che fare con l'imperatore nemico, e la legittima speranza di riportarne la testa al proprio sovrano. Sapeva che era cos, quando andava in battaglia: gli avversari davano il meglio, consapevoli di poter raggiungere fama e ricchezza uccidendolo; ma anche i suoi uomini, sapendo di avere al loro fianco l'imperatore che li giudicava, davano il meglio, quindi era un rischio che valeva la pena correre.
Dopo le prime battute, ebbe conferma che si trattava di un avversario temibile. Non si limitava a difendersi dai suoi assalti, ma reagiva scartando con prontezza e contrattaccando ogni volta che Costantino gliene offriva la possibilit. Dovette guardarsi dai suoi affondi in pi occasioni, e ogni tanto maledisse la sua smania di voler essere sempre in prima linea. Fu tentato di far intervenire i suoi scudieri, ma la sua vittoria non avrebbe avuto lo stesso valore, e continu a duellare senza il loro aiuto. Era gi pi che sufficiente che gli guardassero fianchi e spalle, e ci gli dava ormai un notevole vantaggio sull'avversario. Si disse quindi che non poteva fare a meno di prevalere: ben modesto sarebbe stato il suo valore se non ne fosse stato capace. Ne trasse determinazione per incalzare l'avversario, che aggred con una serie di fendenti cui l'altro oppose una difesa sempre pi debole. Ogni colpo arrivava di una spanna pi vicino al bersaglio, finch l'ufficiale non ebbe pi la forza di bloccare la sua lama con la propria, e non riusc a impedire che la spada di Costantino gli calasse sulla spalla, incidendo la pelle fino a scavare nella carne viva.
Uno zampillo di sangue invest entrambi i combattenti, e l'uomo ondeggi sulla sella, ma senza cadere. Costantino non esit a sferrare un altro fendente, centrando il collo dalla parte opposta, dove si apr una voragine di carne, nervi e filamenti. Ormai cadavere, l'avversario ondeggi ancora qualche istante, poi cadde dal cavallo, e ci che rimaneva di lui fin maciullato dagli zoccoli degli animali.
Costantino emise un ruggito di trionfo e spron la propria cavalcatura a farsi strada. Di fronte alla caduta del loro ufficiale, come aveva previsto l'imperatore, i suoi uomini apparvero disorientati, e qualcuno si spost di lato per cercare scampo nel fiume. Un cavaliere, non riuscendo a trovare spazio, si gett di sella e corse per pochi passi finch non raggiunse l'acqua, dove si tuff iniziando a nuotare: ma una lancia lo trafisse alla schiena dopo poche bracciate.
I soldati di Costantino ne trassero coraggio per accentuare la pressione, e l'imperatore ebbe la sensazione di aver guadagnato terreno. Ma doveva mettere decisamente in rotta i cavalieri nemici, altrimenti non avrebbe avuto spazio per caricare il fianco della fanteria che, nel frattempo, stava paurosamente ondeggiando sotto l'impatto della falange avversaria di fronte. Adesso doveva assalirla. Divenne impaziente. Carichiamoli! Buttiamoli tutti nel fiume!, grid, poi diede di sprone e part lanciato nello spazio che aveva a disposizione senza neppure guardare se i suoi lo seguivano.
Una botta al costato ridiede vitalit a Sesto Martiniano, tramortito dall'irruzione della cavalleria nemica. Cerc di rialzarsi, ma la calca glielo imped: il fisico massiccio dei soldati intorno a lui non gli lasciava spiragli, togliendogli il respiro. Riceveva colpi e calci ovunque, in un vorticoso turbinare di gambe, polpacci, stivali, anche, foderi di spada. Si protesse la testa, che gli pulsava in modo forsennato, poi decise di puntare un soldato che stazionava fisso a una spanna da lui: qualcosa doveva averlo paralizzato, e si augur che rimanesse in quel modo. Facendo forza sui polpacci, si alz scagliandosi contro e riuscendo a spostarlo, guadagnando cos lo spazio necessario per rimettersi in piedi.
L'uomo non reag, ma si accasci addosso a un altro a peso morto. Solo allora Sesto si rese conto che era senza vita da tempo: a sostenerlo in piedi era stata una lancia che lo aveva trafitto alla schiena e, fuoriuscitagli dal petto per quasi tutta la lunghezza dell'asta, si era conficcata nel terreno. Cap presto da dove proveniva l'arma che lo aveva ucciso guardando sopra gli elmi e le creste dei legionari: i cavalieri di Costantino si stavano scontrando con quelli di Licinio, cui lui aveva permesso di giungere a contatto col nemico. Il corridoio che si era creato per le due cavallerie lungo il fiume aveva sottratto terreno ai fanti, adesso impotenti mentre si combatteva al loro fianco e, presumibilmente, anche nelle file anteriori, che a quel punto dovevano ormai essere entrate in contatto col nemico.
L'ondeggiamento cui furono sottoposti i ranghi gli conferm che l'urto tra le due fanterie era gi avvenuto, e che la battaglia infuriava ovunque.
E lui se ne stava a fare la statua.
Non lo toller. Soprattutto, perch immaginava che a pochi passi da lui ci fosse Costantino. Inizi a spingere i compagni perch lo lasciassero passare e molti, vedendo che indossava la corazza squamata con cui si equipaggiavano le guardie del corpo di Licinio, lo lasciarono fare. Ma nessuno riusciva a spostarsi di pi di un passo, e nonostante tutto Sesto impieg molto tempo per uscire dai ranghi; ne dedusse che, mentre era stordito, dovevano averlo risucchiato all'interno dello schieramento.
Ma quando raggiunse la fila pi esterna, si trov di fronte una scena che non gli piacque per niente. Si era impegnato per fare in modo che lo scontro tra cavallerie fosse per lo meno alla pari, e invece vide che gli uomini di Licinio erano in chiara difficolt. Molti si sottraevano allo scontro ripiegando o cercando scampo in acqua, altri si ostacolavano a vicenda nel tentativo di formare una linea difensiva, altri ancora combattevano isolati, senza alcuna speranza di prevalere contro il cuneo nemico.
Poi lo vide. Erano anni che non lo incontrava: dall'epoca dei ventennalia di Diocleziano, a Roma, tredici anni prima.
Da quando gli aveva rubato Minervina.
Ma era lui, non ebbe alcun dubbio. Il suo equipaggiamento sgargiante e sfarzoso lo avrebbe reso distinguibile anche da lontano: ci teneva a far vedere che combatteva in prima linea. Una sciocchezza che avrebbe pagato a caro prezzo.
Non bad alle sue consegne. N al suo ruolo. Bad solo al fatto che alcuni cavalli scorrazzavano per il campo di battaglia senza pi un soldato in sella. Afferr al volo le briglie di quello che gli pass pi vicino e lo trattenne con vigore, finch l'animale non gli permise di salire in groppa. Con lo sguardo fisso sul suo obiettivo, Sesto diede di sprone e si lanci al galoppo verso Costantino. Aveva cos tante cose da fargli pagare, e le pass in rassegna nei brevi istanti e nel ristretto spazio che lo separavano da lui: il rapimento di Minervina, gli smaccati favoritismi nei confronti del cristianesimo, lo svilimento dei valori tradizionali, l'indiscriminato afflusso dei barbari nell'esercito, la caduta e l'uccisione di Massenzio, il ridimensionamento di Roma come sede imperiale, lo scioglimento del corpo dei pretoriani, la sfrenata ambizione che aveva mandato all'aria il sistema ideato da Diocleziano... e la sua vita da vincente, sempre in ascesa, che tanto contrastava con la sua, quella di un uomo che aveva sempre dovuto risalire la china, per essere respinto gi ogni volta che si avvicinava alla vetta.
Ma dovette tirare presto le redini. L'imperatore stava combattendo con un suo commilitone, ed era protetto ai fianchi dai suoi scudieri. Quel vigliacco voleva farsi passare per coraggioso stando in prima linea, ma barava: non combatteva mai ad armi pari. Ma non gli import. Sper che Costantino uccidesse presto l'avversario, cos da poter subentrare subito in sua vece.
Le sue preghiere furono esaudite. La punta della spada di Costantino sbuc dalla nuca del cavaliere, che cadde di sella nel momento stesso in cui l'avversario la estrasse. Sesto non esit oltre. Diede di nuovo di sprone e, con un ruggito, si avvent sull'imperatore prima che lo facesse qualcun altro. Quando se lo ritrov a portata di spada, avrebbe voluto urlargli chi era: il pretoriano che aveva difeso Massenzio fino all'ultimo e reso difficile la sua vittoria, e l'amante di Minervina, la donna che lui aveva gettato via come un vestito usato quando si era stufato di lei, devastandola al punto da renderla dapprima una puttana, e poi quasi una sacerdotessa, strappandola cos definitivamente al suo amore.
Si sent addosso gli occhi dell'imperatore, che lo osserv con un'espressione che gli parve divertita. Non dubit che si fosse liberato con facilit di tutti i suoi avversari diretti, fino a quel momento, e che si sentisse pomposamente sicuro di poter fare altrettanto con lui. Sesto si avvent contro tutto ci che Costantino rappresentava, pronto a sferrare un colpo con veemenza, e aprendo cos la guardia per indurre l'avversario ad affondare a sua volta la spada con la certezza di trafiggerlo. Ma all'ultimo momento, quando i due cavalli furono quasi a contatto, scart col corpo disponendosi quasi perpendicolare all'animale, e sferrando il colpo di lato arriv a graffiare il braccio sinistro di Costantino appena sopra lo scudo. Quindi tir le redini prima di finire nel raggio d'azione dello scudiero, e vir verso l'avversario, che adesso aveva un'espressione di sdegno mista a sorpresa impressa sul volto.
L'altro scudiero fece per intervenire, ma Costantino rugg il suo diniego e, stringendo i denti per il dolore, il braccio ricoperto di sangue, oppose lo scudo al nuovo attacco di Sesto, parandone il fendente. Cerc di colpirlo a sua volta, ma tocc appena la coscia del nemico, senza neppure scalfirne i pantaloni, e Sesto men un fendente di taglio sperando di urtare la lama e disarmarlo. Ma l'imperatore mostr una presa salda e tenne l'arma in pugno nonostante il forte impatto, provando poi a colpire l'avversario allungando il braccio con lo scudo. Sesto si vide investire il fianco dalla superficie di cuoio e legno e traball sulla sella, temendo per un istante di cadere. Strinse le redini e le cosce e rimase dritto, poi allung rapido il braccio e punse anche lui il rivale alla coscia. Una macchia scura si form sui pantaloni nel punto in cui aveva colpito l'imperatore, inducendo Sesto a gridare, quasi senza rendersene conto: Cos combattono i pretoriani!.
Costantino lo guard disorientato, poi irrigid i muscoli del viso e del corpo e, con una smorfia d'odio, esclam: Morte a tutti i traditori!, e si lanci contro di lui, sferrando una serie di fendenti che obbligarono Sesto a rimanere sulla difensiva. Tuttavia l'imperatore attaccava in modo sconclusionato, scoprendo la guardia quasi a ogni colpo. L'ex pretoriano attese che gli consentisse di sferrare un contrattacco, e giudic che fosse tempo quando l'avversario lev il braccio in alto per sferrare un colpo pi potente degli altri. Si prepar all'affondo, ma proprio in quel momento i fanti che assistevano al combattimento dovettero rinculare sulla spinta di una pressione frontale della falange nemica, e molti di essi si frapposero tra i due combattenti.
Sesto grid di stizza, e vide che anche Costantino si dimenava per la frustrazione. L'imperatore lo guard fisso negli occhi, mentre la calca li allontanava inesorabilmente.
Un pretoriano... Costantino non riusciva a togliersi dalla mente le parole pronunciate dall'unico avversario che lo avesse davvero impegnato in quella battaglia. Anzi, l'unico con cui se l'era vista davvero brutta. Adesso, la pressione della sua fanteria sulla fronte aveva determinato ondeggiamenti tali, nello schieramento nemico, da separarli nettamente, e sarebbe stato quasi impossibile rintracciarlo: poteva anche darsi che quell'uomo avesse finito per soccombere nella calca.
Chi poteva essere? Non erano in molti i pretoriani superstiti del Ponte Milvio a essere sfuggiti alla sua collera. Ma dentro di s conosceva gi la risposta: era l'uomo che il regime di Massenzio aveva eletto come campione, l'eroe della campagna d'Africa e il pi stretto collaboratore dell'usurpatore; era l'uomo che aveva assassinato con la complicit di Senecione suo cognato Bassiano.
Sesto Martiniano.
Non potevano esserci dubbi. Quel pernicioso individuo era nato per ostacolarlo, era l'espressione della conservazione, di tutto ci che lui stava cercando di cancellare per mettere l'impero in condizione di sopravvivere ancora a lungo. Ma prima o poi avrebbe spazzato via lui e tutti coloro che si opponevano ai suoi propositi di salvare Roma, loro che l'avevano condannata, con un meschino, rigido attaccamento a valori ormai non solo inutili, ma addirittura dannosi, come aveva dimostrato l'illusoria restaurazione di Diocleziano.
E la vittoria nella battaglia avrebbe dato un bel contributo alla sua missione. Ci che poteva apparire improbabile qualche ora prima, quando i due eserciti erano schierati l'uno di fronte all'altro, adesso sembrava in procinto di realizzarsi. La cavalleria di Licinio non era riuscita a bloccare il suo attacco alle ali, e aveva finito per dissolversi. Adesso il fianco sinistro dell'esercito del rivale era vulnerabile, come lui aveva auspicato, e pronto per essere aggredito.
Era il momento. Chiam a raccolta i suoi cavalieri e, quando furono radunati in colonna, comand la carica contro il fianco dello schieramento nemico, dove gi regnava il caos: i legionari di Licinio non erano in grado di formare una linea e di puntare le lance contro gli aggressori. Spron il cavallo e, ancora una volta, si mise alla testa della colonna lanciandosi al galoppo. Entro pochi istanti piomb addosso ai soldati pi vicini al fiume, senza trovare una sola arma puntata contro di lui; spezz schiene, piuttosto, calpest arti, travolse corpi, frantum ossa e scudi, senza trovare opposizione e rallentando progressivamente l'azione solo a causa della calca. I suoi cavalieri fecero altrettanto, come una frana di massi e pietre che piombava addosso a una comunit seppellendola di detriti.
Lo sbandamento delle file di Licinio si accentu, e solo lo spazio ristretto imped che si trasformasse subito in una rotta. I soldati avrebbero voluto sottrarsi alla furia dei cavalieri, ma trovavano ostacoli ovunque: nei commilitoni ancora impegnati dalla falange avversaria, in quelli stretti da presso dai cavalieri stessi, nel fiume, e perfino nelle file posteriori che, non rendendosi esattamente conto di quel che stava accadendo, rimanevano immobili, impotenti e senza ordini. Costantino sapeva, da comandante esperto qual era, che il modo migliore per ottenere un risultato decisivo era proseguire nello sfondamento, fino a tagliare in due lo schieramento avversario, ricongiungendosi con l'ala di cavalleria opposta. Cos, una parte dei soldati nemici si sarebbe trovata circondata e costretta alla resa, un'altra si sarebbe data inevitabilmente alla fuga.
Esort pertanto i suoi a superare ogni ostacolo, poi diede di sprone e incit il suo cavallo ad andare avanti, superando la massa umana che si stendeva di fronte a loro. L'animale s'imbizzarr e si alz sulle zampe posteriori, ricadendo addosso a uomini che, un attimo dopo, furono ridotti in poltiglia. E continu cos per un tempo che non seppe definire, eliminando ogni opposizione grazie alla spinta della stazza dell'animale e ai suoi fendenti. Sper che sotto la sua lama cadesse anche quel maledetto pretoriano, che doveva trovarsi da qualche parte in quella calca. Avanz lentamente, ma avanz, e il margine opposto dello schieramento avversario, nel quale si era profondamente incuneato, si fece sempre pi vicino. Nessuno pensava a contrastarlo: quelli davanti badavano alla sua fanteria, quelli dietro solo a cercare una via di fuga. Quando inizi a vedere i primi soldati con le braccia alzate e le armi ai loro piedi, seppe di aver vinto.
Ora si trattava solo di rendere definitiva la vittoria con la cattura o la morte di Licinio. Sper che il cognato avesse preso parte alla battaglia e fosse caduto: oppure, che avesse avuto il buon senso di suicidarsi, come i cesaricidi a Filippi o Marco Antonio ad Alessandria; sarebbe stato imbarazzante giustiziare un parente, e di certo l'esecuzione non gli sarebbe valsa il consenso che cercava presso i circoli anticristiani. Vide che qualcuno dei suoi, nella foga del combattimento, si accaniva anche contro chi manifestava segnali di resa, e lo esort a darsi una calmata: le guerre civili erano una sciagura per l'impero, che veniva privato di preziose risorse militari da utilizzare contro gli invasori. Una volta eliminato Licinio e riunificati i domini di Roma, gli sarebbero serviti tutti i soldati possibili per difendere i confini del suo regno.
Adesso le maglie dello schieramento nemico iniziavano a farsi pi larghe, e c'era pi spazio per avanzare. Prosegu verso il margine opposto con pi agio, finch non si trov di fronte i cavalieri della sua armata, che avevano compiuto la sua stessa manovra sull'ala opposta. Lo salutarono come trionfatore, ma lui fece un gesto di noncuranza; c'era ancora molto da fare. Tuttavia, dalla sella pot rendersi conto che almeno met dell'esercito nemico si trovava circondato, mentre il resto era allo sbando e difficilmente Licinio sarebbe stato in grado di riorganizzarne i ranghi. La stanchezza, ormai, prevaleva in entrambi gli schieramenti, e molti avevano rinunciato a combattere: la battaglia aveva avuto inizio molte ore prima, e sebbene non fosse in grado di stabilire che ora fosse, il sole aveva compiuto la gran parte del suo arco. Ordin ai suoi cavalieri di seguirlo fino al margine opposto, per chiudere il cordone, e a quelli che da esso provenivano di condurre l'inseguimento delle truppe in fuga.
Prestando particolare attenzione alle mosse del rivale.

10.

L'imperatore  scappato!. Le grida sulla fuga di Licinio risuonavano sempre pi spesso tra le file dell'esercito, e Sesto si convinse che fossero vere. Prov a guardare sulla collina da cui egli stesso aveva seguito la prima fase della battaglia, e non vi vide pi nessuno. E di certo, Licinio e il suo stato maggiore non erano scesi in pianura per unirsi al resto dell'armata, altrimenti la sua presenza si sarebbe notata e avrebbe anche restituito vigore ai soldati ormai allo sbando. No, doveva proprio aver considerato perso il combattimento ed essersi affrettato a ripiegare per salvare quanto gli restava delle sue forze, per opporre un'ultima resistenza su una linea pi arretrata.
Poteva anche essere una buona strategia. Costantino avrebbe dovuto proseguire l'inseguimento e allungare le sue linee di comunicazione, penetrando in territorio ostile con un'armata tutto sommato modesta, cui sarebbe stato facile opporre nuovamente forze superiori. Tuttavia, la scelta presupponeva l'abbandono di decine di migliaia di uomini nelle mani del nemico. Uomini che, fossero finiti prigionieri o meno, non avrebbero pi combattuto volentieri per lui, in futuro.
Ma Sesto era il vicecomandante delle sue guardie del corpo, per giunta un ex pretoriano, e non poteva permettersi di arrendersi a Costantino. Per giunta, aveva i suoi figli a Nicomedia, e sapeva che c'era solo una cosa da fare.
Raggiungere l'imperatore.
Si consider fortunato. Pochi passi pi avanti nello schieramento, e sarebbe finito nella rete gettata da Costantino, che aveva stretto in una morsa, su tutti e quattro i lati, almeno met dell'armata di Licinio. La manovra che lui aveva cercato di evitare era riuscita, seppure in ritardo. Se solo Licinio avesse disposto la cavalleria in prima linea, come aveva fatto l'antagonista, l'attacco di Costantino si sarebbe infranto contro la resistenza nemica, guarnita anche sui fianchi, e ora, probabilmente, la situazione sarebbe stata opposta; sarebbero stati gli uomini di Costantino a essere bloccati o in fuga.
Adesso, non valeva pi neppure la pena provare a organizzare una linea di difesa. Gli stessi ufficiali rimasti fuori dalla tenaglia nemica, appresa la notizia della fuga di Licinio, pensavano solo a organizzare una ritirata in buon ordine, ma i loro sforzi si infrangevano inesorabilmente contro il panico che aveva pervaso i soldati. I legionari si sottraevano ai tentativi di bloccarli, sebbene la loro corsa si interrompesse in continuazione contro la calca dei fuggitivi.
Accanton le recriminazioni. Ci sarebbe stato tempo in seguito. Nella massa dei soldati ormai rimasti privi di comandi e impegnati solo a salvare la pelle, aveva recuperato cinque degli uomini con cui era sceso in pianura. Insieme formarono una linea di scudi per aprirsi un varco tra i loro stessi commilitoni dell'esercito regolare, che si ostacolavano a vicenda cercando scampo in pi direzioni. Si volt, e vide che i cavalieri nemici si erano rischierati per caricare i soldati di Licinio in fuga; presto gli sarebbero piombati addosso. Esort i suoi a spingere, e finalmente si apr un varco per qualche passo, ma poi si vide tagliare la strada da legionari che correvano per linee orizzontali, con l'evidente intenzione di raggiungere il fiume.
Li sbatt a terra e prosegu, ma perse altro tempo, e non ebbe bisogno di voltarsi di nuovo per sapere che i cavalieri di Costantino si stavano avvicinando: il tambureggiante rombo degli zoccoli dei loro cavalli lanciati al galoppo tra le maglie pi larghe dei fuggitivi si faceva sempre pi intenso. Quando arriv a sentire distintamente i nitriti e gli sbuffi dei cavalli seppe di non avere pi scampo. Ordin ai suoi di arrestarsi e di voltarsi, mantenendo la linea di scudi: non si sarebbe fatto ammazzare con le spalle rivolte al nemico; nessuno dei pretoriani caduti al Ponte Milvio era stato trovato con ferite alla schiena e lui, che aveva ancora da rimproverarsi di essere sopravvissuto, non sarebbe stato da meno.
Quando si volt, le sagome minacciose dei cavalieri erano a pochi passi da lui: ordin ai suoi di puntare le lance e di tenere ben saldi i piedi a terra, ma all'improvviso i cavalieri si aprirono e li ignorarono, passando oltre. Sesto li segu con lo sguardo e si rese conto che il loro scopo era superare pi fuggitivi possibile ed alzare una barriera l davanti, per allargare la rete entro cui Costantino stava facendo cadere i soldati dell'avversario.
Gli parve superfluo dire ai suoi cosa fare, adesso; era chiaro che il solo modo per scamparla era cercare un punto in cui i cavalieri nemici non fossero arrivati o aprire una breccia nella barriera.
Ma poi vide un uomo cadere da un cavallo, imbizzarritosi di fronte a un gruppo di soldati dall'andatura troppo lenta, e gli venne in mente un'altra soluzione. Impadroniamoci dei cavalli!, grid, indicando ai suoi cinque uomini alcuni cavalieri che procedevano isolati. Frattanto, and a prendersi quello che aveva scalzato di sella il nemico, finendo il soldato e montando in groppa all'animale con un agile balzo. Quindi galopp contro un cavaliere isolato che, scambiandolo per un commilitone, non lo not finch Sesto non gli sferr un fendente, aprendogli uno squarcio in petto e facendolo cadere a terra. L'ex pretoriano fu rapido ad afferrare le redini della bestia, che trascin fino al suo subalterno pi vicino, consegnandogli il cavallo.
Quello mont in sella raccogliendo un commilitone, e insieme notarono che un loro compagno si era gi impossessato di un altro animale, mentre un altro era morto nel tentativo. Sesto grid al soldato ancora senza bestia di montare in groppa a quello del compagno e fece loro cenno di raggiungerlo. Seguitemi. Individuer il punto in cui non hanno ancora costituito una linea continua e di l passeremo: hanno talmente tanti soldati inermi da bloccare, che non si occuperanno troppo di noi che rappresentiamo un ostacolo pi duro, dichiar, dando di sprone e lanciandosi al galoppo.
Cavalc superando uno dopo l'altro i fuggitivi, e dovette scartarne qualcuno che cerc di aggrapparsi alle briglie per bloccarlo e sottrargli il cavallo. Altri, invece, si scansavano lasciandogli campo libero, scambiandolo per un inseguitore. Arriv rapidamente all'altezza dei pi rapidi a fuggire, alcuni dei quali erano gi finiti contro il cordone appena allestito dagli uomini di Costantino. La barriera era ancora approssimativa e le maglie molto larghe, ma i cavalieri non avevano grosse difficolt a fermare, con la loro maggiore velocit, i fanti che cercavano di sgusciarvi in mezzo.
L, ora!, grid Sesto, indicando un punto in cui c'era ampio spazio tra un gruppo di cavalieri e un altro, e i nemici erano impegnati a tenere a bada un consistente numero di fuggitivi. I cinque uomini su tre cavalli si lanciarono tutti insieme; dopo qualche istante di disorientamento, i cavalieri nemici si resero conto di ci che stava avvenendo, e un paio di essi si predispose a bloccarli. Sesto vide che indicavano alle sue spalle, e si volt un istante per capire a cosa si riferissero. Scopr che altri cavalieri stavano sopraggiungendo a rinforzare il cordone: se quelli che ne facevano parte lo avessero trattenuto appena un po', avrebbero dato il tempo ai commilitoni di aggredirlo da tergo.
Sfondiamo subito, oppure rimarremo intrappolati!, esort i suoi. Cerc di evitare l'impatto col nemico pi vicino, ma quello si spost in orizzontale sbarrandogli il passo. Prov a scartarlo, obbligando il cavallo a compiere una giravolta, ma non riusc a evitare la sua lancia, contro cui and a sbattere, perdendo l'equilibrio e finendo a terra. Si rialz prontamente, ma il cavallo era andato, mentre i suoi compagni erano impegnati a superare i rispettivi avversari. Il cavaliere che lo aveva fatto cadere gli si avvicin puntandogli la lancia contro, e intanto gli altri cavalieri stavano sopraggiungendo a circondarlo.
Due dei suoi compagni su un cavallo superarono l'antagonista e cavalcarono oltre, rinunciando ad aiutarlo. Ma d'altra parte erano gi in due. L'altra coppia riusc a uccidere un cavaliere, poi uno dei due cerc di afferrare le briglie del cavallo del nemico. Quando vi riusc, mont in sella, guard Sesto, alla merc dell'avversario, diede di sprone e cavalc via, seguendo il compagno che era gi ripartito al galoppo.
Adesso Sesto era solo.
L'antagonista rinunci ad affondare la lancia e si limit a tenerlo sotto tiro: grazie alla sua armatura squamata, doveva averlo considerato un personaggio di rilievo, e non sembrava avere intenzione di ucciderlo. Sesto, per, sapeva che una volta caduto nelle mani di Costantino quella sarebbe stata la sua fine, e approfitt della sua esitazione; con un rapido movimento, afferr l'asta e diede uno strattone, tirando gi di sella il cavaliere. Gli sferr un calcio per tramortirlo e balz in groppa, lanciando la bestia al galoppo oltre il cordone, tra le urla di acclamazione dei legionari finiti prigionieri.
E cavalc verso est, sperando di ritrovare Licinio.
Non dovrai mai dirlo a tuo padre. Crispo annu, continuando a fissare i capezzoli turgidi di Fausta che si offrivano alla sua bocca. Lo comprendeva fin troppo bene. La donna che volteggiava nuda davanti ai suoi occhi era la moglie di suo padre, l'imperatrice, ed era decisamente pi grande di lui. Gli anni di differenza erano pochi, in realt: ne passavano molti di pi tra lei e Costantino. Ma lui, ne era consapevole, era troppo piccolo per quelle cose.
Mai, ricordalo. Vuoi che io muoia?, insist Fausta. Perch mi ucciderebbe, sai?. Intanto, la mano della donna guizzava nella zona pubica del ragazzino. In precedenza, Crispo aveva provato vergogna per le sue erezioni in sua presenza; adesso, invece, ne andava orgoglioso, perch lei gli aveva detto che erano motivo di vanto e lui in particolare, soleva ripetere, aveva tutte le ragioni per essere fiero delle sue dimensioni.
E allora... Perch lo fai?, le chiese con voce rotta dall'emozione del piacere.
C' da chiederlo? Perch mi piaci cos tanto che sono disposta a correre il rischio..., rispose decisa Fausta.
Crispo si commosse. Quella donna gli faceva girare la testa. Forse era questo l'amore di cui parlavano i poeti, cos diverso da quello che, invece, invocavano Osio e i religiosi cristiani da cui era contornato. L'amore di cui parlavano loro, verso il prossimo in generale, dava soddisfazione, ma questo era in grado di sconvolgere la mente di un essere umano, oltre che di donargli uno stato di esaltazione permanente. Si era reso conto di attendere sempre con ansia le visite clandestine di Fausta, quasi di vivere in funzione di quei momenti, senza pi riuscire a concentrarsi nelle altre attivit, soprattutto quella dello studio. Quando si addestrava con le armi, almeno, aveva modo di scaricare la tensione che accumulava nell'attesa di quegli incontri, che gli parevano sempre troppo brevi: non avrebbe mai smesso di toccarla, e ci rimaneva sempre male quando la donna tornava nei propri appartamenti. Si toccava sempre pi spesso nel letto pensando a lei, ma rimaneva sempre inappagato, se non sentiva il suo odore e il suo sapore.
Ma noi... Ci amiamo?, le chiese. Sapeva bene che quello che stavano facendo era ingiusto, e sperava perlomeno di poterlo giustificare a se stesso con dei nobili sentimenti, che lui credeva di provare... Ma lei?
Hai dei dubbi?, rispose Fausta, sorridendogli. Certo che ci amiamo. Io, almeno, ti amo, altrimenti perch mi esporrei cos?
Anche io, anche io ti amo!, si affrett a specificare il ragazzino, nel timore di averla offesa.
E allora, non sentirti in colpa per quello che facciamo. Se i sentimenti sono puri, lo  anche la nostra intimit, dichiar la donna, che chin il viso in mezzo alle sue gambe e gli fece sentire cosa erano capaci di fare le sue labbra. Gli piaceva da morire che lo facesse, ma non osava mai chiederglielo. Contempl la sua nuca salire e scendere all'altezza del suo bassoventre e si sent deliziato. E anche fortunato: dubitava che qualche ragazzo della sua et potesse godere di un simile privilegio. Avrebbe voluto vantarsene con i coetanei, e una parte di lui era dispiaciuta di non poterlo fare.
Le afferr la testa, le accarezz i capelli e la spinse verso di s, invitandola a scendere con la bocca fino alla base del suo membro, che sentiva scoppiare come mai in precedenza. Grazie a lei stava scoprendo in quelle settimane di quali reazioni fosse capace quella parte del suo corpo, per lui ancora misteriosa. E stavolta lo sentiva pulsare, e scottare: si meravigliava che lei non si scostasse, ustionata, e lo eccit anche l'idea che la donna sembrasse divorarlo, nonostante tutto. Pareva famelica, e si abbandon al piacere, sentendo le mani di Fausta stringergli le natiche, mentre, in un conturbante crescendo di movimenti, lo faceva sentire risucchiato dentro di lei, furiosamente, in un tripudio di sospiri e suoni che lo separavano dal resto dell'ambiente, catapultandolo in un mondo che non aveva mai conosciuto, o immaginato che potesse esistere.
Il calore si trasform in fuoco, una lava incandescente che percorreva il suo bacino. Il fiume di fiamme si canalizz nel bassoventre irrorando i suoi testicoli. Gli parve incredibile che Fausta continuasse con sempre maggior vigore la sua opera, senza accorgersi di quello che stava accadendo. Gli faceva male e gli recava un immenso piacere al tempo stesso, e non aveva alcuna intenzione di staccarsi, sebbene sentisse mille punture di spillo tormentarlo nelle parti intime.
Poi sent il suo membro gonfiarsi ancora. Quel fiume di lava era entrato l dentro. Sembr quasi che non riuscisse a contenerlo, che dovesse esplodere, ebbe paura che si frantumasse. Stava accadendo qualcosa che non riusciva pi a controllare e istintivamente cerc di staccarsi da lei, per paura di farle male. Ma nello stesso momento in cui tent di farlo, lei lo trattenne con le mani ancora sulle natiche e velocizz la propria azione, finch il suo membro non resse la pressione e qualunque cosa avesse dentro usc, copiosa, inondando la faccia della donna.
Crispo sent un dolore acuto al bacino, che per non fu in grado di fargli dimenticare l'intenso piacere che aveva appena provato.
Mi... mi dispiace..., mormor imbarazzato, fissando il bel viso di Fausta, deturpato da quello strano e denso liquido.
La donna gli sorrise, facendo guizzare la lingua fin dove fosse in grado di raccogliere ci che l'aveva sporcata. Non devi affatto dispiacerti, disse. Mi chiedevo anzi quando sarebbe successo per la prima volta. Adesso aspettiamo un po' e poi lo rifacciamo. Ma stavolta mi prenderai tu, e non trattenerti, quando sentirai di nuovo quello che hai provato....
Il ponte. Si trattava di superare il ponte sulla Sava, e poi sarebbe stato in salvo. Di certo, una volta oltre il fiume sarebbe riuscito pi facilmente a far perdere le proprie tracce, anche se la cavalleria di Costantino avesse proseguito per catturare Licinio, si disse Sesto Martiniano mentre continuava a incitare il cavallo. Era sicuro che l'imperatore puntasse su Adrianopoli, dove aveva lasciato le truppe di riserva e dove poteva farne affluire altre, per rinnovare la lotta con un numero di effettivi pari a quelli con cui aveva combattuto a Cibalis. Ma, sperava Sesto, facendo tesoro degli errori compiuti nel combattimento appena concluso.
Intravide il ponte in lontananza, e inizi a rilassarsi. Era quasi fatta; gli avversari avrebbero impiegato del tempo per allestire una colonna di inseguitori. Man mano che si avvicinava al manufatto, inizi a distinguere le sagome di alcuni soldati che vi si assiepavano intorno. Strano, pens, che non lo avessero ancora attraversato. Continu a cavalcare e, una volta a ridosso degli uomini, riconobbe quelli che lo avevano abbandonato. Ma cap anche perch non erano dall'altra parte del fiume.
Il ponte era stato tagliato.
Contempl sconsolato i resti del manufatto, interrotto in due punti, con voragini sufficientemente ampie da renderlo impercorribile. Una massa di detriti, tavole e assi, affiorava dall'acqua o giaceva lungo le sponde.
L'imperatore... ha distrutto il ponte per non farsi inseguire dal cognato, signore..., disse uno dei suoi subordinati scuotendo la testa.
Consegnando al nemico tutti i suoi soldati..., sent il bisogno di aggiungere un altro.
C'era anche un'altra decina di soldati che, in qualche modo, erano sfuggiti alla rete avversaria. Ma non per molto, a quanto pareva. Un nostro camerata ha provato ad attraversare a nuoto, ma i flutti se lo sono portato via. O forse l'acqua gelida... non so..., disse un legionario.
Signore... ci dispiace di essercene andati, ma... Saremmo stati catturati tutti..., si giustific il primo che aveva parlato, abbassando il viso per la vergogna.
Sesto fece una smorfia di noncuranza. Hai ragione: non avreste potuto farci nulla. Va bene cos. Adesso dobbiamo trovare il modo di uscire da questo guaio, disse, consapevole di essersi riguadagnato il rispetto dei suoi uomini, ora che se l'era cavata anche senza il loro aiuto. Ma era anche altrettanto conscio di poterlo riperdere con altrettanta facilit, se non fosse riuscito a trasportarli dall'altra parte.
Siamo spacciati: Costantino mander sicuramente la sua cavalleria a cercare Licinio, non appena potr, si lament un altro soldato, molto giovane. Tanto vale tornare indietro e consegnarsi a loro: ci recluteranno nell'esercito occidentale, tutt'al pi.
E ti sembra una bella prospettiva? Tu non hai famiglia, io s; rimarrei separato da mia moglie e dai miei figli, lo riprese un altro.
Sesto si mise a riflettere. Doveva esserci un modo per passare: non erano un esercito, ma poco pi di una decina d'uomini, e la sponda opposta sembrava cos a portata di mano... Si chiese se avrebbe potuto utilizzare in qualche modo i detriti che ricoprivano la sponda. Poi vide una tavola abbastanza ampia da poter fungere da zattera. Messa in acqua, potevano trovarvi posto almeno tre uomini, naturalmente senza i cavalli. Ma c'era il problema della corrente. Poi not le travi pi lunghe e gli venne un'altra idea.
Tu, disse all'uomo che si era scusato, prendi due uomini e andate a cercare lungo la riva le assi pi lunghe; con i pugnali, togliete i chiodi disponibili e usateli per inchiodare le travi in modo da renderle ancora pi lunghe. Devono arrivare al fondale, e dovete farne il pi possibile.
Il soldato lo guard senza capire, ma obbed e si allontan verso i detriti con altri due commilitoni. Sesto si rivolse poi ai rimanenti: Voi, seguitemi, dichiar, procedendo verso il punto in cui aveva visto la tavola. Giunto sul posto, la contempl da vicino e ne valut le dimensioni. Vi sal sopra per saggiarne la consistenza, e infine, soddisfatto, esort i suoi compagni a sollevarla con lui e ad accostarla all'acqua. Ne cerc altre e ne trov tre di dimensioni simili. Quindi attese che gli altri terminassero il loro compito. Infine gli portarono una decina di travi, che pot solo limitarsi a sperare fossero sufficientemente lunghe.
Adesso abbandoneremo i cavalli e passeremo il fiume con queste zattere, cercando di entrarci tutti: siamo in tredici, quindi su ogni tavola troveranno posto tre uomini, e su una quattro, spieg ai soldati.
Ma la corrente..., obiett subito uno dei presenti.
Sesto fece un gesto di condiscendenza. Quasi ciascun occupante delle zattere avr a disposizione un palo, non per remare ma per piantarlo sul fondo a mano a mano che si procede verso l'altra riva e impedire che la corrente si porti via la tavola. Con un po' di fortuna, potremmo farcela, disse.
Incontr lo sguardo scettico dei soldati. Almeno di quelli che ebbero il coraggio di guardarlo. Qualche idea migliore?, chiese.
Nessuno rispose. Bene. Allora forza, in acqua!, li esort. Ma una zattera alla volta: dobbiamo attraversare immediatamente a monte del ponte, cos, se perdiamo il controllo o qualcuno finisce in acqua, c' sempre la possibilit di sfruttare la presenza dei piloni residui per non finire travolti dai flutti ed essere portati a valle dalla corrente.
Deliber che a partire per prima fosse la zattera pi grande, su cui fece salire quattro soldati, in ginocchio, con tre pali per governarla. Gli altri la spinsero in acqua, e subito fu chiaro che sarebbe stato ancor pi difficile di quanto fosse lecito prevedere. I legionari trovarono difficolt di equilibrio e stabilit, aggrappandosi l'uno all'altro per non cadere in acqua. Riuscirono a piantare i pali sul fondo con facilit, ma vicino alla riva l'acqua era ancora bassa; tuttavia, non riuscirono a evitare gli scossoni che la zattera subiva ogni volta che sollevavano il palo per posizionarlo altrove. Procedevano in diagonale, in parte sospinti dalla corrente, in parte dalla forza motrice che erano in grado di produrre con le braccia.
Coordinatevi! Quando uno stacca, l'altro deve tenere il suo palo piantato!, url Sesto, e quelli cercarono di dargli retta, ma senza grandi risultati. Tuttavia, riuscivano ad avanzare, e Sesto mise in acqua la seconda zattera con il rispettivo equipaggio. I tre soldati disponevano adesso di soli due pali, e all'inizio sembrarono in balia della corrente. Solo dopo un bel tratto riuscirono ad assumere almeno in parte il controllo del mezzo. Ma gli scossoni erano pi violenti che per la zattera precedente, e quasi a met uno dei tre, quello senza palo, perse l'equilibrio cadendo in acqua.
Sesto fece subito partire la zattera successiva, esortandone gli occupanti a raccoglierlo. Ma i tre avevano un bel daffare per evitare di farsi travolgere a loro volta dalla corrente, e presero subito una direzione diversa da quella che avrebbe consentito loro di raggiungere il commilitone che, nel frattempo, era finito addosso a un pilone e cercava di resistere alla pressione dei flutti. L'ex pretoriano cap che sarebbe toccato a lui provarci e si apprest a mettere in acqua anche la sua tavola, con i due soldati rimasti a riva, quando percep il terreno vibrare sotto i suoi piedi.
Si volt, e una nuvola di polvere verso l'orizzonte gli fece capire di cosa si trattava. Subito dopo, i primi cavalieri nemici emersero dalla nebbia, lanciati al galoppo verso il fiume. Si affrett a salire sulla zattera con i compagni, e stavolta tocc a lui fare i conti con la corrente. Cerc di fissare il palo sul fondo, ma la superficie instabile su cui si trovava glielo impediva. Per un istante gli parve di esserci riuscito, ma poi perse aderenza e di conseguenza l'equilibrio. Stava per cadere in acqua, ma uno dei compagni lo trattenne per un braccio. Tuttavia perse la presa e il palo fu trascinato via dalla corrente. Si guard sgomento intorno, e vide che nessuna delle quattro zattere aveva raggiunto la riva opposta. Sulla prima non c'erano pi quattro uomini ma tre, e in quello stesso momento not il soldato caduto in acqua in precedenza staccarsi dal pilone e finire preda dei flutti.
Stava andando come peggio non avrebbe potuto.
Sent il rumore di cavalli al galoppo farsi pi intenso. Si volt e vide, in cima al lieve pendio che partiva dal fiume, le sagome di alcuni cavalieri.
In un istante, divennero una moltitudine.
Sesto strapp di mano al compagno il palo residuo sulla sua zattera e cerc di piantarlo sul fondale per opporsi alla corrente. Tenetemi! Tenetemi!, disse ai compagni. Vide una delle zattere che lo precedevano andare a sbattere contro un pilone del ponte: i suoi occupanti residui, che non erano riusciti a opporsi alla corrente, finirono tutti in acqua, e se uno riusc a montare sui detriti sottostanti, l'altro fin trascinato via dal fiume verso valle. La prima zattera, invece, aveva quasi raggiunto la riva, sebbene con soli due soldati. Si volt verso la sponda dove si stavano assiepando sempre pi cavalieri di Costantino e not che ormai erano un'armata. Molti avevano un'espressione di disappunto, per aver scoperto che il ponte era stato tagliato, ma altri ridevano.
Ridevano dei loro patetici sforzi di raggiungere l'altra riva.
Fece caso alla presenza di arcieri e gli si gel il sangue nelle vene. Sarebbero stati alla loro merc, se avessero iniziato a tirare. Per fortuna, il grosso problema del nemico, adesso, era come superare il fiume, e non catturare o uccidere un pugno di fuggitivi senza alcun valore. Si concentr su come opporsi alla corrente, ma un violento scossone, seguito al tentativo di puntellare il palo pi avanti, fece perdere l'equilibrio a uno dei suoi due compagni, che istintivamente si aggrapp al suo braccio trascinandolo con s. Sesto riusc a piantare un piede in un interstizio tra le assi della tavola e a bloccare la propria caduta, mentre l'altro precipitava in acqua aggrappandosi per al bordo della zattera.
L'altro compagno cerc di tirarlo su, ma scivol a sua volta e anche lui si aggrapp al bordo. Adesso Sesto era solo e con il palo in mano. Nelle sue orecchie risuonavano le risate sempre pi fragorose degli spettatori lungo la riva; nei suoi occhi, per un istante, le sagome loro minacciose, che si stagliavano sul bagliore rossiccio del tramonto.
Spinse con la trave verso la riva opposta, poi la sollev, attese di fare un altro breve tratto in diagonale in direzione della sua meta, e la infisse di nuovo. Con le ginocchia ben piantate sulla tavola, stacc una delle due mani dal palo e la tese al pi vicino dei suoi compagni in acqua. Quello la afferr e si diede lo slancio. Un attimo dopo era di nuovo sopra, ma lo strattone aveva sbilanciato Sesto, e il soldato dovette sostenerlo per impedirgli di cadere a sua volta. Nel farlo, tuttavia, pest il piede all'altro commilitone, che dovette mollare la presa e fin subito travolto dalla corrente.
Sesto lo guard sconsolato scivolare via, poi per si riscosse e disse al superstite: Aiutami a spingere!. Quello tese la mano, ma lo guard con occhi spalancati e un'espressione di stupore. Rimase per un istante paralizzato, poi gli croll addosso, e Sesto si accorse che aveva una freccia piantata nella schiena.
Sent dei sibili accanto a lui, poi un urlo di dolore gli risuon nelle orecchie in direzione della riva orientale.
Stavano facendo il tiro al bersaglio.
Si risolse a usare il corpo del compagno come scudo, giusto in tempo per evitare un altro dardo, che si conficc proprio nel cadavere. Giudic di essere pi o meno a met del tragitto, e riprese con lena ancora maggiore a spingere, sollevare e poi piantare il palo, spingere ancora e ripiantarlo di nuovo, stando sempre in ginocchio con il corpo del soldato addossato al braccio rivolto alla riva nemica. Ora non sapeva pi se almeno qualche compagno sulle altre zattere ce l'avesse fatta, ma non ebbe modo di voltarsi a guardare.
Le forze iniziavano a mancargli. Ci voleva un'energia incommensurabile per far procedere la tavola a dispetto della corrente e da solo, per di pi con un peso addosso e con la preoccupazione di conservare un'angolazione che non permettesse ai nemici di colpirlo. Tutto girava vorticosamente intorno a lui, la vista gli si era annebbiata e il cuore gli batteva all'impazzata per lo sforzo. Improvvisamente, il palo gli slitt e lui perse l'equilibrio, ritrovandosi sdraiato lungo la tavola, il corpo del compagno sempre addosso. Impieg alcuni istanti per risollevarsi, ma intanto la zattera aveva preso velocit e procedeva a valle, trascinata dai flutti. Si ritrov il ponte a breve distanza, e manovr per cercare di sbattere contro un pilone e arrestare cos la sua corsa. La zattera procedette a sussulti, sballottata dai flutti e dalle sue spinte, finch Sesto non arriv proprio di fronte al pilone accanto ai detriti che fuoriuscivano dall'acqua. Sopra, il cadavere di un soldato trafitto da numerose frecce.
Piant il palo sul fondo, poi contro i detriti, per attenuare l'impatto, e riusc ad appoggiarsi al pilastro. Ma gli venne in mente che adesso, da fermo, diventava un bersaglio ancor pi facile per gli arcieri nemici. Per aveva bisogno di riprendere fiato; si rannicchi sotto il cadavere e lasci che i tiratori di Costantino lo martoriassero al suo posto, dando un'occhiata alla riva che stava cercando di raggiungere. Non mancava molto e sulla sponda c'erano quattro soldati. Quattro, degli undici che aveva convinto a tentare la sorte. Lo esortarono con ampi gesti a ricominciare, gridandogli di passare da un pilone all'altro. Facile a dirsi, pens: significava procedere in linea retta orizzontale, come se la corrente non esistesse. E lui era stremato.
Ma non aveva scelta. Si rimise in ginocchio, si sistem il compagno morto addosso, piant il palo sul fondo, trasse un sospiro e si diede una spinta con tutta la forza che gli era rimasta. La tavola danz sull'acqua e lui si affrett a piantare di nuovo la trave, prima che la zattera prendesse un'altra traiettoria. Aveva iniziato a prenderci la mano, e se non fosse stato tanto stanco si sarebbe sentito ottimista. Con la forza della disperazione continu a dare spinte su spinte, con una frequenza maggiore rispetto a prima: non poteva pi permettersi di procedere in diagonale.
Raggiunse il pilone successivo, che era anche l'ultimo. La pioggia di frecce si intensific: forse gli arcieri si erano indispettiti, nel vederselo sfuggire di mano; allora Sesto si dispose sul lato verso la riva orientale, al riparo dai tiri nemici. Rifiat, ma gli ci voleva ben altro che qualche istante di riposo, con le tempie che gli pulsavano all'impazzata e il petto oppresso fin quasi al soffocamento. Giudic che di l a poco sarebbe finito fuori dalla gittata delle frecce avversarie, e si prepar a lanciarsi nell'ultimo tratto. Nuova spinta, poi un'altra, un'altra ancora... ma poi le forze vennero meno. Il peso morto che aveva sulle spalle gli moltiplicava la fatica.
Tuttavia, non sentiva pi le frecce sibilargli intorno, n colpire il cadavere. Non aveva modo di voltarsi per capire se ci stavano provando e non arrivavano pi a lui, o se avevano rinunciato perch il corpo del compagno lo proteggeva. Ma se voleva avere la speranza di raggiungere l'altra riva con le forze che gli rimanevano, doveva liberarsi del cadavere. Decise di rischiare: sentiva che sarebbe stato preda dei flutti da un momento all'altro. Se lo scroll di dosso e riprese a spingere, accorgendosi di aver recuperato almeno una stilla di vigore. Ora poteva anche procedere in diagonale, e si sent confortato. Ma solo per un istante: si aspettava in ogni momento di essere colpito da una freccia.
Inizi a pensare di essere davvero uscito dal raggio d'azione degli arcieri, quando un dardo cadde nell'acqua pochi passi davanti a lui, appena spostato sulla sinistra. Rabbrivid e diede tutto se stesso in spinta. Quando un soldato gli venne incontro e, con i piedi nell'acqua, gli tese la mano, gli si gett addosso, facendosi trascinare sulla sponda e poi lungo il pendio che saliva fino alla pianura. Dovettero sostenerlo in due ma, una volta in cima, si lasci andare e si gett per terra, assaporando con gioia la stabilit del terreno.
Ce l'aveva fatta.
...
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...
FINE Parte 1.